Introduzione a “In forma” – Federico De Leonardis

Non mi posso soffrire 

Montaigne, Saggi II

Sentirsi in forma, essere in forma. Che vuol dire, chi è in forma e per quale impresa?
In realtà questo linguaggio da palestra mi è completamente estraneo: odio lo sport e la parola in bocca a chiunque la pronunci seriamente mi fa drizzare le antenne a scopo difensivo. Accetto che qualcuno possa farsi una nuotata sistematica o possa inseguire un pallone in mutande curando la forma del proprio corpo e tutto il resto, ma deve avere vent’anni o giù di lì. Se supera quell’età, lo guardo con sospetto: gli deve mancare una rotellina. Dopo di ciò è facile capire cosa posso pensare di quelli che si appassionano alla forma degli altri.
So perfettamente che queste mie affermazioni mi renderanno antipatico alla stragrande maggioranza di quelli che le leggeranno. Dico quelli, non quelle: le donne sono più intelligenti. Ma a conforto dei primi, dirò che anch’io sono fra loro, perché anch’io, come l’insigne moralista, non mi posso soffrire.
E’ anche per questo che niente è più lontano da me di una qualsiasi forma, di una qualsiasi performance (altra parola che mi dà sui nervi): come fa a sentirsi in forma, uno che tutto sommato ha una scarsa opinione di se stesso?
Ma allora perché ho voluto questo titolo?
Prima di dirlo chiaramente devo fare un’altra confessione. Quando ho scritto questa roba non avevo nessuna idea di che fine avrebbe fatto e le idee non mi si sono chiarite neanche ora, che ho deciso di buttar giù quest’introduzione. Ho scritto per me e per una ristrettissima cerchia di amici. Ma con molti dubbi, che questa volta non riguardavano la mia persona, ma la loro competenza di lettori. E questo non perché io non li stimi. Si tratta di tutt’altro. Il fatto è che ho la tendenza a circondarmi di amabili detrattori, a cominciare dalla più amabile di tutti: mia moglie. Il loro giudizio, sempre sufficiente, sempre tirato fuori con le molle, non è mai lusinghiero. Sembrano dirmi: fai, fai, oppure scrivi, scrivi; tanto ti conosciamo, a noi non la conti! Ma io li ripago con la stessa moneta, perché non cercando la loro opinione per confortarmi, al punto che se fosse benevola li guarderei con sospetto, sfrutto la conoscenza che ho della loro anima – ho già detto che li amo quindi li conosco – per saggiare l’efficacia di quanto ho prodotto (si badi bene: non ho detto valore).
Ma questo è uno sfruttamento lecito, si dirà. E’ vero. Quel che non è lecito però è il fine segreto che mi muove: utilizzare la loro sufficienza, o per lo meno la loro indifferenza, per capire se quel qualcosa che ho prodotto valeva veramente la pena: vale solo se riesco a sopportarla.
Nel caso degli scrittarelli che seguono sono riuscito.

Il primo ha quasi dieci anni ed è stato pubblicato otto dopo (a mie spese, in cinquecento copie) presso una casa editrice inesistente ed è stato distribuito, per il momento, a duecento persone circa; gratis naturalmente. Mi reputo fortunato se una ventina di loro lo hanno letto.
Due sono venute a dirmi che era bello e io, come al solito, le ho guardate con sospetto. Le altre invece, intendo quelle che non lo hanno letto, sono ai miei occhi più che giustificate, perché il libro in cui lo avevo inserito era soprattutto da vedere e si sa che chi guarda non legge e chi legge non guarda.
Non mi lamento di questo, ché anzi vorrei che la cosa fosse ancor più radicale. Infatti, nel mondo di chi guarda, si incappa non proprio raramente in persone che leggono e scrivono e credono, per questo, di saper guardare meglio di altri e di avere una patente per dire come si fa. Non vorrei che questi miei esperimenti in forma di scrittura fossero presi per una cosa di questo genere. Ho scritto per scrivere, esattamente come un Buzzati, o un Hesse, per esempio, hanno disegnato o dipinto per dipingere. Spero solo con risultati un po’ migliori.

Tutto questo mettere le mani avanti sa di coda di paglia. In linea di principio niente e nessuno ci impedisce l’esercizio di tutte le nostre facoltà creative: guardare, ascoltare, scrivere, ecc. Solo che è già difficile usarne come si deve una sola! Anche un grande come Montale ci è caduto e a questo punto non si può non convenire che la cosa veramente difficile per un autore è l’autocontrollo. Qui mi viene in mente un caso diverso e, in un certo senso, unico nel suo genere: quello di Savinio, che metteva sulle tele, letterariamente (traduceva, in altre parole), le invenzioni visive del fratello. Lui, grazie anche al particolare clima culturale in cui era vissuto, in cui si era sviluppata un’apertura, una genuina curiosità dell’arte visiva nei confronti della lingua (le indagini psicoanalitiche dei sogni la facevano da galeotto), è riuscito a dare al suo pallino letterario una direzione controcorrente, cioè a fargli dirigere lo sguardo in senso inverso rispetto a quello per il quale era stata praticata l’apertura. E’ la personalità del fratello, a cui va il merito di esser stato uno dei pochi a resistere alla tentazione dell’epoca, anzi ad opporvisi, la complice di questo strano sguardo alla rovescia: alchimie domestiche.
Le mie contorsioni mentali, per sfuggire alle insidie di questo caso unico, indurranno molti ad analoghe contorsioni boccali: smorfie di disappunto, per essere chiari. Vorrei aiutarli a riportare la loro faccia a un assetto più disteso, invitandoli, quando ne avranno l’occasione, a rivedere le tele più belle di questi due rappresentanti della nostra migliore cultura, immaginando di cambiare anche uno solo dei colori di cui sono composte. Quelle di De Chirico rovineranno fragorosamente dalle loro cime, mentre quelle di Savinio, decisamente più bassine, staranno in piedi lo stesso e si avvieranno tranquillamente dentro casa la vita, a dipanare con allegria il ben noto “rocchetto di Venere”: perché sono delle illustrazioni, molto semplicemente: di un testo letterario, il suo; delle belle illustrazioni.

Ma torniamo a noi, al secondo dei miei pezzi. Composto in una notte, nel periodo in cui “usciva” il precedente, smentiva la mia lentezza. Questo non è successo perché doveva essere pubblicato poco tempo dopo su una rivista, ma perché era già stato meditato almeno due anni prima, in occasione di una mia visita a una mostra a Colonia. C’era in me il residuo di un’emozione che aveva già dato altri frutti e l’occasione della pubblicazione aveva fatto decantare, precipitare le parole.
Devo aggiungere che la casa editrice della rivista sulla quale è poi effettivamente comparso non aveva distribuzione alcuna. Forse l’ha oggi, ma naturalmente per i nuovi numeri.
Il terzo pezzo è stato scritto un paio di mesi dopo il secondo e, come i successivi, è uscito solo dalla mia sgangherata macchina da scrivere. Appena finito ne ho fatto una ventina di fotocopie, che ho inviato a chi avevo direttamente coinvolto nella mia filippica; ma nessuno, a un anno e passa dal mio regaluccio, si è ancora preso la briga di rispondermi.
Eppure non li amo1.

1993

*

Aggiunta all’introduzione

Non ricordo il motivo per cui nell’introduzione che precede non ho parlato degli ultimi tre capitoli del libro; e non è certo perché io li consideri da meno dei primi tre o perché non sia utile anche per loro qualche parola d’avvio. Sono passati quindici anni, anzi sedici per la precisione, da quando ho pubblicato In forma, ma quest’intervallo di tempo non è servito a rispolverarmi la memoria. Posso azzardare qualche ipotesi. La più banale: non avevo tempo. Una un po’ meno banale: i capitoli sono stati aggiunti dopo aver scritto l’introduzione e non mi andava posporre qualcosa a quell’ “Eppure non li amo” che la suggella. La terza, forse la più probabile se la consideriamo insieme alle altre due, è il fatto che subito dopo averne tirato quel centinaio di copie che giustificano l’affermazione della sua pubblicazione, un editore a cui l’avevo spedito si è fatto vivo dichiarando che era bellissimo e che lo avrebbero pubblicato subito, nel giro di un mese. Si trattava di una casa editrice incontrata per caso alla Fiera dei Piccoli Editori al Castello di Belgioioso, con all’attivo una trentina di titoli più che decenti, ma con una distribuzione dubbia: non potevo arricciare troppo il naso e l’idea di tirarne almeno un migliaio di copie mi sorrideva. La cosa poi andò a monte. Anche la casa, ma un paio d’anni dopo gli eventi che mi accingo a raccontare.

Il responsabile delle scelte editoriali mi prega, per dare avvio alla pubblicazione, di recarmi in un paese delle Marche con tutte le illustrazioni (una trentina). E’ così che un treno mi scarica in una stazioncina sulla costa, dalla quale vengo prelevato in macchina e portato nell’entroterra. Man mano che saliamo verso l’interno, mi guardo intorno e la tensione mi si allenta e finalmente respiro: ho sempre amato questa regione che, insieme a certe aree della Toscana, dell’Umbria e del Lazio non contaminate dal turismo, ricordano ancora l’antico Centro Italia, perché oltre ad essere dense di storia e di cultura, sono a tutt’oggi rimaste immuni da tutte le magagne che hanno rovinato il resto d’Italia e soprattutto le zone costiere.
Arrivati a destinazione, vengo depositato in un ufficio attrezzato di tutto punto per la composizione del volume e la preparazione delle lastre litografiche per la stampa e mi metto a lavorare: un paio di giorni a diretto contatto col proprietario delle edizioni, che si dimostra entusiasta e attivo. Metto a punto tutti i particolari e, finito il mio compito, me ne torno a casa, aspettando che i torchi comincino a funzionare: da lì a un mese avrebbero dovuto mettersi in moto e io attendevo fiducioso di ricevere la prima copia.
Passa Natale, l’Epifania, il Carnevale impazza, Pasqua è alle porte, ma della copia nessuna traccia. L’attesa naturalmente è resa sopportabile e plausibile da reiterate assicurazioni di impedimenti momentanei e imprevisti ecc: le solite cose insomma. Del resto quale è l’autore che non ha subìto quest’altalena e poi che fretta avevo io? E’ vero, l’entusiasmo con cui ero stato accolto e la dichiarazione del tutto spontanea di pubblicazione “immediata” senza che io avessi chiesto nulla mal si conciliava con questo ritardo prolungato, ma certamente non sospettavo nulla. Quando il tempo trascorso a vuoto diventa eloquente, vengo a sapere dall’editore messo alle strette che due miei amici, fondatori della stessa rivista che mi aveva pubblicato il secondo capitolo, erano nel frattempo diventati i consiglieri della casa editrice e si erano messi di mezzo, “perché si trattava di un libro d’arte”, che perciò avrebbe avuto un pubblico ristretto. Ho pensato subito: il mondo è proprio piccolo, con tutte le case editrici che ci sono in giro! Naturalmente la cosa mi aveva indispettito non poco, soprattutto per il modo con cui mi era stata comunicata, ma anche per il suo significato, sia sul piano dell’amicizia che su quello ben più importante del valore attribuito da quei due al mio libro.
Certamente si tratta di un’opera destinata a chi si occupa d’arte, ma non esclusivamente. Certamente il volume è stato curato graficamente, anche se poveramente, e impaginato con attenzione. Certamente, pur non avendo alcuna intenzione di occupare uno spazio critico, parla soprattutto d’arte visiva, con la tensione di chi la vive tutti i giorni (stavo per dire la subisce) sulla propria pelle, ma questo non vuol dire che l’autore abbia dimenticato che agisce con un linguaggio altro da quello che è solito maneggiare, con le sue regole, il suo passato e il suo presente e che non sia stato ben cosciente di fare opera letteraria.
Giudichi il lettore, se non si spaventa del fatto che nel libro si incontrano anche nomi non precisamente appartenenti al mondo letterario e se non ha pregiudizi sulla cultura letteraria di chi fa un altro mestiere da quello di scrittore. Comunque ai due “amici” letterati tutto ciò è sfuggito completamente e troncherò qui qualsiasi altra informazione sull’episodio, salvo dare notizia che l’episodio mi ha aperto gli occhi e che, non solo per questo, ho avuto la debolezza di cadere nell’errore comune in casi di questo genere: l’amicizia si è trasformata nel suo opposto. Almeno, in assenza di Iddio conto solo su me stesso.

Fine della parentesi, ma non di questa nota, con la quale mi sono proposto di colmare la lacuna sugli ultimi tre capitoli.
Il primo di questi, il quarto, è un racconto. Qualcuno che lo ha letto e apprezzato mi è venuto a dire che all’inizio “la meno un po’”: questo giudizio non è stato sufficiente a farmi cambiare una sola virgola e comunque a mio avviso la menata svolge bene la funzione di introduzione. Per cui qui mi sento esentato dall’aggiungere altro: il racconto è stato pubblicato, una decina d’anni dopo la sua stesura, su una rivista letteraria.
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Il quinto capitolo: è il più strano di tutto il libro: io non sono un accademico e non mai avuto alcuna velleità di diventarlo. Mi ero messo in testa di introdurre un lavoro, per me il più importante di quelli che vado facendo da una trentina d’anni, ma naturalmente il divieto che mi sono imposto di non nominarlo mi ha fatto parlare d’altro. Così nessuno ci capisce un accidente (o forse, come vorrei, capisce qualcos’altro). Mi sono provato a modificarlo: niente da fare, anche in questo caso non posso cambiare nulla.
Parte di questa conferenza sulla Distanza, con la D maiuscola, ha visto la luce in una pubblicazione della Telecom; niente po’ po’ di meno che “Progetto Italia”. Sarà per una questione di etere, di associazione d’idee sulle comunicazioni a distanza, fatto sta che, richiesto di parlare di questo concetto così importante, mi è venuta voglia di infilarci dentro qualche frasetta che avevo scritto in quel capitolo.
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Passiamo all’ultimo, la Lettera.
So per certo che il destinatario (non nominato nel testo) la ha ricevuta e so anche che non è per dispetto che non mi ha risposto. Forse gli è capitata fra capo e collo in un momento difficile della vita: qualche tempo dopo sua moglie è morta e lui è ingrassato spaventosamente, al punto che stenterei a riconoscerlo; fatto sta che dopo sedici anni mi sono sentito in diritto di sollecitarla. Vedremo se sarà invogliato a rileggerla, se la considererà ancora valida e se giudicherà che valga la pena rispondermi. Altrimenti getterò la spugna.
Ma non la lettera.

Mi piacerebbe dire qualcosa sul settimo capitolo, quello che dovrebbe inaugurare una “seconda edizione” del libro. Le virgolette sono d’obbligo. La bozza è rimasta nascosta da qualche parte nel mio studio per molti anni e forse è stata solo scaramanzia se me ne sono dimenticato. La prima parte del testo spiega perché.

2009

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