“Dichiarazione di dubbio” – Federico De Leonardis

In forma di manifesto

Dichiarazione di dubbio

Distinguo

Prima di tutto devo dubitare dei pittori che scrivono (di me stesso quindi, in questo momento). Perché scrivono? Sono ridicoli, sembrano sassi erratici, pietre di Bismantova cadute in mezzo alla pianura da chissà quale asteroide. Ma questa diffidenza verso chi decide di esprimersi con la penna, anche con la penna, quando ha sempre fatto un altro mestiere, è passatista, medioevale: fantasmi solo miei. Anche Lotto, anzi già Lotto leggeva Marco Aurelio e scriveva li Cunti e dopo di lui, ma anche prima di lui, diciamo dopo che l’umanesimo aveva nobilitato la figura di quelli che si sporcano le mani, è stato sempre più frequente e alla fine d’obbligo il pagamento d’un pegno: in segno di riconoscenza per tanta emancipazione.

Ma ora scrivere è diventato addirittura un segno di riconoscimento: un biglietto d’ingresso.

Per la Gheenna mercantile, direbbe Murphy.

Anche in questo Lotto si è dimostrato uno di noi: ha pagato il pegno senza essere nobilitato.

Non è solo per poter entrare anch’io che continuo, sia pure sospettoso e autosospettoso: dove vanno a finire queste pietre erratiche, cioè cos’è questa piatta pianura di questo pianeta qui, quello in cui vanno a finire?

Quelli che voglio provocare perché mi diano una mano la conoscono benissimo. Ma spero che tutto questo capiti nelle mani anche di qualche bambino, qualche ingenuo che conservi ancora un po’ di spazio per sognare. Il cosiddetto “mondo dell’arte” è prima di tutto qualcosa di favoloso, il luogo del bello, una specie di spiaggia ancora naturale. Ed è così: nel mio piccolo lo posso confermare. Penso che le cose andranno proprio male quando non ci sarà più nessuno che lo crede. Il cielo in un cavedio è bellissimo, basta che un solo uccello ci voli dentro. Certo, qui volano anche fucilate; sparano infatti, sparano che l’arte è morta, che nessuno conosce il linguaggio per la nuova cultura tecnologica, che siamo tutti sordi muti e ciechi. E sono i professori a farlo, il meglio dei professori.

Ma l’ultima cosa che vuol essere questo piccolo scritto è uno sfogo di rabbia. Sul tavolo del mio studio c’è una pallina nera di gomma, anzi un cilindretto non più grande di qualche millimetro; su questo stesso tavolo sono passate e ho buttato via milioni di cose; non capisco come mai quel cilindretto, che non serve a niente e non so nemmeno cosa sia, stia sempre là.

Non basta? Lo spiegherò in altro modo. Un vecchio poeta, un tedesco, anzi per la verità un praghese (quanti praghesi!) aveva scritto anche storie per bambini: ce n’era una intitolata: “Un’associazione nata per un sentito bisogno”.

Non c’entra? Allora diciamo che aveva inventato degli occhiali. Scriveva: “Magico potere di una piccola luna” e riusciva a vedere in una stanza buia. Non credo che pensasse alle astronavi, perché conosceva Orazio: quid sit futurum cras, nisi quaerere, che tradotto in italiano vuol dire: il mio futuro (futurum cras) al massimo sono (sit) i miei figli, usciti da quella macchina strana che è la donna che me li ha fatti: alta tecnologia (nisi quaerere).

Qualcuno dice (continuano a sparare): dopo l’Uccello (non quello del cavedio), il Piero, Tiziano e forse Van Gogh, ci sono solo io. No, non qualcuno; sono in tanti a dirlo e possono avere ragione tutti: in arte non si applica la matematica e di dissacrazione si sente sempre tanto bisogno. Non appena scoperta e riconosciuta, l’arte diventa sacra; anche quella recente.

Anche quella di oggi.

La chiesa dell’arte è stata definita, se non ricordo male, come la progressiva stratificazione delle eresie. Ho preso gli occhiali per la luna e ho guardato nel cavedio quel quadrato in alto: stanotte niente luna; ma c’erano le stelle cadenti: è estate. Ho pensato: che cosa vorrà dire stratificazione?

Ma basta con i resoconti, con i bambini. Devo procedere con la provocazione. Allora farò la mia dichiarazione.

Dichiarazione di dubbio

Dubito di quanto è sacro e di quanto è alla moda, dell’arte democratica, dell’aggressività dei futuristi e di chi si crede libero (i cosiddetti portatori sani: c’è ancora qualcuno che ha il coraggio di definirsi sano!).

Non esiste l’Evasione, piuttosto qualche volta ti trovi fuori.

Sapere. Non lo so prima e non lo so dopo, forse non lo so più.

So solo che ho un certo spazio lì davanti, non devo andar lontano. Bisogna guardare come se fosse la prima volta, senza sapere. Allora ti accorgi che la ‘m’ della macchina da scrivere è scentrata e si può allungare la mano, come i bambini.1

Tutte le volte che entro in un Articoli per Belle Arti a comprare qualcosa mi sento a disagio: non esiste uno strumento per fare arte, quella è l’anticamera di un tempio, ci si sente obbligati.

Non esiste il modo di guardare, e di essere guardati. Una certa cosa si fa guardare in un certo modo, ma quel suo modo non esisteva prima.

Dobbiamo cambiare occhiali. Se no si vede solo quanto siamo abituati a vedere. Ecco il mistero di quella che malamente si chiama ambiguità dell’arte.

L’immagine è sempre dopo. Qualcosa ha un’immagine, ma prima di tutto è.

Tiro il fiato, ma non ho finito.

Io faccio il pittore (o lo scultore o l’architetto, è lo stesso) e finora mi sono barcamenato con la donchisciottesca illusione di far lavorare solo le opere, quelle che devono passare prima dagli occhi. Risultato: subiscono “l’arguzia degli altri”.

A mare quindi. Il mondo mangia quotidianamente migliaia di tonnellate di carta stampata, digerirà anche i miei dieci grammi. L’importante è non produrre dell’altra zavorra.

Forse questa è l’ultima architettura possibile.

Ho detto che dubito; preciso che dubito soprattutto della Storia e della Forma, di Garibaldi e del Grattacielo Pirelli.

Ma raccatto il senso del minimo, niente di importante, niente Grandi Pensieri, Grandi Emozioni. Solo esserci tutto intero e muoversi al minimo passaggio di corrente: amperometro di massa.

Il progetto, il massimo di progetto possibile, è la disciplina del motore.

La lirica è una disciplina del quotidiano.

Una storiella lirica:

Lo sciacquone del “luogo delle decisioni”2 del mio studio è scassato, cioè si riempie con molta lentezza, mettiamo una volta al mese. Pazientemente rimango in attesa del momento fatale in cui la macchina meravigliosa scaricherà tutto il suo potenziale, per compiere una ben prosaica operazione. Nel frattempo, siccome non sono stitico, mi arrangio con secchi d’acqua.

Ma la vita è pesante. Ci sono mille cose a cui pensare e io mi scordo i suoi lati positivi, per esempio che la macchina è pronta e mi aspetta.

Arriva mio figlio, che non conosce la regola: fa quello che deve fare e tira la catena.

Così va il mondo.

Ecco, ancora gli occhiali per la luna: ho capito. L’arte è energia pura, vitalità, ignoranza, come quella di Martino: non ha leggi, morale.

I bambini non sono innocenti, sono innocenti le loro membra”. (Ma dobbiamo dubitare anche di Agostino, che per diventare cristiano, nientepopodimeno, ha abbandonato moglie e figlio).

Viva le loro membra allora. Ma attenzione! Si perde l’essere innocenti una volta per tutte. Dopo è dopo. Non si può più tornare indietro.

Ci ho provato per la verità a rimettermi le scarpe, lavorare con la destra, sereno, con calma.

Per fortuna, niente da fare.

I Leonardi sono tutti lirici. Quello di mezzo millennio fa, quello famoso, era un lirico del crepuscolo: campi lunghi e fumo azzurro.

Anche lui evidentemente voleva evitare l’arguzia degli altri:

Forza dico essere una virtù spirituale, una potenza invisibile, la quale per accidentale esterna violenza è causata dal moto e collocata e infusa nei corpi, i quali sono dal naturale uso retratti e piegati, dando quelli vita attiva di meravigliosa potenzia; costringe tutte le cose create a mutazione di forma e di sito, corre con furia alla sua desiderata morte. Vassi diversificando secondo le cagioni. Tardità la fa grande e prestezza la fa debole; nascie per violenza e quanto è maggiore più presto si consuma; scaccia con furia ciò che si oppone a sua disfazione; desidera vincere, occidere la sua cagione, il suo contrasto, e vincendo se stessa occide; fassi più potente dove truova maggiore contrasto. Ogni cosa volentieri fuge la sua morte. Essendo costretta ogni cosa costringe. Nessuna cosa senza lei si move.”

Capito.

Si costruisce rompendo, in assoluta libertà da qualsiasi pensiero, condizionamento; distruggere è il primo atto del costruire; anche le immagini, anche le proprie immagini, se non parlano di distruzione.

La costruzione non si sa, non si può prevedere: il progetto è solo la disciplina del motore.

Dopo ti accorgi che hai costruito.

C’è uno spazio? percorrilo; non ci sono altre regole.

  1. So solo che ho un certo spazio lì davanti. Non è una cosa astratta: cento metri per cinque per venti, non ha tre dimensioni; l’unica dimensione che conta è la sua capacità di lasciar fuori il resto: l’altro spazio, quello da cui siamo venuti e che lo circonda.

A volte un palmo di quadro è grandissimo.

Qualcuno sostiene però che il freddo fa male quasi quanto la memoria.

Forse lo spazio allora è un riparo per la memoria. Banale casa del quotidiano giro di errori per costruire il giorno eccezionale; oppure museo: il tempo ci si ferma a fare benzina.

Qui va a finire l’essenziale del rumore degli uomini, del movimento, scoppi, sbuffi, rantoli, ecc. Solo qui si ha il silenzio per ascoltarlo.

Così è il silenzio, caro vecchio Malte.3

Note

  1. Voglio ricordare al lettore che sono un conservatore e, malgrado l’avvento dei computer sia già di quindici anni prima della composizione di questo testo, io continuo a scrivere con la mia vecchia Invicta, che ha il difetto cui ho accennato. Naturalmente, per la pubblicazione una gentile signorina è stata incaricata di trascrivere il testo sulla macchina infernale e a patte la constatazione che quelle perfette ti rendono troppo distratto e perdi l’attenzione per il particolare di cui l’errore fa parte, devo confessare che il ricordo della trascrizione, da me controllata perché piena di refusi, è stata faticosa ma piacevole: la signorina era molto carina e la mia fantasia, frenata dall’attenzione per i refusi, correva a rotta di collo. Ancora oggi mi illudo che la frequenza di questi fosse dovuta a quel fluido impalpabile ma fortissimo che correva da me a lei: che lo percepisse?
  2. L’espressione è di Balzac
  3. Ma qualcosa è qui di più terribile: il silenzio. Credo che durante i grandi incendi, sopraggiunge d’un tratto, così, un momento di estrema tensione: i getti d’acqua ricadono, i pompieri non si arrampicano più, nessuno si muove. Un nero cornicione silenzioso avanza, un alto muro, ditro il quale divampano le fiamme, inclina senza rumore. Ognuno attende, irrigidito, con le spalle alzate, il viso concentrato negli occhi, il terribile colpo. Così è il silenzio”. Rilke (traduzione di Giorgio Zampa).

 

 

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