I “Racconti immobili” di Luigi Grazioli (Quarta)

[Pubblichiamo la quarta e ultima puntata sui “Racconti immobili”(Greco & Greco, 1997) di Luigi Grazioli.]

Racconti immobili

Stelle sospette

Poi sono comparse in cielo quelle due stelle sospette, troppo brillanti, con un principio di mobilità che subito rientrava, non prima di essere stato nettamente accennato però, come un segnale, con quella loro linea buia, appena un po’ obliqua, a suggerire chissà che corpo ovale o piatto in mezzo, loro due sole troneggianti in una regione del cielo per il resto deserta, come se tutte le altre stelle fossero state sloggiate, o si fossero volontariamente allontanate, ritirate a mucchi, impaurite forse, negli altri angoli di un universo fattosi all’improvviso sovrappopolato, meschino con quella mandria di luci tremolanti che si strofinavano l’una contro l’altra fino a soffocarsi.
E quelle lì, sopra il suo paese a minacciarlo, facendo un buco nel buio come per risucchiarvelo in un ultimo sforzo prima di spegnersi o di andarsene altrove, dove dai loro traffici avrebbero ricavato miglior profitto, aspettando che qualcun altro si accorgesse di loro per ricominciare proprio da lui.
Restano così sulla terra zone vuote da una notte all’altra, paesi boschi e montagne che scompaiono senza lasciare traccia, se non gigantesche buche piene di sabbia con al fondo piccoli specchi d’acqua stagnante, pozzanghere più che laghetti, ma di un’acqua oleosa, di un verde innaturale che non rispecchia alcun cielo, o perlomeno non quello che transita sopra di loro come se niente fosse, buche dalle quali le popolazioni limitrofe estraggono grate materiali per un’edilizia troppo prosperosa, dagli effetti insospettabili, perché postumi, e che si affrettano poi a riempire di rifiuti o a trasformare in attrattive turistiche dalle quali c’è sempre qualcuno che non ritorna, chissà perché, spesso senza che nessuno se ne accorga. Ne arrivano talmente tanti, che chi si preoccupa di controllare quanti poi realmente se ne partono?
Alla sera i parcheggi e i bordi delle strade sono disseminati di macchine vuote che poi, col favore del buio, vengono fatte sparire. Ci sono bande di ladri che ne approfittano indisturbate, tanto non è mai capitato che i proprietari ne reclamassero la restituzione. Per forza, erano scomparsi anche loro! E così quelli continuano i loro traffici: portano le macchine ai carrozzieri della zona, questi ai rivenditori autorizzati e la gente le compra a prezzi irrisori, tutti contenti di aver fatto un buon affare, a ragione. Nessuno che sappia ciò che sta facendo, eppure tutti, indistintamente, agenti volontari della sparizione, sicari del nulla.
Lui guardava quelle due stelle con la curiosità di un detective che sta seguendo un altro caso, con una certa spavalderia addirittura, come chi sa di essere sempre e comunque protetto: gli sembravano persino patetiche, per una volta, in quello sfoggio di brillantezza velleitaria! Nessuna minaccia poteva intimorirlo. Gli aerei che di solito attraversavano quel settore del cielo seguendo la rotta del fiume prima di atterrare, se ne stavano invece bellamente alla larga, con scuse miserabili che all’aeroporto non riuscivano a capire, ma comunque accettavano senza discutere. Se tutti facevano così, le ragioni dovevano essere più che buone. Un paio però sono finiti contro le vicine montagne, cioè di sicuro uno: ali ghiacciate all’improvviso, hanno detto, o il motore bloccato inspiegabilmente, quasi certamente per un difetto di fabbrica minimo: basta un niente per certe cose. Ma che difetto di fabbrica: per paura, nient’altro che per paura! E’ facile immaginarlo: viaggiano distratti, passano di lì per la prima volta badando solo a controllare gli strumenti, finché all’improvviso si trovano di fronte quelle due luci non segnalate e intorno solo vuoto, e non capiscono più niente; guardano, controllano, riguardano e ricontrollano, e hanno paura; non sanno più che fare, pensano solo ad andarsene di lì ma non vedono più niente: sono persino contenti, per un attimo, quando la montagna gli si para davanti inevitabile. Infine subentra di nuovo la paura. Per ogni cosa che succede, sempre difetti di fabbrica, errori meccanici, istruzioni incomplete, equivoci, distrazioni, malori, leggerezze, fatalità: ma a chi vogliono darla a bere? Da qualunque parte uno volga gli occhi non c’è nient’altro da vedere che la paura.


Quella regione del cielo, invece, lui la conosce bene, meglio di chiunque, astronomi compresi con la loro attenzione che vede solo ciò che ha già deciso di vedere: è da quella parte infatti che c’è la sua stella. La sua luce scende a perpendicolo, come un filo, o una sottilissima cordicella dorata alla quale è legato ma all’opposto che da prigioniero, fino alla sua testa, nel pertugio non rimarginato della fontanella, e lo irradia notte e giorno, in casa e all’aperto, che sia fermo o in movimento, perfettamente a proprio agio, come tutti, con i piedi sulla terra, ma la testa ancorata nel cielo. Radici aeree, dove nasce il suo sguardo.
Nel cielo, alla finestra vede la terra, sulla quale dalla medesima finestra vede nel cielo quest’altra terra, e non prova sgomento né vertigine. Va tutto bene, sgomento e vertigine è quando un cielo non c’è, e niente nel cielo da vedere; va tutto bene, se nel cielo c’è il niente da vedere. Molti, non appena si rendono conto del firmamento, anche quando è oscurato, si sentono oppressi, miseri, impotenti; lui, quando si sente oppresso, alza gli occhi e riprende a respirare: c’è spazio! Che ci sia spazio dove risiede il niente lo consola, lo spazio è tutto. Per questo passa molto tempo col collo teso a fissare l’alto e per il resto predilige le pianure e ancor più i deserti: quanto più basso l’orizzonte, tanto più alto il cielo.
Per questo aspetta con gioia la notte e il buio che, anziché soffocarlo, proprio abolendo le cose origina lo spazio puro, l’infinito che solo libera il respiro. Ma neanche il buio è più quello di una volta, di notte un alone luminoso fascia la terra come a strozzarla, consumando l’orizzonte nell’istante stesso in cui lo marca con maggior nettezza. Se l’alone, come sembra, nasce dalla terra, allora è la terra che si strozza da sola. La luce sale verso la volta del cielo sempre più debole, ma non cessa se non per continuare la sua invasione con arte più sottile: ormai, infatti, è dappertutto. Di stelle se ne vedono sempre meno e anche l’oscurità si è ritirata lontano, in alto dove fra poco nessuno la potrà più scovare, a scanso di indebite confusioni con un mondo col quale non intende aver più niente da spartire.
Ecco perché quando sono comparse quelle due, coronate di vasto buio immacolato, ai confini della sua casa astrale, dove risiede la sua origine, e quindi la sua libertà, in un posto in cui non erano mai state e non dovevano essere, ma quasi a dirgli che proprio lui non doveva essere dov’era, insieme è comparso, ma pacato, divertito persino, anche il sospetto. “Tu non dovresti essere qui”, proclamava arrogante quel vuoto; “nessuno dovrebbe essere da nessuna parte, dal momento che noi siamo qui”, minacciava, rivolto a chiunque avesse l’ardire di guardarlo. “Ma per favore! minacciare chi? Ti conosco, mascherina: credi di urlare e ti escono solo guaiti.” Se nessuno aveva prestato loro attenzione, a lui non erano sfuggite; lui gli occhi non li avrebbe distolti, avrebbe seguito passo passo la loro danza, se non aveva di meglio da fare, l’avrebbe misurata fino a smascherare la messinscena, a neutralizzarne gli effetti.
La loro posizione intanto. Quella più grossa, subito battezzata stella madre, che da principio troneggiava a mezzo cielo ad ovest, a fil di piombo sul punto dove il sole era tramontato, ne ha poi seguito gli impercettibili spostamenti verso nord sempre mantenendo l’esatta verticalità. Un rapporto tra il suo sorgere e il tramonto del sole c’era senz’altro, tanto più che la stella minore all’inizio stava appena a sud-est in sezione aurea lungo la tangente che univa la prima stella alla sinistra del sole, in quei giorni enorme, nel momento in cui l’orizzonte ne disegnava la diagonale, ma lui dell’eventuale significato (l’annuncio di un incendio catartico, della conflagrazione finale o di qualche biblica colonna di fuoco, come minimo!) non si era mai preoccupato, come fosse soltanto una manovra diversiva, un tranello per principianti nel quale lui di certo non sarebbe cascato: si legge di tutto nel cielo, niente più del cielo stimola il delirio. Già la notte successiva però la più piccola, come un’emanazione o un pianeta, si è messa a ruotare in senso antiorario sotto l’altra seguendo una traiettoria ellittica che puntava verso nord, e ruotando ha cominciato si sarebbe detto a consumarsi, o a trasferire la sua forza all’altra che diventava sempre più luminosa, pulsante col ritmo di labbra che poppano, mentre lentamente andava sdoppiandosi. Alla fine non sarebbe rimasta che lei con la sua immagine accanto, quasi sovrapposta, una ferma e l’altra che vibra, respira.
Negli stessi giorni, un traffico sempre più intenso di camion ha cominciato a disturbare le sue quotidiane passeggiate in aperta campagna. Lui ne seguiva la corsa con uno sguardo svagato, certo un po’ stizzito da quell’insolita e rumorosa compagnia che lo incrociava sfiorandolo a volte pericolosamente, come se non lo vedessero nemmeno, prima di scomparire in una stretta carraia, ma non tanto da cambiare il suo percorso abituale, né tanto incuriosito da voler appurare dove stavano andando veramente. Forse stavano riparando gli argini del canale: un po’ di pazienza e sarebbe tornata la quiete di prima.
Una domenica mattina della vecchia carraia non c’era più traccia, gli alberi ce la costeggiavano erano stati quasi tutti abbattuti e al loro posto si apriva una larga strada dritta e asfaltata che lui, poiché di camion naturalmente non ne passavano e quella parte della campagna non l’aveva mai esplorata, perché alla domenica piace cambiare, ha imboccato d’istinto. Dopo pochi minuti si è trovato di fronte uno spiazzo rettangolare di circa 250 metri per 400, protetto dalla vista degli estranei da un rialzo di terreno alberato lungo un lato, il margine della grande depressione in cui il suo paese si trova infossato, e ancora da diseguali filari di alberi e cespugli lungo gli altri. La terra era stata completamente spianata, tranne che in un angolo dove grandi ruspe e scavatrici giacevano abbandonate senza sorveglianza tra princìpi di buche di varia grandezza, poco profonde ma dai confini regolari, come le vasche a cielo aperto per l’allevamento di pesci che negli ultimi anni erano proliferate lungo il fiume dal lato opposto del paese. Quelle però non potevano essere vasche per pesci, troppo piccole; e poi, con tutti i sabotaggi che c’erano stati negli ultimi mesi, aprire un allevamento proprio lì, lontano da tutto, non era certo da furbi. A meno che…
Curiosato per un po’ senza entrare nello spiazzo, si era appena voltato per tornare quando lontano sull’altra strada è sbucata una macchina blu di media cilindrata, una comunissima macchina blu che procedeva a passo d’uomo, col conducente che guardava dalla sua parte; si è fermata un momento e se n’è andata. Lui allora, come per ripicca e nel caso che qualcun altro lo stesse osservando di nascosto, ha ripreso l’ispezione con calma ostentata, coi medesimi risultati, e solo dopo una decina di minuti si è diretto verso la sua solita strada. L’ha raggiunta nello stesso momento in cui stava arrivando in bicicletta un uomo dal volto paonazzo, più da bevitore abituale però che non da reduce da una corsa: uno che non aveva mai visto, non un compaesano comunque. Questi si è fermato all’imbocco della strada, ha appoggiato la bicicletta a un cespuglio, lo ha guardato di sfuggita mentre le mani sistemavano automaticamente l’insalata ancora umida nel cestino appeso al manubrio e infine si è voltato a scrutare il prato adiacente, un prato lasciato a maggese, in tutto e per tutto uguale agli altri, deserto. Cinque minuti dopo lo ha sorpassato. Non fischiava: molto strano!
Nei giorni successivi la spianata è stata recintata da operai sconosciuti alloggiati in roulottes senza targa allineate dietro un filare di robinie e sambuchi; complicati macchinari fatti quasi di soli tubi, cabine prefabbricate, pompe, compressori, trivelle, gruppi motore, argani, trapani, sonde, ponteggi e una quantità impressionante di tubature di ogni tipo sono spuntati come funghi, e l’altissimo braccio meccanico di una gru idraulica semovente, visibile a chilometri di distanza, ha cominciato a muoversi sopra la campagna in un suo lento rituale come di benedizione, o di estrema unzione. Ora i lavori procedevano alla luce del giorno: nessuno sapeva cosa avessero fatto prima, cosa nascondessero le cabine e i containers né soprattutto cosa fosse sepolto sotto le colate di cemento che pavimentavano il lato sinistro dello spiazzo, ma ora tutti potevano seguire cosa stava succedendo, vale a dire ciò che veniva loro mostrato, fin nei minimi particolari; sembrava quasi che ora dei testimoni fossero richiesti e che anzi avessero artificialmente accentuato la spettacolarità delle operazioni per attirarne sempre di più, in ragione inversa della segretezza antecedente. Così, proprio la presenza di spettatori sempre più numerosi e disponibili, affascinati dalla grandiosità dello scenario e pronti a meravigliarsi della straordinaria precisione di ogni movimento come a rabbrividire dello scontato colpo di scena di un tubo che cade all’improvviso, ha accelerato il processo di normalizzazione e in men che non si dica i precedenti sono stati dimenticati, o pacificamente giustificati dall’ubicazione dislocata di quello che ora appariva come un normale cantiere.
In breve tempo è sorta una torre di almeno settanta metri, corredata di argano, scale, gabbie, ballatoi e di una grande piattaforma a una dozzina di metri da terra con ai quattro lati scivoli e nastri trasportatori che la facevano sembrare una piramide sacrificale, o meglio: uno ziqqurat. Attorno ad essa, accanto a quattro silos rossi, anche i gruppi motore sono stati collegati lungo un lato in due batterie di quattro ciascuna, le pompe e i compressori sono stati ordinati in serie separate lungo un altro, mentre lo spazio restante è rimasto libero per i macchinari mobili e per l’andirivieni dei camion e degli operai. Una parte dei tubi è stata issata e raggruppata verticalmente in un angolo della piattaforma, pronta all’uso, mentre tutti gli altri sono stati allineati su grandi cavalletti nel piazzale. La trivella infine ha cominciato a lavorare, scaricando su un nastro trasportatore e in condotte snodabili i rifiuti, che andavano poi a finire in parte nelle vasche ora ricoperte da teloni di plastica speciale e in parte sui camion che si affrettavano a trasportarli chissà dove.
Gli sarebbe tanto piaciuto controllarli, quei presunti rifiuti sui camion, con la loro tranquilla apparenza di ghiaia e terra comune. Ghiaia e banalissima terra! E allora cos’era quella scia di acqua verde e oleosa che talvolta si lasciavano dietro? perché, su alcune zolle, certe screziature sembravano abbozzare con ambigua geometria cerchi e pentagoni? e come mai ogni tanto quei fulminei bagliori puntavano come frecce verso il cielo anche quando era coperto? Inutile chiedere agli altri spettatori se avevano notato queste minuzie: da quando alla monumentalità dell’erezione era subentrata la modesta routine dello scavo, non solo si erano molto diradati ma sembravano preoccuparsi soltanto della profondità raggiunta, se qualcosa era stato trovato e se gli auspici erano buoni. Esattamente quello che ci si attendeva da loro.
La pattuglia degli aficionados si disponeva in buon ordine lungo la rete di cinta sui lati in piano, peraltro ben presto completamente schermati dalla crescita forsennata delle onnipresenti robinie; i più arditi andavano in ricognizione presso il cancello sempre aperto per carpire qualche novità alle maestranze ben liete di poter fornire la loro versione ufficiale senza doverla imporre, ma a nessuno passava per la testa non si dice di entrare, ma nemmeno di avventurarsi sul costone alle spalle del cantiere per avere una visuale più completa dall’alto. Nessun bisogno di sorveglianza dunque. E difatti non c’era, almeno in apparenza; eppure il giorno che lui è andato sul costone e ha scoperto mimetizzate tra gli alberi due cabine di spesso metallo dipinte di verde, chiuse da grossi lucchetti e leggermente inclinate forse a causa del terreno sconnesso, come per caso sono sbucati dal nulla due operai che, scherzando tra di loro senza far mostra di averlo notato, si son messi a pisciare lì accanto con un sollievo un po’ troppo accentuato. Va bene, s’era trattato certo di una coincidenza: sorveglianza in altre occasioni non ne aveva mai notata; ma che bisogno c’era di illuminare tutto il cantiere con innumerevoli lampioni e fari e di bardare la torre con lampadine gialle e rosse come una giostra? È vero che la trivellazione continuava anche di notte, ma per il resto il cantiere era fermo, mentre tutto quello spreco di luce ne rischiarava anche gli angoli più riposti, propagandosi attorno fino a congiungersi con quelle dei paesi vicini. Ed era proprio questo per lui l’unico risultato indiscutibile e veramente importante: che adesso anche da quel residuo angolo di campagna il buio era stato sfrattato senza che nessuno si lamentasse, se non alcune coppiette che tanto non avrebbero potuto farlo pubblicamente. (La camporella scompare!)
In alto proseguiva la rotazione della stella minore, ormai ridotta ad un punto microscopico, mentre l’altra, accanto alla sua compagna più pallida, sfolgorava sullo sfondo buio, rilevata come una pallina d’oro fuso che stesse per staccarsene e cadere nel vuoto. Più sopra anche la sua stella, alla quale negli ultimi tempi non aveva gettato che le occhiate frettolose riservate a ciò su cui si può in ogni caso fare affidamento, sembrava diventata più luminosa, lei pure pulsante e come in via di sdoppiamento. “Un contagio!”, fu la sua prima reazione quando se ne accorse, ma subito si vergognò della propria diffidenza. La sua stella era estranea a certe manovre, non poteva che trattarsi di una distorsione ottica in quell’aria stagnante e imbastardita. Il primo vento l’avrebbe certamente restituita alla sua limpidezza originaria. Comunque, d’ora in poi, avrebbe fatto meglio ad inserire anche lei nei suoi calcoli, se non voleva affidarsi ciecamente al suo aiuto provvidenziale. L’attenzione, prima di tutto. La precisione.
Perché stavolta era chiaro che non si sarebbe trattato di una delle solite sparizioni, la scenografia era troppo complicata, troppo numerosi i fattori in gioco e troppo lungo il tempo profuso. Prima bastava che qualcosa apparisse nel cielo, e in una notte, al massimo nel giorno successivo, tutto era sbrigato, senza che fosse possibile nemmeno stabilire una relazione, se non a posteriori, perché non tutto ciò che appariva nel cielo determinava effetti catastrofici. Né d’altra parte tutte le catastrofi che quotidianamente costellavano la terra potevano essere ascritte ad influenze celesti, altrimenti dove sarebbe andata a finire l’intraprendenza umana? Lui non era certo un fissato che vedeva macchinazioni dappertutto, sapeva distinguere lui, la sua stella gliel’aveva insegnato. Ma stavolta era tutto troppo normale, gli operai erano veri operai, la torre una vera torre e il cantiere funzionava davvero come un normale cantiere il cui solo scopo fosse la ricerca del petrolio.
Se non fosse che lì il petrolio non c’era mai stato, avevano fatto mille perforazioni esplorative un po’ ovunque nella pianura circostante, ma non avevano mai trovato niente, nemmeno una misera sacca di metano. Lui seguiva e non capiva: la normalità lo inquietava, lo inquietava che non succedesse niente, che la gente non avesse il minimo sospetto e addirittura familiarizzasse con le maestranze, sebbene queste evitassero accuratamente di frequentare il paese. Forse andavano altrove, forse venivano rifornite di tutto il necessario dalla ditta (la ditta!) e accumulavano lavoro per prolungare i periodi di congedo affrettandosi a raggiungere le proprie famiglie non appena potevano, ma l’impressione era che fossero barricate nelle roulottes, consegnate nella zona del cantiere come militari di guardia alle polveriere. Normale: incomprensibile.
L’assoluta normalità rendeva il sistema così compatto che tutto e niente avrebbe potuto con la stessa legittimità diventare un indizio: era quindi necessario individuare almeno una piccola falla, trovare una chiave precisa, altrimenti sì che sarebbe piombato nella più completa paranoia. Doveva moltiplicare i suoi calcoli, ricordare tutte le circostanze che avevano accompagnato le precedenti sparizioni e controllare sui giornali se i fenomeni celesti imprevisti che non avevano provocato effetti nella sua zona non ne avessero per caso provocati altrove. Se così fosse stato, avrebbe dovuto inserire altre varianti e configurazioni, prevedere angoli di incidenza diversi forse connessi ad altri fattori di cui non aveva mai tenuto conto. Stavolta non poteva accontentarsi della comprensione intuitiva di chi tanto è sicuro della propria incolumità, sentiva di essere egli stesso coinvolto, anche se ancora non aveva capito come.
Che il basso fosse in funzione di ciò che stava avvenendo in alto, che solo contava veramente, era pacifico; restava da scoprire se tra le stelle sospette e il cantiere c’era veramente un rapporto, e quale fosse esattamente, o se non c’erano altre manovre ben più importanti che il cantiere serviva solo a dissimulare. Dapprima gli era sembrato che si potesse stabilire una relazione precisa tra la crescita della torre e quella della lucentezza della stella madre, ma a torre terminata la stella minore non le aveva ceduto nemmeno la metà della propria e proseguiva il suo lento viaggio verso nord come fosse ancora intatta. Quindi doveva essere la sua rivoluzione ellittica che contava, la sua posizione rispetto non solo alla stella madre ma anche alla sua stella personale, che nel frattempo aveva smesso di sdoppiarsi ma non di brillare a sua volta, e che anzi brillava sempre più. E questo di sicuro un inganno ottico non era!
Ma nell’ipotesi che la sua stella fosse coinvolta, allora una qualche funzione l’aveva lui pure!, e per la prima volta si è spaventato davvero. Stava per accadere qualcosa, qualcosa di terribile quasi certamente, e lui pure, volente o nolente, ne era responsabile! Bisognava correre in fretta ai ripari, operare una manovra che la disinnescasse, una manovra parallela ma di segno opposto. Ma ne sarebbe stato capace? Come avrebbe potuto essere dentro e fuori contemporaneamente? Che valore avrebbero avuto i calcoli di un gioco all’interno del quale il calcolante aveva un ruolo che gli sfuggiva, una funzione determinabile soltanto da qualcuno che al gioco non partecipasse, ammesso che ciò fosse possibile? E chi gli assicurava che ogni sua reazione non finisse per consolidare ciò che invece voleva scongiurare? Gli tornavano in mente tutti i fenomeni dei quali credeva di essere stato solo un disincantato testimone: come considerarli da questa nuova prospettiva? Aveva forse avuto un ruolo anche in essi senza saperlo? Come mai erano stati tanto numerosi proprio nella sua zona, vicino a casa sua, attorno a lui?
Forse erano stati solo degli assaggi in vista di un progetto ben più complesso, degli esperimenti dei quali proprio lui era stato l’epicentro. Forse proprio lui era stato, e certo continuava ad essere, se non la causa diretta di tutto, per lo meno il punto d’appoggio, il rappresentante di altre forze che sulla sua testa convergevano e si accumulavano come in un condensatore per poi ripartire, in minima misura e solo sotto certe congiunzioni, come da un ripetitore per onde radio. Come da una torre! E dunque, se questa volta c’era stato bisogno di una torre supplementare, gigantesca, che affondasse le proprie radici chissà dove nella crosta terrestre, di preparativi così minuziosi che si protraevano da mesi ormai, forse era tutta la pianura, o la penisola, che stava per scomparire. O forse tutto il pianeta, perché era impossibile escludere che anche altrove non fossero in corso analoghi preparativi. Da qualche tempo, ogni giorno negli osservatori gli scienziati scoprivano nuovi buchi neri, comete che si accendevano come segnali, stelle che esplodevano lanciando inutili lamenti tra le galassie, scenari tra i più concupiti ma purtroppo di scarsa sensibilità, e più modestamente sulla terra si registravano terremoti, vulcani che all’improvviso riprendevano ad eruttare o spuntavano inattesi in una sola notte come un nuovo fiore, senza contare le miserabili emulazioni degli uomini. Che le tracce siderali avessero origini quanto mai disparate nel tempo e nello spazio non significava niente, se rispondevano davvero ad un disegno preordinato, perché in questo caso l’unico fatto importante era che solo adesso venivano colte e interpretate, ed anzi che ci fosse qualcuno che le interpretava: lui. “Esagerazioni, insulsaggini!”, pensava però a questo punto: un disegno di tale portata era inconcepibile; e per che cosa poi? Forse addirittura non c’era nessun disegno e semplicemente alcune cose cercavano un assetto migliore. Restavano comunque dei fatti inconfutabili: le stelle sospette, il cantiere, la sua stella, lui e tutta la sequela delle sparizioni. Se qualcosa, date certe condizioni, era successo, qualcosa di simile, poiché ora erano simili le condizioni, doveva per forza succedere.
Che ciascuno raccogliesse ciò che aveva seminato gli stava anche bene; lui però non aveva seminato nulla, semmai era stato inconsapevolmente strumentalizzato, per quanto questo invece di mondarlo da colpe le accentuava, e se ora anche una sola possibilità di rimediare dipendeva da lui l’avrebbe tentata, anche a costo di sopprimersi, non tanto per riscattarsi infine come un salvatore, quanto per evitare almeno quest’ultima umiliazione. I calcoli operati confrontando i risultati delle ricerche d’archivio coi propri ricordi avevano evidenziato, in una buona percentuale di casi, la ricorrenza di alcune configurazioni geometriche, semplici o combinate secondo criteri facilmente deducibili in relazione al numero dei fattori che entravano in gioco. Le figure più semplici, guarda caso, si riscontravano agli inizi: triangolazioni aventi come vertici la sua stella (che dunque non solo era coinvolta in quei loschi traffici ma ne sembrava anzi lo strumento principale, se non addirittura il vero architetto), lui e il luogo scomparso; poi doppie triangolazioni, dei romboidi in pratica, nelle quali a tali luoghi si contrapponeva in esatta simmetria inversa, rispetto all’asse che univa lui e la sua stella, la comparsa in cielo del fenomeno sospetto; e poi triangolazioni triple, quadruple o ancor più complesse se le stelle erano due e ad esse si aggiungevano altri fenomeni sospetti, terrestri stavolta, e nuovi sistemi di riferimento, come punti cardinali, pianeti o costellazioni.
Talvolta queste configurazioni sembravano fare a meno di lui o utilizzarlo come una pedina provvisoria, come in occasione dell’apertura di una voragine in una città nella quale aveva soggiornato per la prima volta fino a pochi giorni prima, spintovi da un’improrogabile smania turistica, lui che di solito era un inguaribile sedentario (che bisogno aveva di viaggiare infatti, dal momento che la sua stella conosceva anche gli angoli più riposti dell’universo?); talaltra si verificavano in zone talmente lontane che immaginare un suo coinvolgimento, e ricostruirne le modalità, era piuttosto difficile; e tuttavia, quando la congiunzione dei fenomeni sospetti terrestri e celesti comportava un rapporto di vicinanza o in qualche modo di simmetria rispettivamente con lui e la sua stella, era certo che un ruolo, e non trascurabile, l’aveva giocato lui pure. Non era riuscito a scoprire quale fosse la relazione precisa tra il numero delle componenti, la specifica configurazione che di volta in volta disegnavano nel cielo e l’entità e le caratteristiche dell’evento terrestre risultante, ma gli pareva che almeno una cosa fosse comprovata: la necessità della presenza di strutture geometriche semplici, che potevano o meno ripetersi, e di tutti gli elementi che contribuivano a formarle, nessuno escluso, come se l’assenza anche di uno solo di essi o l’introduzione della benché minima sfasatura, spezzando il sistema dei vincoli, potessero pregiudicare la riuscita del progetto.
Solo che in genere la ricostruzione completa ed esatta della configurazione non era possibile che a disastro compiuto, perché le triangolazioni celesti implicavano sì delle simmetrie, ma era solo l’evento terrestre a permettere di individuare dove terminavano e cosa costituiva il punto di equilibrio definitivo. C’erano inoltre dei fattori che sembravano giocare un ruolo permanente e che invece all’improvviso scomparivano, e viceversa, o lasciavano il posto ad altro. Nel caso in questione, come valutare la traiettoria della stella minore, l’aumento di lucentezza della stella madre e della sua, la duplicazione permanente dell’una e quella provvisoria dell’altra? A quale configurazione potevano dar luogo, tra di loro e in rapporto al cantiere e a lui? Per quanti calcoli facesse, non emergeva nessuna regolarità, alla precisione armonica mancava sempre qualcosa. E soprattutto non riusciva ad inquadrare il raddoppiamento della stella madre.
Una sera infine, sotto la stella piccola ormai ridotta a un microscopico barlume, è apparsa la luna, una mezzaluna tagliente come una mannaia, essa pure legata alla doppia stella madre da due fili invisibili come un pendolo all’apice dell’oscillazione, immobile per un istante prima di ricadere rovinosamente verso il basso. “Un altro boia celeste!”, sorrideva fissandola soprappensiero dalla finestra mentre con automatismo ne ricostruiva la traiettoria. Fu così che si accorse che se stasera la luna sarebbe passata vicino al barlume, la successiva, quando di esso infine non ci sarebbe stata più traccia, il suo corno superiore ne avrebbe esattamente indicato il posto vacante, appena sotto al Carro che sembrava in procinto di darsi alla fuga. Avrebbe per pochi istanti incrociato quel vuoto, forse proprio per segnalare che doveva essere riempito. Ecco il segno che aspettava! Se qualcosa doveva succedere, quello e nessun altro sarebbe stato il momento.
Continuava però a sfuggirgli la ragione geometrica. Guardava e riguardava la luna, poi la doppia stella madre, la sua, la torre e le proprie braccia appoggiate al davanzale, con la sensazione di aver dimenticato qualcosa, finché gli tornarono alla mente le due cabine tra gli alberi del costone dietro il cantiere, la loro strana inclinazione verso l’alto e le basi parallele alla torre. Forse erano loro ciò che mancava. E cominciò a tracciare per terra e nel cielo tutte le linee possibili, unendo ogni elemento a tutti gli altri, e finalmente l’ordine sospirato prese ad affiorare: le due cabine erano inclinate verso la stella madre raddoppiata, il prolungamento della linea che passava per i centri di questa raggiungeva il corno superiore della mezzaluna, la corda che lo univa all’altro corno puntava verso il foro alla base della torre, da dove la linea poteva continuare verso la sua stella per poi ritornare alle cabine e da qui proseguire ancora verso la torre, e quindi verso la stella madre esterna, di nuovo verso la sua stella e il corno superiore della mezzaluna per chiudersi infine ancora alle cabine, formando così un perfetto pentagono il cui vertice superiore era proprio la sua stella, che del resto anche le diagonali del pentagono glorificavano ripetendone nel cielo la figura.
E lui? Il filo che lo univa alla sua stella sembrava non aver posto in questo sistema. Per terra gli unici riferimenti, oltre a lui, erano la torre e le cabine, che uniti formavano un semplice triangolo isoscele. Il solito triangolo, ma insignificante in questo contesto. Ne percorreva e ripercorreva i lati con gli occhi, quasi a convincersi di un’estraneità alla quale non riusciva a credere fino in fondo, tornando ogni tanto alla stella per averne conferma, quando si accorse di una simmetria talmente banale che soltanto un accecante desiderio di assoluzione aveva potuto tenergli nascosto fino ad allora: il triangolo era identico e aveva la base in comune con quello che si poteva tracciare dalla sua stella alla torre e alle cabine. Di conseguenza anche se si proiettava il pentagono celeste sulla terra, il suo vertice superiore veniva a coincidere esattamente con la sua testa inquadrata dal buio della finestra e tutto tornava a combaciare secondo i peggiori pronostici.
Purtroppo dunque il legame con la sua stella, lungi dall’essere spezzato, si era raddoppiato, e lui, per quanto ormai ostile, continuava ad esserne il funesto rappresentante. Ma ora aveva capito e non aveva più motivo di temere il peso maggiore che gravava su di lui: proprio esso infatti avrebbe garantito l’efficacia della sua opera di controbilanciamento e disattivazione. Perché ora, avendo capito, sapeva anche cosa fare e dove e quando agire, per quanto ancora ignorasse la misura e l’identità di ciò che avrebbe combattuto. Poteva essere l’asportazione della regione corrispondente al pentagono, o ad un cerchio più grande avente per raggio la distanza tra lui e la torre e le cabine; poteva essere che il cerchio e il pentagono fossero solo l’immagine di un volume, un dodecaedro o una sfera, o altro ancora, perché niente impediva, dal momento che la catena dei rimandi una volta messa in moto non aveva ragione alcuna di fermarsi in un punto piuttosto che in un altro, che la stella madre, doppia, reduplicasse il sistema in altre direzioni che sfuggivano ai suoi calcoli e così di seguito. L’importante però era che un sistema ci fosse e che lui ne avesse in qualche modo riconosciuta la legge. Aveva alcune misure, degli angoli, delle proiezioni e soprattutto la certezza del ruolo fondamentale che egli stesso avrebbe recitato in coppia con la propria stella, e tanto gli bastava.
Il mattino successivo lo riservò ai preparativi e ad un’ultima verifica dei calcoli. Quindi mangiò, bevve il caffè, sciacquò le stoviglie, sistemò la cucina e lesse un paio d’orette. Alle cinque si incamminò verso il cantiere, che non si meravigliò affatto di trovare in preda ad una nevrotica alternanza di stasi e fermento perché a momenti si attendeva di vedere il coronamento di tutta quell’immane impresa, anche se lui sapeva che ci sarebbe volute ancora sette o otto ore. La voce era corsa e i visitatori erano piuttosto numerosi, ma tutti accalcati contro il cancello d’ingresso per meglio vedere e per chiedere ogni minuto notizie fresche agli operai che, avendo smesso in buona parte di correre, si soffermavano volentieri a condividere ansie e trepidazioni con quell’ignobile branco di sfaccendati: ilari vittime predestinate, tutti, operai e tecnici compresi.
Lui invece, di soppiatto e con un largo giro, si diresse verso gli alberi del costone per cercare le cabine. Come aveva previsto non c’era più sorveglianza, se mai c’era stata, ma stranamente le cabine non riusciva a trovarle, scomparse come se non fossero mai esistite. Girò a lungo, quasi dubitando di averne dimenticato l’esatta ubicazione. Impossibile, tutti i suoi calcoli sarebbero saltati. Anche se erano state rimosse, doveva essere rimasto qualcosa che indicasse la loro installazione, ma soprattutto che le sostituisse nella loro funzione, magari qualcosa che esse erano soltanto servite a proteggere o, chissà, a caricare, come degli altri condensatori. Infatti, tornato sui propri passi, al loro posto trovò, quasi completamente ricoperta da un sottile strato di terra e di foglie portate dal vento e dalla pioggia, una piattaforma quadrata di cemento dal cui centro emergeva uno spuntone biforcuto di metallo a forma di forcella, inclinato si può benissimo immaginare in quale direzione. Con le mani e un bastone, scavò per un po’ nel terreno molliccio attorno ai bordi della struttura per sondarne la profondità. Il cemento scendeva parecchio, certamente a formare un cubo. Controllò che tra il fitto fogliame la torre fosse visibile e, assicuratosi che nessuno lo avesse notato e lo seguisse, tornò salmodiando a piena voce, ma mentalmente, verso casa.
Fece un lungo bagno e, per ingannare il tempo, osservò come al solito i nèi che costellavano tutto il suo corpo come un firmamento, tracciando linee immaginarie che li univano gli uni agli altri. I nèi! Perché non ci aveva pensato prima? Le figure più ricorrenti, già lo sapeva, erano triangoli e rombi, e più di una volta si era soffermato sui numerosi nei accoppiati soprattutto sul braccio destro: dunque tutto era già scritto sul suo corpo! Se non era mai riuscito a trovare in nessuna parte il marchio inequivocabile della sua stella che tante volte aveva cercato, era perché il corpo stesso nella sua interezza incarnava questo marchio, la mappa dettagliata di tutto ciò a cui era destinato a servire. Per un’ultima riprova cercò anche il pentagono attuale coi due doppi vertici, e manco a dirlo lo ritrovò. Era sulla coscia destra, appena sotto l’inguine: nei che aveva notato già molte altre volte per la loro curiosa disposizione, ma che tuttavia aveva sempre frazionato, chissà perché, in tante diverse figure senza mai giungere a collegarli in quel perfetto pentagono che ora gli balzava evidentissimo agli occhi. Allora uscì dalla vasca e, asciugatosi in tutta fretta, lo disegnò con una matita copiativa blu, colorandone poi la superficie di rosso.
Poi indossò il suo vestito più elegante, un completo di lino bianco, come se dovesse partecipare ad una festa un po’ speciale, e nonostante fossero appena le nove, senza aver cenato uscì di casa. Prese la macchina dal garage e lentamente, controllando spesso il retrovisore, si diresse alla vicina città. Qui si fermò in un bar, fece una telefonata a degli amici che sapeva da tempo in viaggio e quindi raggiunse il loro palazzo. Suonò al citofono, finse di parlare, entrò nell’atrio aperto, prese l’ascensore e salì all’ultimo piano, dove rimase a fumare una sigaretta prima di scendere. Sempre assicurandosi che nessuno lo seguisse, lasciò la città e si diresse verso la zona del cantiere, ma non dalla parte del suo paese. Abbandonò la macchina in un boschetto a un paio di chilometri di distanza e, col grosso zaino che aveva preparato in mattinata sulle spalle, si incamminò verso il cubo di cemento interrato.
Attraversò la campagna senza fretta, ormai incurante degli eventuali inseguitori, gustandone spudoratamente tutti i profumi. La notte era calda, ma l’umidità dell’erba gli intrise i pantaloni fino al polpaccio, rinfrescandolo. Nel silenzio sentiva soltanto la trivella che perforava gli ultimi metri con un rumore che non aveva niente del solito lugubre, ma sommesso e monotono, cigolio: sembravano piuttosto urla di maiali sgozzati. Ne sentiva persino l’odore, sempre più penetrante, insopportabile, finché sulla destra vide un alto muro di cinta e si ricordò che effettivamente lì c’era un allevamento di maiali. Con la scusa di sfuggire quel tanfo affrettò il passo, poi si mise a correre e smise solo quando raggiunse il cubo, poco dopo mezzanotte.
Aveva ancora quasi un’ora di tempo, quindi poteva completare il cerimoniale con calma, celato tra le fronde e senza far rumore per evitare di essere notato all’ultimo momento. Oltre gli alberi il cantiere sfolgorava di tutte le sue insulse luci e si potevano vedere i tecnici e gli operai immobili a naso in su, ma pronti a scattare alla minima evenienza, verso la cima della torre. Estrasse dallo zaino un teodolite e, dopo averlo sistemato a fil di piombo sopra quella specie di forcella metallica, lo puntò alla base della torre e calcolò l’esatta metà della distanza, dove si congiungevano le altezze dei due triangoli isosceli. Purtroppo la metà cadeva appena fuori dagli alberi, di modo che egli poteva sì controllare nel cielo il momento preciso della congiunzione, che peraltro gli avrebbe indicato con altrettanta precisione il suo cronometro, ma si esponeva anche al possibile sguardo dei soliti impazienti che scacciano l’ansia curiosando attorno. Decise quindi di disporre i suoi strumenti dietro il primo filare di alberi e di uscire da lì solo all’ultimo momento.
Quando la luna era ormai nei pressi del vuoto lasciato dalla stella minore, la terra sotto il cantiere cominciò a borbottare e a tremare e tutti si volsero verso la torre. Allora egli piazzò nel punto d’incontro tra le due altezze un cubo di tubolari che aveva già montato e si installò al suo centro; poi si versò in bocca dell’alcol da una bottiglietta, accese una torcia, l’avvicinò alle labbra e soffiò una prima fiammata. In quel momento la torre fu scrollata da una forza tremenda che sembrò sradicarla e una colonna di gas uscì dalla sua cima accendendosi subito, certo non per il contatto con l’atmosfera, e innalzandosi sempre più verso la sua meta, e la sua fonte, celeste. Di conseguenza lui pure intensificò le sue fiammate contro la propria stella, onde restituirle, rivolgendogliela contro, tutta l’energia accumulata da quando era nato.
E lei che lo stava cercando a casa per la solita manovra di riflessione, sicura di trovarlo ignaro come sempre, e come sempre docile, alla sua finestra! Immaginò il suo stupore nel constatare che l’energia non incontrava appoggio e brancolava per ogni dove senza effetto, e poi la stizza quando l’avrebbe sorpreso proprio nell’unico punto in cui non avrebbe dovuto essere, e cominciò a ridere. Lanciava una fiammata, e rideva; un’altra, e di nuovo rideva. Poi appoggiò la torcia a terra, prese una tanica di benzina e se la versò sul capo, e quindi sulle spalle sulle braccia e sulle gambe, e quando sentì che l’energia ormai cieca e incontrollabile della sua stella lo stava raggiungendo, si accinse a dirigere su se stesso l’ultima fiammata per tornare finalmente da dove proveniva. Ridendo, gettò un’ultima occhiata al cielo e alla torre, ma proprio in quell’istante la colonna di fuoco si spense sotto la spinta di un’altra che veniva a sostituirla con un getto ancora più alto, ma non di petrolio: di acqua, di acqua purissima proveniente da chissà quale fiume o mare centrale e che ora ricadeva sul cantiere mettendo in fuga maestranze e spettatori stupefatti, mentre lui, dall’altra parte, ridendo si spogliava, osservava il pentagono sulla gamba cancellarsi e quello nel cielo disfarsi per sempre, e infine si allontanava oltre gli alberi verso la macchina, senza preoccuparsi che se qualcuno lo aveva visto avrebbe potuto richiamare gli altri dalla loro fuga e inseguirlo per fargliela pagare, magari per linciarlo. Correva tra i campi e rideva, guardava il cielo e di nuovo rideva. Rideva.

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