10 da ‘L’aria che tira’, Campanotto (2002) – Lucio Klobas

 

[Con l’indice di una delle due mani seguite la linea che scende ritta e lunga lunga, sussulta, inciampa, riprende la discesa a vite senza fine.]

Urtai leggermente

con la mano

il suo nome incerto

che sbandò

prese fuoco

precipitò a vite.

Il punto successivo

è la chiave del mistero.

Si chiamava nessuno

ma poteva essere anche

un nome di comodo,

un trucco

dietro cui celare

un corpo senza vita.

*

Anche con le regole minime

della buona creanza

il bambino più stupido del mondo

ci deve delle spiegazioni.

Se andate via con lui

(ma non è detto)

ditegli grazie

per la follia degli altri

che ci ha regalato.

Ma non si tratta solo di questo.

Per renderlo più leggero

aggiungete pure

(se volete)

l’ignoranza di chi vuole fare

di testa sua

o la testardaggine

di chi vuole portare con sé

il buonumore

anche nell’aldilà.

Il punto successivo

chiarisce ancora meglio

il pensiero.

Si chiamava nessuno

ma non stava a noi dirlo.

Viveva da Dio.

*

Era un bel visino

in miniatura

deposto con cura

sul colle.

La chiesina sul naso

oscillava ad ogni

sussulto,

il centro storico

impigriva

nella vallata dell’occhio

con accensioni vive

e respiri profondi,

l’albergo e il ristorante

sotto la volta

di capelli spioventi,

ai lati della bocca

pini e sterpaglia

molta sterpaglia

e pochi pini,

il fumo del camino

usciva dalla testa

e dalle orecchie,

il sorriso bruciava

come legna

tenuto sempre vivo.

*

Non è così evidente

come si potrebbe credere

di primo acchito

la connessione reale

tra le mie forze

(muscoli ossa pelle ecc.)

e il sole agostano

che mi sto godendo

in questo momento;

dico il vero sole agostano

che mi avvolge nella sua

calda pelliccia.

Neppure è così evidente

e di pubblico dominio

il mio rinsecchire

al sole agostano

il mio bruciare a fuoco lento

come un martire al rogo

come un animale allo spiedo

che sa di dolciastro

e che riempie il cielo

di fumo nero.

*

In treno il mio dolore

si sente di meno,

si allunga e si restringe

corre e resta indietro

fa ampi giri

procede di pari passo

con l’orizzonte.

Alla fine

verso il tramonto

diventa un piacere

vederlo.

*

L’allargamento della bocca

con le dita

giocando

(della tua bocca)

la portata e la forza

delle braccia

(mentre riposano)

la comparsa notturna

di macchie rosse

sulla pelle

(pomate e altro)

l’occhio pesto

(impacchi)

la zoppia precoce

(stampelle)

l’evidente perdita di memoria

(irreparabile),

trascende di molto

di troppo

ogni mia comprensione

anche la più volonterosa.

La corda del ragionamento

stretta e lunga

gira a vuoto

intorno all’argomento

principale.

Le molte vite inutili

le innumerevoli

persone sciocche

i moltissimi

casi umani

ti pongono di fronte

all’irreparabile:

ti fanno pensare.

*

Nello specchietto retrovisore

della mia coscienza

vedevo scorrere alle spalle

paesi stranieri che avevo

appena attraversato.

Vedevo anche paesaggi

magri e incompleti

che non mi appartenevano

né per formazione mentale

né per stile di vita.

Per fuggire alla propria

vita interiore

bisogna almeno superare

la velocità della luce

(l’ho sempre pensato).

Purtroppo in curva

(quella maledetta curva)

presi una cantonata

due muretti

e quattro cancelli

di fila.

*

Fra le altre cose

(e lo dico senza patemi d’animo)

ho sempre posseduto

una preoccupante tendenza

a invecchiare.

Anche in famiglia

un po’ di più

un po’ di meno

succedeva la stessa cosa.

Chissà perché

ero sempre vecchio

e di conseguenza

dotato di esperienza.

Ero vecchio e rispettato

Anche da ragazzo.

Invecchiare per me

è sempre stato un gioco

senza istruzioni

per l’uso.

A volte non capivo

se ero io dentro la vecchiaia

o se era la vecchiaia

dentro di me.

Beh, l’immortalità è una

faccenda più semplice

non ti impone scelte particolari

ma richiede uomini adulti.

*

Metti che un certo giorno

a una cert’ora

(è indifferente)

qualcuno mediti il suicidio

(quello vero),

metti che il primo tentativo

vada a vuoto

(l’inesperienza!),

metti che anche il secondo

non ottenga risultato

migliore

(l’incapacità!),

e così il terzo

e gli altri ancora

(la sfortuna!).

Cosa c’è di meglio allora

dopo aver cavalcato la linea

del bene e del male

che fingere somma

indifferenza

di fronte all’ineluttabile

(la saggezza!)

o addirittura candido stupore

per un evento

che divide gli animi

tra favorevoli e contrari

con tutte le conseguenze

del caso.

*

L’aereo filante

tracciato il primo

segno sottile

(questo è il ragionamento)

deve uscire

una volta per tutte

dal tunnel nero

in cui si è infilato

(altrimenti non si capisce).

L’aereo filante

non ha smosso

d’un millimetro

il suo punto di riferimento

iniziale.

L’aereo filante

(questo è il secondo ragionamento)

s’imbroglia alla vista

dell’orizzonte,

ecco perché non può

fermarsi due volte

nello stesso luogo:

cadrebbe di nuovo.

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