“Vermeer” alle Scuderie del Quirinale e “Arte contemporanea” al Macro – Federico De Leonardis

[da qui]

Un nesso fra due mostre romane

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Per le stesse strade di cinquant’anni fa. Festa grande a Roma: evviva, tutti al Macro! E, prima, lunga carrellata di olandesi. Scrivo per me, ho visto un nesso, c’è un legame. Intanto per cominciare, il rumore del mondo, il gran mondo, nella Roma dell’arte contemporanea. Qualcosa lega le due mostre, forse in negativo, ma c’è un nesso fra i due affollamenti, e io in mezzo, pesce fuor d’acqua: la mondanità mi è estranea. Per scelta, per carattere, per accidente? Bah, vattalapesca. Per le stesse strade di cinquant’anni fa, non ho più le scarpe strette però, i calli, non ho più vent’anni, ma sono esattamente lo stesso: balle che si cambia, si cresce, si evolve. Brillava la pioggia sull’asfalto di Porta Pia, brilla ancora: non ci sono variazioni: “via dalla pazza folla”2 il rumore s’allontana e io cerco il nesso tra quanto ho visto, prima, al Quirinale e dopo, in questo museo cittadino, al gran galà del museo cittadino. Ripeto: c’è un nesso, intanto c’è lo stesso personaggio oscuro che cerca un nesso in se stesso, tra cinquant’anni fa e l’oggi.

Vengo dalle Scuderie, tutto sommato malgrado la folla gli olandesi me li son goduti, qualcosa ho capito. Questo: i pezzi di V spiccano fra gli altri. Me l’aspettavo: cinque degli otto suoi quadri in mostra li avevo già visti; li conoscevo bene. Ma i suoi quadri emergono fra gli altri con un’evidenza indiscutibile e lì c’è il confronto col meglio del suo tempo e della sua regione. Mi sono chiesto perché: sempre dubito dei miei amori e delle mie intuizioni, le metto al vaglio; una mostra serve a questo. Ma non mi interessava avere ragione o meno, che me ne frega di V & C, me ne frega di me stesso! Perché spicca? Perché mi conferma che spicca? Perché continua a darmi, classicamente, quello che gli altri non mi danno? Lui spicca per attualità, è per l’oggi. Gli altri no. Non è tutta farina del suo sacco, certo: scopiazzava, rubava a man bassa, ma sempre aggiungeva qualcosa di suo, qualcosa che gli altri, i suoi colleghi, contenti delle loro invenzioni, e a ragione, nemmeno si sognavano. Forse lui non ha inventato niente, nessun genere. Anzi forse il genere gli andava un tantino stretto. La maniera non lo convinceva del tutto, aveva sicuramente intuito che c’era della maniera: sempre in agguato la maniera, sempre dietro l’angolo. Anche la propria maniera (Michelangelo docet)! Se no perché quel salto? Va bene, va bene così, non abbiamo aspirazioni, traguardi, vediamo di vivere tranquillamente nel nostro angolo di mondo la vita che ci è concessa; grazie a voi Gerard ter Borch, Metsu, Elinga, Fabritius e soprattutto grazie a te Pieter de Hooch, posso sedermi anch’io, mercante di quadri, al cavalletto e godermi la scena di rubare l’anima a qualcuno, anzi a qualcuna. Solo che io voglio rispettare questo qualcuno, questa qualcuna, perché c’è anche la mia anima in ballo: il ritratto, di chiunque sia, è sempre uno specchio: guardo un altro, anzi a maggior ragione un’altra, in occhi che mi guardano. Ci son io lì dentro, io, il ladro (Alberto e Diego Giacometti docent!). Con una macchina fotografica non è così: nasconde il mio sguardo predatore, mi ripara. E si vede, si vede benissimo questo, in qualsiasi scatto, perfino negli scatti di de Hooch si vede, in lui che per me è il meglio della compagnia (ma per la verità quest’intuizione di rubare se stesso l’ha avuta anche Fabritius, nel proprio autoritratto: bellissimo). Quindi, con questo mettermi in gioco posso sedermi al cavalletto con l’anima in pace e questa plana su tutto quanto vedo, sul quadro sul fondo, come sul semplice gesto di “Versare il latte”3, sul tappeto come sullo schienale della seggiola, sul virginale e sulle mattonelle. Sulle mattonelle, su tutte le mattonelle, una per una: c’è tempo per finire il quadro, mi prendo tutto il tempo che voglio, perché intanto lo sguardo che m’interessa, lo sguardo che mi guarda esserci, che si volta nell’attimo stesso in cui lo fermo, io l’ho colto (non c’è verbo più appropriato in questo caso): ormai è colto e mangiato, è dentro di me, dentro la mia pancia di memoria. Quindi puliamo bene la tavolozza, grattiamola ogni giorno, portiamola al legno, con calma: la pulizia è tutto in casa mia, posso mettermi anche il vestito buono, non c’è pericolo di sporcarlo, questi italiani sono degli arruffoni, geniali, ma un po’ troppo veloci. Noi qui siamo in Olanda, terra di Calvino, e mia moglie, anche se cattolica, mi sgrida se sporco; figuriamoci se sporco il suo vestito, la sua seta piena di riflessi. E poi stendiamo pacatamente le gambe davanti a noi, stiamo comodi sullo sgabello e stendiamo anche il colore sulla tela, tiriamolo bene col pennello duro (quasi nessun craquelet dopo 400 anni!), tiriamo in continuazione, c’è tempo per il pelo di bue, anzi il pelo di bue rende meglio su una base già stesa e non ancora secca.

Fantastico lo so, ma mi metto nei suoi panni, tento di mettermici come posso, perché non so niente, non si sa nemmeno se avesse qualcuno che gli macinava i colori; se, se, se… troppi se e manco un disegno. Disegnava direttamente sulla tela come lascia supporre il suo Il pittore e la modella? Come mai di suo non si ha manco uno schizzo, una prova che preparasse il quadro? Misteri, quel che è certo però è che lui non è pittore, ma mercante di quadri (se lo incontrassi oggi gli avrei tolto il saluto, l’avrei guardato con sospetto, naturalmente a torto: la modernità m’ha reso molto guardingo coi mercanti). Questo aiuta, perché una passione è più forte e dà più gusto se è nascosta da un altro mestiere. Ma qui c’è qualcosa di più, qui c’è di mezzo la modestia, quella vera: allora conoscere il mestiere era qualcosa d’importante e lui era cosciente di possederlo, ma non c’era orgoglio: come considerarmi pittore se in tutta la vita mi sono concesso al massimo una cinquantina di quadri, alcuni poi piccolissimi? Due mesi per ciascuno, grosso modo, significa sei quadri l’anno: la mia vita di pittore è durata meno di quella di Van Gogh, il predicatore protestante, meno addirittura di quella di Masaccio, che a ventinove anni già lasciava questo schifo di mondo, per non parlare di Pergolesi e dell’abbandono plateale di un Rimbaud. Se hai un mestiere come quello del mercante di quadri e lo eserciti con costanza ce la fai anche a mantenere undici figli e una moglie, probabilmente con aspirazioni borghesi (ed evidentemente con un certo carattere, visto che per sposarla lo ha costretto a cambiar fede). Ma la mia arte è soprattutto esercizio di modestia, malgrado il mio altissimo talento. La modestia e la misura sono la mia cifra: mai tradirla. La si vede benissimo infatti questa cifra: anche i suoi colleghi non ignoravano la sua abilità (sono loro ad aver l’occhio più scafato), ma era troppo pericoloso andarlo a dire in giro: lasciamogli fare il suo mestiere di mercante di quadri, tanto più che è lui stesso a schivare la fama. Come spiegare altrimenti la mancanza quasi assoluta di notizie sulla sua vita?

INVITO_JD-drawing smashed paint-fl - Copia

Ecco il nesso con quanto ho visto poco dopo alla grande Kermesse cittadina: l’esatto rovescio di questa modestia. Una città si specchia in sé stessa, nella propria storia anche notevole di culla dell’arte contemporanea, di una certa sezione almeno dell’arte fra il 60 e l’80, ma qual è il risultato oggi, quale il frutto delle fatiche di quegli anni? Tutti artisti, anzi tutti “grandi” artisti, a giudicare dalle dimensioni che si concedono e dall’assoluta indifferenza per lo spazio occupato: eccheccazzo! se in mezzo ci schiaffo una Rondanini e io, pompato dal mercato e dai media, faccio solo Rondanini, posso pur permettermi di fottermene di dove la piazzo. Questo è il nesso, per opposizione, per rovescio, con la dimensione dei quadri di V. Oggi va di moda il gigantismo, ma non quello praticato dalla Land art negli immensi spazi del continente americano e nemmeno quello di certo Minimalismo, che giustifica le dimensioni adottate col mettere in crisi contemporaneamente l’industria siderurgica, quella dei trasporti e quella delle grandi istituzioni museali (sto pensando a Richard Serra a Venezia e a Parigi). Oggi va di moda l’occupazione dello spazio al massimo, oggi siamo di fronte a una mutazione antropologica: ci stiamo abituando all’inquinamento visivo e chi più ne ha più ne metta. Sì, è così. Quello che stupisce e a cui non so dare risposta è come sia possibile che le conquiste del linguaggio di quegli anni siano state completamente ignorate dalla generazione successiva. Si sa l’arte è dissacratoria e forse la stura a una dissacratio maxima l’hanno data anche cervelloni come quello di Duchamp, e grandissimi occhi come quelli di Picasso (quella delle Meniñas è una ridicola caricatura), ma oggi non s’aggiunge altro che spocchia.

Sono entrato da V & C con la voglia di verificare una grandezza, di metterla in discussione, di capire perché a suo tempo, altrove, V mi ha dato delle emozioni indelebili e se queste erano solo frutto della mia fantasia o si confermavano; prevenuto, sì prevenuto perché sapevo che i quadri suoi erano solo otto (speravo fossero quelli che non avevo ancora vistio, quelli di Dresda e di Berlino e speravo anche di vedere qualche paesaggio di Seghers e di Ruisdael: in fondo i quadri nel quadro dellaYoung lady standing at a virginal potrebbero essere proprio di quest’ultimo ed essere stati posseduti da V). Ne sono uscito con una conferma piena e per di più grato d’aver visto una mostra d’altissimo livello, intelligente, con didascalie competenti ma stringate, pronte a lasciare all’occhio la sua parte, che è la principale. Ne sono uscito anche con l’esatta sensazione che in arte tutto è utile, utilissimo, e fra l’altro conscio del valore del lavoro del curatore, dei curatori (Sandrina Bandera, Walter Liedtke, Artur K. Wheelock), anche loro influenzati dalla modestia del grande V. Ma ora, alla luce dell’esperienza successiva al Macro (il nesso mi preme, m’assedia) mi sono domandato perché lui spicca veramente al di sopra degli altri o, mettiamola così, perché ancora mi dà tanto, dà tanto a me, uomo del ventunesimo secolo passato sotto le mazzate dei due grandi citati prima e, dopo, sotto quelle di molti altri, tra cui, per insistere un poco coi miei pallini, quelle d’un Beuys e d’un Gordon Matta? Lì in quella mostra anche la risposta a questa domanda viene data una volta per tutte ed è incontrovertibile: ancora una volta si capisce il valore della parola classico. V è classico e quindi eterno 4, non per il suo enorme talento e neppure per il modo modesto con cui lo esercita, semplicemente perché crede profondamente al valore di un mistero che lui stesso non sa spiegare, ma sente con una forza straordinaria, quello del tempo: l’arte visiva si sostanzia di tempo. L’aver anticipato, insieme a Michelangelo, questa verità fa la sua grandezza. E voglio precisare che non sto pensando certo alla banalizzazione di questo concetto operata per esempio da uno come Jimmie Durham (e daje col nesso) e, per quanto di altra levatura, neanche all’intuizione del legame fra energia e corpo ( a cui sta lavorando da anni per esempio uno come Giovanni Anselmo; ricordiamo che l’energia è pari alla massa per l’accelerazione e tutti sentiamo il peso d’un sacco di cemento), ma paradossalmente alla sua negazione totale (in senso sia musicale che letterale). Perché cos’altro è cogliere l’attimo in cui uno sguardo incrocia il tuo, mentre una certa nuvola passando offusca la luce filtrata dalla finestra che si posa per sempre su tutto e, con una raffinatissima allusione, reitera quella dei paesaggi dei quadri nel quadro? E’ foto-grafia, ma io, V, non mi schermo dietro una macchina in grado di rubarla con altrettanta precisione: lo sguardo che mi guarda sa benissimo il mio essere uomo, il mio mettermi in gioco, sa bene che il mio non è voyerismo, ma carezza per il miracolo della bellezza, d’un vestito, d’un volto, d’un cappello. Basta un palmo di tela per cogliere il riflesso del suo colore sulle mie guance, per sottolineare la mia compiaciuta sorpresa d’esser colta e di cogliere. Ed è un attimo, un semplicissimo momento. E’ non tempo.

Quindi durata eterna. Oltre il valore del talento, oltre l’anticipazione di trecent’anni delle conquiste tecnologiche, oltre quello d’una maniera (che pur fu una conquista, se pensiamo alla teatralità italiana dell’epoca – ad esclusione, non a caso, dell’amato Caravaggio). La precisione maniacale dei suoi contemporanei alla fine annoia o per lo meno non arriva fino a noi, non supera l’epoca di due guerre mondiali e dei suoi disastri (dietro quella nettezza si nascondono, inutilmente, Anna Frank e Etty Hillesum). Mentre lui coglie un segno che non potrà più essere ignorato e che in fondo l’arte dei nostri giorni, quella che aborre l’aggettivo “contemporanea”, ha colto. Le strade dell’arte sono varie e tutte contorte, come dice Kiefer: “contrariamente alle scienze che integrano i progressi ottenuti sui quali si basano per proseguire nel loro sviluppo, essa non progredisce. In ogni momento è possibile invertire la spirale della sua evoluzione”5. Perfetto, ma teniamo presente che, se non c’è evoluzione e la dissacrazione è una sua necessità vitale (per quale ragione dal futurismo in poi, il giovanilismo ha avuto e continua ad avere così grande successo?), c’è comunque accumulo. Perché la memoria è il grado zero del tempo, è lei, che non appartiene a nessuno in particolare ma, nel più nascosto degli inconsci, a tutti, a lavorare per noi alla costruzione del nostro terzo occhio o se preferite alla nascita del nostro sesto dito. E in questo senso, molto dobbiamo a V. Del nesso ho parlato anche troppo.

1I primi due anni di Università li ho vissuti a Roma

2Titolo d’un celebre libro di Thomas Hardy

3 Mi è piaciuto indicare il quadro più comunemente noto come La lattaia con il titolo di un bellissimo racconto autobiografico di Luigi Grazioli (Ed Effigie)

4 Nel senso indicato da Emanuele Severino in Oltre il linguaggio (ed. Adelphi)

L’arte sopravviverà alle sue rovine, conferenza tenuta al Collège de France, di prossima pubblicazione su Doppiozero.

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