La vernice – Francesco Lauretta

Amo andare ai vernissage, sì, alle mostre. Ieri ce n’è stata una in un villaggio nei pressi di Santa Croce. Ho preso due amici e siamo andati. Guidavo io, naturalmente. Due giovani, un artista e un curatore che la prossima settimana andrà a Copenaghen –l’altro a Berlino. Io ormai ho smesso di fare l’artista, amen mi son detto. Però ogni tanto mi piace andare alle inaugurazioni. E così ieri, è stato magnifico. Quando vado alle inaugurazioni non vedo le opere, non le vedo mai, non mi interessano. Semmai le ascolto vuoi perché c’è qualche video in mostra o una installazione sonora. E spesso i cosiddetti tappeti sonori sono monotoni, inutili, altre volte utili e per diversi motivi che non elenco. Ma neanche per questo vado alle mostre. Ieri, per esempio, appena giunti nello spazio espositivo, una villa che all’esterno sembrava tutt’altro, un sanatorio con quell’ingresso a mezzaluna con una croce rossa, abbiamo pensato a un luogo di malati, ad un piccolo ospedale, ridendo. Così, appena alzata la pianta del piede sinistro per superare il gradino d’accesso al cortile della villa, sentivo una voce registrata, peraltro brutta e poco convincente allo scopo, che incitava, credo ad un battaglione immaginario, di caricare, puntare, mirare e sparare, fare fuoco verso non so dove e chi. Sentivo la raffica dei colpi, finta, dopodiché s’alzava una serie di inni tipici che accompagnano l’immaginario del potere dittatoriale. Che fastidio!, quasi inciampavo su una N di terra fresca che copriva l’immacolata ghiaia bianchiccia e croccante dell’ingresso, poi una Z, una I, un 0-12. Quindi non ho più visto gli amici. Mi lasciano fare. E nelle inaugurazioni non conosco nessuno. Avrò tre quattro conoscenze, mi salutano – li sento almeno- appena e con imbarazzo, e li comprendo anche perché non sapremmo cosa dirci, raccontarci poi. A stento ci si scambia un convenevole e innocuo Sto bene, grazie, cosicché giriamo i tacchi e ci allontaniamo con garbo. Non vedo le opere semplicemente perché guardo sempre per terra. E per terra sento che in quei posti c’è il segno civile e colto di questo mondo, non sui muri, non nell’aria a meno che, e purtroppo succede spesso, per terra non giaccia  qualcosa, una installazione, generalmente una scultura -così le chiamano- realizzata coi materiali più disperati: pietra, carta, buccia di banana, perfino un calzino unto. Ultimamente vanno di gran carriera questi interventi da queste parti. Mi sono indifferenti ma danno fastidio perché inciampano nella mia attenzione, sulla mia vera passione e ricerca. La cultura è sui piedi, mi dico spesso, di chi visita le mostre d’arte contemporanea, sulle scarpe. Il gioco divertente è scoprire, ed inseguire poi, chi di cultura non sa niente, o male, e, lo giuro, a ogni vernissage, c’è sempre qualcuno –pochi a dir il vero- che s’introduce circospetto nell’ambiente. Ieri, per esempio, ne ho individuati due… Anzi, uno è mezzo, un uomo e una donna. Torno a quel “mezzo” perché la scarpa rossa, laccata, poteva o sosteneva a metà l’orrore del tacco a spillo, alto ma palmato che finiva a toccare il suolo su un anellino dorato. Dalle 18 circa e fino alle 23 ho così segnato sul mio taccuino: 43 paia di Camper. 59 All Star Converse. 48 Dr Martens. 38 Blundstone. 11 Adidas Gazelle. 3 Adidas London e 73 paia di scarpe non meglio identificate ma di straordinaria bellezza. A metà serata ricordo che qualcuno ha apprezzato le mie London e le All Star di un artista che s’era appena fermato a bere con noi un bicchiere di rosso. Questi ha puntualizzato come le sue Converse fossero originali, di colore bordeaux, invidiabili aggiungo io. A fine serata ho preso il foglietto del comunicato stampa e la cartolina d’invito. The Wall (archives): istruzioni per l’uso. Mi piace fare così. Quando sono a casa leggo e immagino cosa non ho visto.

3 pensieri riguardo “La vernice – Francesco Lauretta

  1. Bravo Francesco! hai centrato il problema: partire dai piedi, sguardo fisso a terra, fortore, mio cugino non se li lavava mai e ci metteva il borotalco perché non puzzassero, io giro con le scarpe di mio cognato podopato, le dismette perché gli fanno male e io le eredito, poi si aprono però e non ti dico la scena alle inaugurazioni! Inoltre curo una coltivazione di funghi mefitici che all’arrivo del caldo impazzano. Non so cosa dire sull’arte: inciampo continuamente. Argomentazioni? Una sola: se non torniamo fra la gente, piedi o meno, l’arte è fottuta. FDL

  2. Di Michelangelo? E’ noto che non si levava mai gli stivali, neanche a letto. Beh, come risultato non è stato male

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