Mark Lanegan Band, “Blues Funeral” (4AD, 2012) – di Stefano Ferreri

Mark l’ha fatto ancora. Difficile dire come ci sia riuscito, così tanto tempo dopo l’ultima volta e sull’onda di un azzardo insolitamente confezionato, ma quel che conta davvero è il risultato, qualcosa che rasenta il miracolo. Un nuovo disco di Lanegan e solo di Lanegan, nonostante il dettaglio della parola “band” sulla copertina, è già di per sé un evento. Dopo ‘Bubblegum’ ed il relativo tour, il tenebroso rocker statunitense confessò in più di un’intervista che un seguito sarebbe arrivato a strettissimo giro di posta, che molte idee erano già state abbozzate e, insomma, si sentiva ben disposto a battere il ferro ancora caldo fatti salvi eventuali intoppi di percorso. Non so se sia corretto considerare Isobel Campbell uno di tali inconvenienti, visto che due dei tre album realizzati nel frattempo con lei da Mark mi sono anche piaciuti, né saprei dire se il volume delle numerose collaborazioni / ospitate imbastite dal Nostro come i grani di un rosario sia davvero la causa unica di un così cospicuo ritardo. Sia come sia, restano gli otto lunghissimi anni tra la precedente fatica solista e questo nuovo ‘Blues Funeral’, un intervallo di tempo siderale ed in fondo non giustificabile. L’impressione – dopo un’adeguata razione di ascolti – è che comunque ne sia valsa la pena, indipendentemente dalle legittime recriminazioni sul conto dell’eroe navigato della Seattle che fu. Basterebbe da solo l’atteggiamento, sfrontato ed intelligente, con cui le nuove canzoni si presentano: illudendo. Promettendo una rivoluzione che sa tanto di specchietto per le allodole (i critici, che in linea di massima non sembrano aver troppo apprezzato) e rimane di fatto tutta sulla carta. All’innegabile dirottamento dell’orizzonte sonoro non corrisponde infatti un analogo cambio d’abito mentale, e il disco va quindi articolandosi come una profonda e puntuale riflessione sul passato dell’artista. Si riparte, inevitabilmente, da dove ci si era fermati ai tempi di ‘Bubblegum’, con una ‘Gravedigger’s Song’ che puzza di fuliggine e pistoni né più né meno della vecchia ‘Metamphetamine Blues’. Proprio quell’animo rock torbido e siderurgico riesce ad imporsi sui foschi artifici formali approntati per il nuovo lavoro quasi fosse un istinto insopprimibile, con meno sfumature rispetto alle precedenti e più ortodosse produzioni  ma fondamentalmente con tutto ciò che serve al posto giusto. Non si potrebbe spiegare altrimenti il tono aggressivo e pestone oltreché squillante dietro l’irresistibile pastrocchio di ‘Quiver Syndrome’, ibrido impossibile (e felicemente pacchiano) tra gli Screaming Trees galoppanti di ‘Uncle Anesthesia’ ed i Dandy Warhols più esuberanti e pop. La dark-wave (o cold-wave, che dir si voglia) si ritaglia un ruolo da protagonista come eloquente in uno dei pezzi di punta, ‘Grey Goes Black’, ma è innegabile che i cupi pastelli colorati ed i synth abbiano su la stessa identica polvere che ammantava le chitarre elettracustiche delle ‘Field  Songs’.

Un po’ a sorpresa per chi temeva da lui il passo falso (che non arriva), Mark convince proprio per l’abilità con cui ha saputo piegare la forma alla sostanza evitando di svilire lo stile nella maniera, lasciandogli seguire al contrario la propria più intima natura di cantautore. In pochi avrebbero saputo rendere tanto autentica e naturale una sterzata espressiva rilevante come questa, senza cadere nel ridicolo o quantomeno in una sgradevole sensazione di artefatto. Ancora capace di un romanticismo d’altri tempi, Lanegan si è rivelato inappuntabile nel non sacrificare classicità ed epos alle sirene di un suono oggi di moda , riuscendo nell’impresa di conciliare questi suoi tratti peculiari con l’estetica nuova, elegante e funerea, che da smalto ad un pugno di irresistibili murder ballads. Nondimeno il Nostro ha voluto conservare – in linea con il titolo scelto – quell’impronta blues che è da sempre nel suo bagaglio d’artista, per quanto oggi trasfigurata da questo make-up sonoro tetro e modernista. Le atmosfere agri di un passato non troppo distante, ricontestualizzate da sottili sporcature o da inserti volutamente incoerenti (‘Deep Black Vanishing Train’), un finale degno dell’epica ruvida di ‘Whiskey For The Holy Ghost’, perfino gli spifferi di un’inquietudine che chiama in causa i migliori fantasmi dell’era grunge (Cobain il riferimento scontato in ‘Leviathan’): a uscire realmente esaltata da questo spericolato viaggio a ritroso è la protagonista di sempre, quella voce allucinante e catramosa. Che satura gli interstizi armonici di un nuovo, magico esorcismo metropolitano (‘St. Louis Elegy’), o si lascia incorniciare da un contesto sonoro alieno ma mai sopra le righe, anzi, sempre impeccabilmente al suo servizio: tastiere liquide, elettronica retrò a manciate, drum machine inesorabili (‘Harborview Hospital’, che sembra una di quelle vecchie pellicole del cinema muto colorate ad acquerello). Se i singoli episodi convincono, è il disco nel suo complesso a funzionare come affresco coerente ed ammaliante: quel che ci si aspetta da un Mark Lanegan in buono stato di forma quale è a tutti gli effetti l’autore di ‘Blues Funeral’ , album capace di commuovere, affascinare e spiazzare (‘Ode To Sad Disco’,  tutto un programma) assumendosi tutti i rischi del caso senza commettere ingenuità o passi falsi. Quando si parla di fuoriclasse…

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