Appunti dal buon senso senza senso (20) – Angelo Rendo

Questa macchia non è un indelebile pianto su tovaglia,
ché se così fosse tutto andrebbe bene mentre
coloro che si spostano lungo i crinali

vanno misurando la forma della beccaccia
e, aperte le ali, la regina, vieta al prossimo
umano che niente sente se non lo sparo

il desiderio vano di chiudere
la partita, che non finisce, altro!

E non solo quello, lo spazio
infermo che sano di speranza
volgarmente supera il traliccio

la cui chioma è rasa e fionda
il temporale quieto.

La difficoltà nell’esautorare il più complesso disegno che tiene in vita la distinzione di genere semplifica la questione: nei boschi l’uomo è solo e senza parole; quandanche lo trovaste di soppiatto cinguettare agli uccelli, siatene certi: spari di morte per chi la vita la prende al contrario o ne è preso.
La vasta distesa che mano di donna copre, la vista d’occhio a nervo compresso dell’uomo, il tempo ricco perso e la terna svaligiata, l’alta (presunta) concessione di libertà che diffonde discredito nel sottile sono tutti tentativi di irrealizzazione, ché la cosa è gerarchica. Laddove si forma la vita cessa lo scontro, vale la morta visione, il progressismo batte in ritirata.
Dato il tutto, il danno è la speciazione “sotterranea”, rullante del distorto uso dell’ambizione, della tensione verso un assoluto claudicante e dispari piuttosto che verso la promiscuità. E come viene si racconta.

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