Questioni di lana caprina (Una lettera su “Del resto” di Claudio Olivieri) – Federico De Leonardis

[Da qui]

Non pretendo commentare qui un libro denso e complesso che merita qualcosa di più di un post. Mi occuperò solo di alcune prese di posizione dell’autore: sono d’aiuto alle tesi che cerco di sostenere fra le righe dei post che dedico da quasi due anni a mostre o eventi dell’arte contemporanea. Senza fare chiarezza su quanto è successo all’inizio del secolo scorso, un’epoca per l’arte visiva cruciale e rivoluzionaria di cui ancora viviamo le conseguenze, non usciremo dalla situazione di permissivismo e accademismo in cui oggi siamo finiti.

Caro Claudio, il terzo capitolo del mio In forma (1993), che si chiama significativamente Pamphlet e come sottotitolo ha L’arto alato’ (te lo allego), mi evita di farla lunga sui guasti perpetrati dal duchampismo sull’arte della seconda metà del secolo scorso fino a oggi. Per non ripetermi, aggiungerò che tu, forse involontariamente, hai messo il dito nella piaga quando lo hai diretto sulla genialata realizzata dal Maestro di scacchi nel porsi “fuori gioco”, “recuperando così all’arte” e ti correggi subito per fortuna, “o meglio al pensiero sull’arte, l’extraterritorialità dell’ipotesi”. Perché come da tutto il tuo libro risulta, una cosa è l’arte, un’altra il pensiero sull’arte e Duchamp, a cui dobbiamo certamente la più radicale lavata di cervello che ci sia stata somministrata da un secolo a questa parte, non era un artista, ma un grande teorico dell’arte. E’ un’affermazione perentoria e dato il contesto affrettata, ma su questo punto occorre la massima decisione. Sono perfettamente cosciente di quanti chiuderanno il libro o il blog o questa lettera dopo una tale dichiarazione, ma li inviterei a riflettere con un po’ di calma alla questione. Spero nel tuo contributo.

Intanto quelli che arricciano il naso constatino come in generale gli artisti se ne siano bellamente infischiati del terrorismo della puzza al naso per la trementina e hanno continuato a praticare l’arte, che è “un’altra maniera di pensare” (Rosenberg). In poche parole hanno continuato a fare il loro mestiere tranquillamente.

Ma forse troppo tranquillamente, perché non hanno capito in tempo che la famosa “indifférence”di D. si doveva combattere anche sul suo stesso piano, altrimenti prima o poi si sarebbe ritorta contro l’arte stessa. Per fortuna non ha fatto in tempo a farlo contro quella di Brancusi, Giacometti, Braque, ecc, che erano suoi contemporanei, ma lentamente, malgrado la resistenza di alcuni, ha invaso completamente la scena: dalla Transavanguardia in poi in modo sempre più precipitoso, stiamo scivolando verso il permissivismo assoluto grazie prima di tutto al Mezzo (che è diventato l’unico messaggio) e soprattutto grazie a una strumentalizzazione, che potrei definire sporchissima se non fosse anche stupidissima, di quello shampoo. Sono stato tacciato di ingratitudine nei confronti del Maestro e ho rotto delle amicizie con chi non condivideva questo mio punto fermo. Posso tranquillamente non praticarne di nuove: alla mia età ho raggiunto la rigidità senile delle cellule grigie per consentirmi di vivere con la magra pensione sociale che lo Stato concede perfino ai rompiciglioni come il sottoscritto (il Mezzo ha sposato il perbenismo e ti corregge automaticamente, ma le ciglia per guardare ce le ho ancora sane).

Ci sono delle frasi precise nel tuo Del resto che mi hanno aperto delle speranze: ne cito una, per chi leggerà questa lettera:“ Non ho mai fatto il mio lavoro per porre sul tavolo deterrenti culturali, per suscitare circostanze collaterali; considero estranea ogni collusione descrittiva, ogni anticipazioneLe arti visive nel complesso sono tutte in evidente difficoltà; l’arte non appare più come una lingua universale da quando non sembra credere più tanto all’elaborazione della propria forma e alla profondità, quanto creda e si affidi alle sintonie, ai rimandi, all’ammucchiata combinatoria postmoderna, da quando si occupa soprattutto di farsi riconoscere, di entrare nel circo della comunicazione, nello spazio dell’accidentalità.”

Non si può non essere pienamente d’accordo, ma quanto rende condivisibile quel che sostieni è proprio la tua pratica artistica, i tuoi quadri. Tu ti riferisci alla pittura e naturalmente tutto ciò è più che legittimo, ma siccome i tuoi interventi insistono anche sull’oltranza degli spazi generati dal colore, qui devo fermarti, perché io sono fondamentalmente scultore e voglio dire la mia.

Intanto un’affermazione di questo tipo (tu sei pittore ed io scultore, ancora siamo a queste categorie nominaliste?) certamente suona antiquata alle orecchie di chi segue alla lettera i dettati del Maestro di scacchi, perché tutto il suo operato lo ha portato a trascurare qualsiasi riflessione sull’autonomia e dunque anche sulla specificità del linguaggio. Io credo invece che occorra essere molto chiari su questo punto, ripartire anche da qui per tornare a recepire i messaggi che si vogliono legati all’arte visiva attraverso l’organo che privilegia. E quindi senza schematismi aristotelici esercitare la massima attenzione sulle differenze che contraddistinguono le varie ricerche.

Nel tuo libro citi Smithson che, a proposito di Duchamp, afferma ‘non interessargli le ragioni per trasformare un orinatoio in un’acquasantiera’. E’ una battuta molto divertente, che forse non aveva nemmeno bisogno di sbattere in faccia alla miriadi di speculatori sul pensiero di quel francese: si capisce a volo che con lui le “trappole inibitorie”, come tu le definisci, non funzionano e che un sasso pesa anche solo guardandolo. Profuma anche e suona, perché l’occhio è anche memoria di vita e come tale autosufficiente. E ben piazzato per affrontare qualsiasi operazione mentale.

Faccio un passo indietro e dichiaro senza mezzi termini che personalmente ho rinunciato al colore. E ora spiego in che senso.

Vedi, si finisce sempre fra noi da parlare di colore, di luce e di spazio e questo sarà pur significativo

Quanto alla mia affermazione è come dire di aver rinunciato all’aria per respirare o agli occhi per non inciampare. Evidentemente non va presa alla lettera, ma forse è ancor più drastica: ho rinunciato alla pratica artistica come fondamentale discriminante, scostante il suo fruitore. In parole povere, ho cercato di evitare il sottinteso ineliminabile: “tu sei artista, hai talento, sei abile, e io, ‘cristo polverizzato’, posso solo fruire della tua libertà”. Tutto ciò può apparire duchampiano, legato a quella fondamentale invenzione che è stato l’objet trouvé, ma se io accetto l’”extraterritorialità” rifiuto però qualsiasi forma d’indifférence. Qui si annida la pericolosissima contraddizione dentro cui è stato possibile inserire il cuneo dell’ “ammucchiata postmoderna” di cui parlavi sopra. La scultura, come la intendo io almeno, può sembrare meno compromessa della pittura in un mondo asservito all’immagine piatta di repertorio. Ma questo non è importante in generale: si tratta di una mia scelta ed è finita lì: un modo per evitare l’equivoco favorito dal Mezzo e dalla fotografia, che con la loro alleanza al facile, al banale e al superficiale hanno invaso, inquinato direi, ogni angolo del mondo, attraverso gli schermi, digitali o meno, i cartelloni, la carta stampata ecc.

Ma se la considerazione sulla compromissione delle varie ricerche non va alla radice del problema, (proprio la tua pratica, prima che le tue parole, dimostra certamente di sentirlo), non si può ignorare come la condizione di marginalità della scultura, e aggiungerei anche dell’architettura (non c’è più un muro esente da una lordura pubblicitaria o graffita!), la ponga in una condizione di crisi più profonda e quindi più favorevole (da tempo sostengo che le crisi vivificano l’arte). Insomma la scultura è meno una “pratica artistica” che un accidente occorso per la presenza dell’altro,  prima di ogni muro fra artista  e non-artista.

Ciò per chiarezza e senza pretese di sciorinare poetiche. Tu parli di spazio generato dal colore, per me il più importante è quello degli altri, quello fisico che ospita il mio segno, con la sua storia e la sua destinazione d’uso, e quello di memoria. E mi illudo che questo possa essere uno strumento per praticare una breccia in quel clima d’apartheid che ci soffoca e che tu stesso denunci. Fai benissimo a continuare il tuo lavoro con la coscienza critica con cui l’hai svolto finora: la pittura, l’arte che lavora essenzialmente sul colore, cercando di “ricongiungere ciò che è stato separato: i pensieri e le idee” non morirà grazie ad artisti come i Rothko, i Tancredi, i Licini e come quelli come te che lavorano sapendo che il loro linguaggio elettivo non sono le parole. Ma lasciami le pie illusioni di architetto mancato: i miei colori sono quelli dei “Ravatti” rifiutati e consumati dal mare.

Tutto ciò è personale e non interessa nessuno. Quel ch’è importante è il fatto che occorre riportare l’attenzione sugli errori perpetrati dal duchampismo, soprattutto durante la seconda metà del secolo scorso. A proposito del “Sistema”cui tu accenni, concludo, è molto importante quando puntualizzi che tale era già all’epoca in cui Duchamp, mettendosi fuori gioco, ha inteso scardinarlo: peccato che non lo si possa fare solo con le idee: ci vogliono anche i colori e le masse, ma di quelli e di queste lui era digiuno. Da ciò la sua regale indifférence! Una valanga di scribacchini, cui la società di massa ha delegato il potere di scegliere per la propria ignoranza, ha finto di ignorarlo.

Vogliamo avere il coraggio di dirlo una volta per tutte?

FDL

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