PERSEGUITARE TUTTI – Lucio Klobas

[Racconto tratto da “Passo felpato” (Greco&Greco, 2002)]

Ligio a regole inderogabili quanto basilari, con una ferocia che non mi sono mai accorto di possedere nemmeno nei momenti più deprecabili e infami della mia vita, e con una sagacia che sfiora e supera il lampo geniale, mi carico d’un impegno che non solo ritengo sacro e doveroso (nonché oneroso), ma addirittura moralmente ed eticamente indispensabile e quindi indiscutibile nella sua puntuale e impeccabile esecuzione. In altri periodi travagliati della mia vita, prima di assumermi un tale gravoso compito, mi sarei perso in lunghi ragionamenti capziosi, imprendibili, tendenti soprattutto a rallentare e minimizzare le decisioni prese in piena coscienza, e magari a ostacolarle con nuove e precise oscillazioni di gusto e di giudizio,con nuove goffe negligenze bizantine. Mi attrae oltremisura l’azzardo audace e irresistibile, in particolare quando implica un’evidente sconsideratezza personale, una lieve e sana follia spirituale, mi attrae oltremisura la sfida sanguinosa e scomposta, il suo invisibile fascino furioso, nonché le sue leggendarie audacie, il suo assurdo prezzo da pagare. Appartengo da sempre a un corpo di polizia speciale, molto speciale, direi segreto, del tutto sconosciuto ma benemerito, che perseguita spietatamente e con sistematicità animalesca, non solo criminali incalliti (che sono comunque quelli che interessano di meno), ma anche cittadini insospettabili qualsiasi (soprattutto quelli), che si credono al riparo da ogni genere di fastidio solo per il fatto di essere  (in privato) perfidi, aggressivi, ignobili, odiosi e viscidi, a volte persino violenti e pericolosi. Perseguito tutti indistintamente con un accanimento che forse mi deriva dal piacere subdolo di essere percepito dalle vittime designate come un lungo e tormentoso bagno di sangue, come una nuova e insidiosissima malattia infettiva contro la quale nessun antidoto può funzionare con successo. Naturalmente la persecuzione libera e reiterata che mi propongo di esercitare senza freni, non risparmia nessuno e s’accanisce brutale e peccaminosa, in ordine progressivo come è naturale attendersi, prima contro i deboli e gli ammalati cronici (meglio se indifesi), poi contro le donne gravide o supposte tali, infine contro i maschi sani e sessualmente esuberanti appartenenti a tutti i ceti sociali e a tutte le etnie.Non si va per il sottile, questo è certo. Dunque un’opera chirurgica di bonifica radicale senza precedenti (che io sappia), assolutamente ambiziosa e imparziale nella sua concezione di fondo, e perciò capillare e senza rimedio, molto dolorosa se vogliamo, ma necessaria per porre rapida e sistematica soluzione ad antichi mali cancrenosi mai abbastanza deprecati. Capisco che l’impresa concepita è immane e carica di terribili incognite (oltreché di significati simbolici controversi ma fascinosi, di non facile decifrazione immediata), forse potrebbe sembrare frutto maturo di uno smisurato temperamento arcigno, di una passionalità nutrita di mitologie estreme, di un cattivo orgoglio prevaricatore, di uno sproloquio orribile, ma le ragioni segrete che mi inducono a eseguirla con rabbia ed efficacia sono veramente tante e tanto impellenti che non mi consentono indugi e ulteriori ritardi. Sarebbe un errore imperdonabile oltreché una leggerezza mortale. Per cominciare, un’impresa del genere, come tutte le grandi imprese visionarie e rapinose della storia umana che si ricordino, andrebbe eseguita, a mio avviso, nel cuore silenzioso della notte, al buio più fitto e avvolgente, meglio ancora in una notte nebbiosa e indefinita, vaga, astiosa e ribelle, in pieno autunno, sotto una pioggia fitta e battente che non dà tregua e rende tutto maledettamente difficile e complicato, al riparo da occhi indiscreti, senza concedere nulla alla spettacolarità, con una rapidità fulminea che coglie tutti impreparati e quindi incapaci di una qualsiasi reazione anche solo simbolica. Del resto è proprio nel cuore viscido della notte che criminali e assassini incalliti, prostitute e seguaci entusiasti di prostitute, prendono il sopravvento,  dominano, alzano la cresta immonda inalberando piume e insegne, confabulano tra di loro a bassa voce, escono allo scoperto come rettili, terrorizzano e compiono scempi indescrivibili, sterminano senza pietà interi quartieri immersi nel più brutto sonno possibile. Si giunge sul luogo del delitto scivolando sulla superficie dura dell’aria, senza preavviso, con grande sicurezza e dispiegamento di forze, si estraggono armi e altri oggetti minacciosi per pura esibizione (per spaventare i malcapitati), si concepisce un’ardita strategia del terrore assolutamente inattaccabile e un po’ elitaria, si chiudono vie di fuga e altre strade, inizia la mattanza. Fin qui tutto regolare. Poi si prosegue senza indugi a un primo accerchiamento leggero quasi morbido, poi si organizzano in fretta e furia altri accerchiamenti per inglobare e contenere il primo, e così si prosegue all’infinito  con gli accerchiamenti asfissiando l’accerchiato (o gli accerchiati) al quale comunque non si nega, in via subordinata, una scappatoia che potrebbe in seguito rivelarsi per lui l’ennesima trappola mortale. Nel cuore generico e disperso della notte, al suono fosco di ore che hanno perso la loro pregnanza, nella cupezza di un paesaggio inesistente e fortemente compromesso, tra sorgenti di luci e di buio, l’agguato in atto calpesta la parte morta del sonno, mette a soqquadro ogni angolo, dà la caccia all’uomo come fatto inevitabile anche se utopistico, si urla e si piange senza contegno ormai, la mattanza funziona come un orologio. Dunque il mio gioco al massacro porta i malcapitati sull’orlo fragile della follia, (che è più forte e vergognosa di un destino ostile), scatena una sarabanda demenziale di oscenità carica di veleni saturi e di paura repressa, brucia le polveri nervose d’un mondo dolente ripiegato su se stesso, morente. Una retata del genere, nel momento più romantico della notte, per quanto consistente e ben delineata, ottimamente orchestrata ai lati e finemente impostata al centro, comunica, in ogni caso, solo una minima parte dell’idea centrale intorno alla quale gira tutto il mio vertiginoso livore accumulato negli ultimi anni, direi negli ultimi decenni, da sempre. Sogno una gigantesca retata universale (cosmica se possibile) che porrebbe fine al genere umano (una volta per tutte) con lievi e insignificanti sofferenze e scarsi e distratti rimpianti. Perseguito, alla luce rovesciata della notte, anche i solitari più pericolosi (non mancano mai), i sognatori pacifici, gli eterni ingenui, gli idealisti da strapazzo, gli innamorati convinti, i semplici di spirito, i giusti titubanti, gli asociali e gli apolidi smarriti, e tutti quelli che maggiormente si avvicinano, per forma, dimensione e colore, ai miei schematismi razziali più odiosi. Pur concedendo un lieve e trascurabile margine di vantaggio ai perseguitati indomiti, nella notte che sta per squagliarsi a vista d’occhio, nel freddo indurito e roccioso del mattino, non gli do tregua, li assedio di fianco e frontalmente come fosse la stessa cosa, li fiacco con ripetute minacce verbali (che servono a poco ma servono sempre a qualcosa), li zittisco pesantemente quando eccedono, quando alzano gli occhi umidi e imploranti (quando piangono), semino fra di loro il panico e, tra i più sensibili e impreparati ai disagi, insinuo un sottile ma preciso senso di insicurezza che si concretizza quasi subito per molti nel gesto estremo (ammirevole capolavoro di coraggio fisico), insomma li getto nel panico più assoluto con arte dissimulatoria e oltraggiosa, li pungo senza fargli uscire sangue, li lascio spossati nella vergogna, ma ancora vivi. Non per molto però. In seguito li seppellisco in massa in prigioni ampie, capienti, sterminate, generose, senza finestre e senza luci, al buio totale, con muri ammuffiti e inzuppati di umori mefitici, esposti al vento viziato interno e al vento gelido esterno, circondati da muri antichi, da foreste pietrificate di muri antichi viscidi e ghiacciati, muri antichi alti e troneggianti, barriere antiche insuperabili, tombe antiche abissali nelle quali concentrare il meglio del proprio pensiero morente. Dunque prigione a vita per tutti in attesa di ulteriori e più elaborati castighi, ma non è così semplice. Uomini separati dalle donne, bambini separati dalle madri, vecchie separate dai vecchi, sentimenti strappati dai sentimenti, voci separate dalle voci, sabbia separata dai sassi, tutto separato da tutto, mondi divisi e ordinati secondo una logica meccanica semplice, terribile ma sommamente efficace: da una parte il pianto ininterrotto, dall’altra parte colui che si scioglie nel pianto, così il cerchio chiude le sue lunghe braccia pietose. In realtà prima di catturarli accartocciati nel freddo con magistrale colpo di mano, prima di sorprenderli nudi nei loro sonni immaginosi, impongo al gioco le mie personali regole ferree in modo che non sia il gioco stesso a prendersi beffa di me sbaragliandomi con sorprendente e inattesa facilità. Sarebbe imperdonabile. Perseguito tutto ciò che si muove anche solo per ragioni di assestamento, con polso fermo e occhi di ghiaccio, ma i calcoli criminali più intensi ed efferati li covo a lungo, nei momenti di tregua, tra le uova dischiuse della mia mente, quasi a tenerli divisi dalle nefandezze indecorose del delitto vero e proprio. Perseguito tutti non solo di notte (cioè sul terreno a me più favorevole), sfruttando l’elemento sorpresa, ma anche in pieno giorno quando la luce del sole è calda e vincente e le ombre distese sul terreno sembrano altrettanti morti potenziali, perseguito sempre affinché sia chiaro il senso di un lavoro asfissiante anche a chi non è abituato a certe cattiverie e si chiede il perché. Nel perseguitare colpevoli e innocenti (senza trascurare le posizioni intermedie che sono le più numerose e informi e quindi le più pericolose), quel che conta veramente è apparire motivatissimi e ingenerosi, crudeli persino e non disposti a scendere a compromessi, odiosi fin dove è possibile e un po’ bestiali, assassini quanto basta ma senza incutere terrore preventivo, insomma credibili e naturali sia pure in circostanze eccezionali e non più ripetibili. Questione di tatto (mi dico), di acuta sensibilità e di saperci fare con la gente. Il segreto è agire con drammatica velocità e colpire al cuore o in mezzo agli occhi con precisione millimetrica, niente di più niente di meno. Sembrerebbe, a prima vista, un compito limpido e relativamente facile, quasi semplice, se non addirittura elementare, in realtà l’ostentazione ingenerosa di forza e coraggio a volte produce effetti collaterali indesiderati o parzialmente sfavorevoli, cioè si diventa effettivamente antipatici, quindi si viene effettivamente criticati apertamente (e di nascosto ma con pudore), non si viene sopportati più né accettati in gruppi selezionati, non di rado qualcuno ti odia a modo suo mentre altri ti girano le spalle infastiditi, col che si cerca di gettarti addosso una buona dose di discredito, nonché qualche odiosa allusione che  peraltro tu avevi previsto ma che ti fa male lo stesso come una stilettata al cuore. Insomma di te offrono un ritratto poco lusinghiero, scialbo, pieno di luci e di ombre, addirittura in perdita perenne d’autorità, ma senza eccedere troppo nella calunnia e nella menzogna, non sono così ingenui e sempliciotti, sanno i pericoli che corrono, spargono veleni e poi ritraggono la mano, criticano ma non vogliono essere criticati, hanno capito la lezione ma fingono d’essere ignoranti. Fondamentale a questo punto è abbandonare i vecchi e ammuffiti sentimenti umani, svuotarsi delle vecchie lacrime inutili e contagiose tenute in serbo, e delle vecchie e stucchevoli autocommiserazioni, perdere tutti i vecchi vizi, resistere indomiti e solitari alle vecchie sirene del falso richiamo, ignorare la nostalgia forzata del canto, vincere i vecchi ricatti d’amore, tirare avanti lungo la propria vecchia strada, assolutamente sereni, sereni come non mai. Logico e naturale sarebbe, pertanto, far convergere i perseguitati, come fossero fiumi ondeggianti di vitelli ciechi e stolti diretti al macello, verso un solo punto facile da sorvegliare e, all’occorrenza, da difendere da eventuali (anche se improbabili) minacce di dure ritorsioni più o meno credibili, più o meno fanfaronesche. Se mi sfuggisse, per incuria e dabbenaggine, un solo uomo, dico uno solo, fosse anche il più miserabile e innocente, o il più audace e pericoloso, poniamo una vera canaglia coi fiocchi, un mostro di cattiveria (un mostro per eccellenza, diciamo), sarebbe per me, amante inesausto dell’ordine maniacale e della precisione ad ogni costo, uno scacco umano e intellettuale, un crollo disastroso dalle conseguenze inimmaginabili, sarebbe la fine ingloriosa e prematura di un sogno sfarzoso lungamente accarezzato e coltivato in segreto negli anni migliori e più fecondi della mia giovinezza, sarebbe il definitivo tramonto di un progetto mentale ambiziosissimo, elevato, senza precedenti nella storia delle ambizioni, assolutamente irripetibile nel suo genere e quindi per molti aspetti definitivo. Se solo si presentasse, sia pure per ipotesi, un’eventualità del genere, dico una sola su un milione, potrei davvero suicidarmi per la vergogna ricorrendo a metodi antichi un po’ lenti ed elaborati, tortuosi e ritardanti fors’anche, ma terribilmente efficaci. Pertanto, con la massima pazienza e pignoleria, conto e riconto tutte le mattine i miei prigionieri, esattamente come si fa nei grandi campi di concentramento (quelli veri s’intende), conto ad uno ad uno i miei rassegnati ospiti renitenti (includendo gli ammalati in via di rapido aggravamento, i deceduti durante la notte e gli scomparsi per vie misteriose ma ancora per poco), poi confronto i vari conteggi ottenuti con quelli della sera precedente, in caso di evidenti discrepanze contabili traggo le debite conclusioni, ossia rifaccio i conti mentalmente finché non tornano alla perfezione, il che accade quasi sempre lasciandomi moderatamente soddisfatto e anche moderatamente orgoglioso dei miei metodi matematici spicci fin che si vuole ma infallibili. Se dipendesse da me, la conta non finirebbe mai, conterei, nel delirio tiepido dei numeri che affluiscono a sciami nella mente, anche i numeri decimali, i millesimi e poi i numeri infinitesimali, e poi ancora quei numeri immaginari che non si vedono ma sono presenti nell’aria come moscerini, frantumati in lieve pulviscolo, farei della conta un interminabile labirinto di numeri piccoli e grandi, una festa piena zeppa di numeri piccoli e grandi, numeri con o senza suono proprio, con o senza significato, numeri vivi o morti, numeri veri o falsi, numeri universali o semplici scarabocchi, terrei insomma tutto sotto controllo nel nome rassicurante delle scienze esatte. Nella foga inarrestabile, son certo, perseguiterei anche gli animali chiudendoli in un recinto speciale, in un angolo di terra poco ospitale, rumoroso e isolato, proibitivo, dove non cresce nemmeno un filo d’erba, una zona desertica facilmente controllabile anche di notte con potenti fari che falciano il buio, nonché dall’alto – se necessario – in condizioni climatiche assurde (fortissime escursioni termiche) anche  per normalissimi animali sani, nella sporcizia e negli odori più nauseanti e insopportabili (soavi secondo taluni), senza cibo e senza acqua, tra malattie infettive grosse e esagerate come pugni chiusi, tra pause estenuanti e terribili verità, tra improvvisi sensi di colpa e pentimenti repentini, destinati in ogni caso a non avere un seguito disastroso. In effetti, non c’è nessuna ragione al mondo che mi impedisca di perseguitare liberamente, con metodi duri, giorno e notte, stupidissimi branchi di animali disossati, impauriti e allo sbando totale, addirittura terrorizzati, deboli e malati, spingendoli con perfetti raggiri e artifici scintillanti al suicidio collettivo o, peggio, a una catarsi provvidenziale feconda e carica di stanche malinconie. Eliminerei in tempi successivi animali quadrupedi, serpenti striscianti e no, anfibi fermi e pesci scatenati, tutti i mammiferi dubbi, ripulirei il cielo con le mani staccando ad uno ad uno gli uccelli che ruotano alti e anche gli uccelli che ruotano bassi, in una sorta di festa del sangue che potrebbe culminare, nel suo momento più intenso e veritiero, in un’apoteosi assassina inebriante, dionisiaca. Nondimeno ho il fondato sospetto, suffragato da mille indizi concordanti, che con il tempo il mio lavoro preparatorio, per dimensioni ideali e consistenza pratica, diventerà ingovernabile e forse anche travolgente nel suo sviluppo abnorme, un lavoro titanico degno d’un progetto infinito, qual è appunto il mio, un lavoro che potrebbe sfuggirmi di mano (non lo nego), pericoloso e difficile per la mia stessa incolumità personale, per il mio fragile equilibrio, e assolutamente micidiale per la mia esile e diafana struttura fisica (che però non rinnego). Così tra saporite velleità e sano realismo belluino, per puro gioco sadico, per il semplice piacere della sevizia, a volte salto nella conta dei prigionieri qualche numero di proposito, salto qualche frazione insignificante di numero nella speranza, invero perniciosa, di sorprendere lo sfortunato a cui corrisponde quel numero (o frazione di esso) mentre si dà scomposto alla fuga o abbozza qualcosa del genere, sicché lo freddo con un colpo alla nuca, un solo colpo preciso e micidiale, un colpo secco davvero magistrale. D’altronde la mia ossessiva e un po’ malata passione per l’ordine e l’accuratezza – prima ancora che l’amore viscerale per le scienze esatte (per le quali comunque ho una venerazione che sfiora la sacralità) – mi spinge inesorabile a confrontarmi con problemi e situazioni tormentate sempre più complesse e sempre più intriganti (se vogliamo), smisurate direi, giocandomi ogni volta, sul filo labile delle probabilità, reputazione e credibilità, per cui spesso temo di non essere all’altezza degli eventi, degli impegni assunti, rischio realmente d’essere spazzato via dagli impegni assunti, ho l’orribile sensazione d’essere alla mercé degli impegni assunti, ho la penosa percezione che gli impegni assunti mi schianteranno il cuore. Ma forse è un timore eccessivo che coltivo quando cedo al pianto e alla malinconia, quando cedo alle lacrime facili, forse è solo un’ombra che offusca una visione d’insieme del mondo assolutamente lucida e precisa, esaltante addirittura e, in definitiva, vincente. La mia idea è, del resto, semplice e lineare quanto basta per non favorire inganni: chiudere per sempre in galera tutto il mondo, in una galera gigantesca nella quale stipare alla meno peggio tutto il genere umano tenendolo sottochiave finché basta (gettando via la chiave ovviamente), tutti dentro questa mastodontica prigione del popolo, priva di spazi vitali, di cibo, di acqua, di luce, di aria, di tutto. Tanto per cominciare. Nulla di personale s’intende, ma solo misure precauzionali laboriose e urgenti che, in fondo, potrebbero essere accolte con misurata benevolenza e qualche concessione dagli stessi interessati, in quanto rappresenterebbero il male minore (per loro) o, comunque, la parte meno ruvida del mio piano così come si va delineando un po’ alla volta. L’amore assoluto per la perfezione, a volte, mi impone purtroppo di assumere atteggiamenti radicali (qualcuno li definisce impropriamente antipopolari), e dunque facilmente criticabili (se si è in mala fede), se non addirittura super odiosi di evidente significato punitivo. Portata a termine questa prima fase dei lavori che chiamerei di sondaggio approfondito, avvierei le fasi successive che chiamerei, con falso eufemismo, di saccheggio sistematico, ovvero di appropriamento coatto di vite e sostanze altrui. Non voglio qui, in questa sede spuria, dare troppo rilievo a certe turbe mentali passeggere, esaltanti certamente, ma che sovente deludono, ma non voglio neppure, per falsa modesta senz’altro, minimizzare l’ampiezza metafisica e la profondità rovinosa d’un delitto (come il mio) tanto urgente sul piano estetico quanto necessario sul piano morale, sicché procedo con implacabile energia a schiacciare ogni residua resistenza (che provenga da qualsiasi parte, a qualsiasi titolo), reprimo ogni cenno di rivolta, ogni atto di insubordinazione, ogni dolorosa disarmonia che si manifestasse contro l’integrità del tutto. La mia incrollabile fede nell’ordine assoluto e nell’assoluta perfezione (per ora la verità in quanto tale mi interessa di meno), non dovrebbe interferire con la follia che vena l’universo e che è e resta, in ogni caso, una ricchezza indispensabile a cui attingere nei momenti di sconforto. Sogno un mondo vuoto, assolutamente vuoto, un mondo intatto e immacolato, abbandonato dolcemente a se stesso, un mondo eccitante sospeso nella sua essenziale limpidezza; sogno un mondo deserto, vergine, primordiale, ruvido, innocente, scintillante, appartato e quasi sdegnoso, un mondo incorrotto e assolutamente ingenuo, infantile, intatto. Quindi perseguitare tutti e subito con la massima energia possibile, diventa un gioco primario senza regole né direzioni, diventa una porcilaia di piaceri proibiti e di smodate passioni, un calcolo che non andrà mai fuori misura, una misura senza nessun calcolo. Sogno un mondo decolonizzato, sottratto alle imparzialità, un mondo ripulito del superfluo e restituito alla sua originale finezza, un mondo eternamente puro. Solo dopo avere imprigionato tutti in capienti galere e avere commesso di nascosto, magari per un malinteso delirante senso di onnipotenza (più che comprensibile del resto), altre vibranti spietatezze più o meno disgustose, più o meno utili per i miei fini, potrei permettermi, in momenti di tregua e di meritato riposo, seduto sulla mia vecchia sedia a dondolo scricchiolante disposta nella veranda, di fumare lentamente la pipa ritardandone il fumo, mentre un tramonto rotondo e palesemente sensuale s’inabissa nella foschia dell’orizzonte portando con sé arie e splendori inediti, come fosse il primo tramonto d’un nuovo mondo, nuovo di zecca, visto e ammirato per la prima volta senza disturbi e interferenze esterne. Mi godo con occhio riverberato di luce, gli sbuffi di fumo odoroso della pipa che si attorcigliano tra di loro scalando il cielo, mi godo la perfezione estatica delle cose che rinascono senza nome da un precedente oscurantismo ottuso e perfido, edificato in anni di orribili trascuratezze e di inspiegabili errori e disastri delle menti collettive. Intravedo, oltre la soglia di fumo azzurrino e aromatico della pipa, albe e tramonti scavalcarsi a vicenda in una corsa sfrenata, cieli che si muovono nello spazio con l’agilità del gatto, mondi che brillano lontani alla sommità delle rispettive curve, universi che si espandono irregolari ai lati, che guadagnano nuove opportunità. Mi muovo lentamente sulla vecchia e scricchiolante sedia a dondolo (e la sedia si muove con me), il fumo accenna a un cambiamento di direzione, perde progressivamente colore, sbianca, ma questo è normale per il fumo della pipa irretito da mutamenti continui. Se abbandonassi momentaneamente la vecchia sedia scricchiolante a dondolo, essa continuerebbe a dondolare e a scricchiolare (un po’ di meno però) per suo conto come se sopportasse ancora il mio peso diventato all’improvviso molto leggero. Vengo, nella mia rilassata inerzia, inghiottito un po’ alla volta dalla vastità smisurata del silenzio che ha occupato, nel frattempo, tutte le posizioni chiave. Evidentemente cedo e assorbo silenzio come una sostanza porosa qualsiasi più porosa della pelle. In questo lago di silenzio, rotto a tratti da sbuffi di fumo colorato danzante a mezz’aria, insedio le mie proprietà, prendo letteralmente in consegna i miei nuovi possedimenti, m’impadronisco del nuovo e immenso impero che si apre a vista d’occhio davanti a me come una voragine non ostile. Con il mondo in ordine e stabilmente pacificato, mi godo il fumo contorto e doloroso della pipa come nessun altro ha mai goduto il fumo problematico di una pipa, mi muovo leggermente sulla vecchia sedia a dondolo tra sommessi scricchiolii; anche il cielo oscilla senza fare rumore in maniera conforme, gioisco più di quanto possa gioire un solo uomo, più di quanto possa farne dono agli assenti della mia gioia (quelli che si possono definire assenti); lascio vagare lo sguardo per il mondo badando solo che non si allontani troppo da me o si cacci in qualche situazione imprevista. Nessuno, dico nessuno, può togliermi il piacere intenso di questa prima ricognizione timida lungo i confini del mio regno portatore e distributore di benessere, di pace e di felicità. La mia vecchia e scricchiolante sedia a dondolo assieme alla mia fedele pipa sbuffante come una locomotiva a vapore, in questo panorama sedato, cloroformizzato, ingessato, fermo, diventa per forza di cose il nuovo centro geografico del mondo, l’ombelico dell’universo, e io il suo supporto indispensabile, il suo contrappeso necessario, la sua esigente controparte. Governare un impero non è facile per nessuno.

 

 

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