Joseph Anton, di Salman Rushdie

Il volume di memorie dello scrittore anglo-indiano suggella la ritrovata serenita’ dopo le traversie della fatwa islamica e il lento ritorno ad una vita normale. A 65 anni, e’ anche un’occasione per un bilancio umano. Rushdie appare come una persona dalla doppia anima, indiana nelle origini familiari e inglese per scelta, a cominciare dal collegio di Derby che appena ragazzino comincio’ a frequentare distaccandosi da padre e madre. Un’integrazione difficile, un animale a sangue caldo trapiantato fra tanti “pesci freddi” che, poco a poco, divenne uomo e si inseri’ in un brillante circolo di letterati suoi coetanei (Martin Amis, ecc.) divenuti anche amici. Quando la fatwa islamica si abbatte’ con ferocia sulla vita di quest’uomo pacioso, solo gli amici letterari -scrittori, agenti, qualche editore- gli furono vicini. Il cordone di protezione di quest’ambiente, la sua nuova famiglia, lo aiuto’ negli anni duri della vita con la scorta e nelle continue nuove abitazioni locate a nome del fittizio editore pakistano Joseph Anton (i nomi di Conrad e Cecov uniti a formarne un altro) che gli impedirono di mettere radici. Lo aiutarono le sue donne, che fecero si’ che Rushdie non spegnesse il suo io regalandogli amore e solidita’, nonche’ due figli da lui molto amati. Le pressioni islamiche mano mano si attenuarono e Rushdie passo’ infine un periodo a New York provando a ricostruirsi la liberta’ assieme ad una donna indiana bellissima e molto piu’ giovane di lui, che gli spezzo’ il cuore. Era a New York quando furono attaccate le Torri Gemelle e la contemporanea uscita del suo romanzo “Furia”, ambientato nella citta’, lo rese perfetto testimone dell’ottusita’ di ogni fondamentalismo e in particolare di quello islamico, ormai non piu’ minaccia solo a livello personale ma collettivo.

Il flusso narrativo e’ piacevole, si apprezzano le qualita’ umane del circolo amicale del signor “Anton”. Questo libro e’ senz’altro un’omaggio all’Inghilterra, che lo ha protetto ufficialmente con misti amore e odio, ed e’ un omaggio alla vita di relazione che Rushdie e’ riuscito a costruirsi nonostante -o forse grazie- al macigno piovutogli sulla testa. Sono menzionati moltissimi colleghi del jet set letterario internazionale e diversi aneddoti strappano un sorriso (Rushdie stronco’ una volta Umberto Eco e quello, incontrandolo nel periodo della fatwa, lo abbraccio’ solidale dicendogli: “Rushdie! Sono quel cazzaro di Eco!”). La battaglia di liberta’ di espressione e critica, anche contro le religioni e anche contro l’Islam che tanto terrorizzava l’Occidente fino a 5 anni fa spingendo a penose prese di posizione diplomatiche fu infine vinta, l’Iran ritiro’ la fatwa.

Dal punto di vista personale, non ritengo Rushdie un genio letterario. E’ sicuramente un uomo di lettere, colto e dotato di talento. La sua fama sta soprattutto in quel che gli e’ successo ma e’ stato giusto essergli solidale (cosi’ come e’ giusto essere solidali a Roberto Saviano pur non ritenendolo un genio letterario). Sicuramente abbiamo vite molto diverse: io non ho mai creato un mio circolo amicale e non mi interessa avere relazioni col mondo letterario, che detesto. Se mi fossi trovato nella sua situazione, sarei sicuramente morto o finito rinchiuso in qualche base militare come “ospite ingrato”. Non credo, dunque, andrei d’accordo col signor Rushdie, che e’ invece un uomo di affetti. Rimane la certezza che, da sponde comunque lontane, entrambi lottiamo per “accrescere l’umano”, lui per valori di laicita’, progresso ed amore, io per valori di positivismo scientifico e progresso ingegneristico. Se Rushdie auspica la pace e l’amore sulla Terra, io auspico l’Uomo alla conquista dello spazio (anche fisico, al di fuori della Terra e dentro la propria mente) ed il propellente morale per una simile impresa e’ lo stesso: i valori dell’umanesimo occidentale ed europeo arricchiti dal sapere pratico laico e scientifico.

© Giuseppe Cornacchia, 10.1.2013

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