Arte e femminismo: Artemisia Gentileschi – di Federico De Leonardis, feat. Anna Stefi

allegoria della fama
allegoria della fama

[Il pezzo di Federico De Leonardis è qui. Il suo blog è presente fra i nostri link, alla voce “Persone”.]

A casa, di ritorno dalla visita a Palazzo Reale di Milano con l’amico L.G., parlavo del più e del meno con mia moglie, raccontandole con un certo distacco le mie impressioni. Non avevo nessuna intenzione di perdere tempo dietro una mostra dalla quale ero uscito deluso e non certo perché fosse mal organizzata (tutt’altro) o solo mal illuminata (un poco). Nel dialogo mi ha colpito una frase della consorte nella quale era contenuta la parola “poveretta”, perché sapeva dello stupro subìto dall’artista in giovane età dall’amico di suo padre. Ho ribattuto che del suo incidente non mi fregava niente e non ero andato alla mostra per conoscere la sua storia personale, ma il suo prodotto artistico e che questo non mi sembrava eccezionale. Mia moglie mi ha risposto di considerare le condizioni in cui si trovava una donna a quell’epoca e quindi le difficoltà per lei di avere le stesse attenzioni che aveva un uomo, per esempio suo padre, presso la società.

Nell’osservazione di mia moglie è contenuto il nocciolo della distorsione con la quale si guardano le opere d’arte e quindi voglio sviscerare la questione: può essere costruttivo. Alla sua osservazione ho ribattuto facendo l’esempio di Emily Dickinson, che in vita sua aveva pubblicato, mi sembra, solo cinque poesie e che oggi è considerata la voce più forte o comunque una delle voci più forti della poesia del suo secolo e anticipatrice di quella di tutto il Novecento. Le condizioni sociali in cui viveva l’americana forse erano peggiori di quelle di una figlia d’arte nel seicento italiano, ma questo non le aveva impedito, nell’isolamento più totale e nel chiuso della società puritana della Nuova Inghilterra, di levare la sua voce a un livello altissimo, che l’italiana nemmeno ha sfiorato. Artemisia certamente è stata  una donna coraggiosa: la sua corrispondenza ci convince della caparbietà con cui cha saputo vincere la malasorte e rovesciare il verdetto di donna perduta, mettendo su una bottega rinomata. Tanto di cappello. Sfruttando l’ambiente in cui era cresciuta e gli insegnamenti del padre pittore, era diventata una bravissima mestierante, ma nulla più; perché una cosa è l’arte, un’altra sono il coraggio, la virtù, la forza morale.
Forse un artista, così come possiede una lingua elettiva per esprimere quanto ha da dire, non può esser giudicato con le categorie morali, politiche, in una parola sociali, comuni al concetto, al pensiero corrente. Si ha addirittura il sospetto, azzardo, che proprio le peggiori condizioni di vita sociale siano l’humus favorevole al grande artista e certamente è solo la presa di coscienza della insostituibilità del proprio linguaggio, della sua necessità, a fare di Emily una grandissima  e di Artemisia una mediocre. In arte era meglio suo padre, la persona che secondo la morale corrente ha giustificato o comunque coperto lo stupro.
E’ grave la mia affermazione, me ne rendo conto, ma occorre sgombrare il campo dalle categorie con le quali si tende a giudicare un’opera d’arte. Voglio giustificare solo le esigenze dell’occhio e non per estremismo, ma perché sono stufo che lo spicoletterosociomoralismo accampi pretese di giudizio. Il panneggio delle varie Giuditte e Cleopatre e in certi casi l’incarnato sono eccellenti in Artemisia, pessimi gli sfondi, mediocri le luci e la composizione del quadro. Manca comunque sempre quella scintilla che nella stessa mostra paradossalmente si trova per esempio nel suo ritratto eseguito da Vouet o nel quadro di suo padre. Artemisia era una manierista, nel senso negativo del termine, ben attenta agli interessi della sua bottega.
E per concludere contro gli ipocriti, su quel letto spiegazzato che, con la complicità del curatore o della curatrice (femminismo e maschilismo neutri in questo triste caso), un cretino o una cretina (stessa neutralità) ha installato all’ingresso della mostra, sarò brutale: anch’io, maschilista, avrei stuprato la ragazza (o almeno avrei attentato alle sue bellissime virtù). Tanto per parlare fuori dai denti.

FDL

Un intervento al femminile

    Ho trovato molto bello leggere queste parole. Sopratutto in verità leggere di quel “parlare del più e del meno con mia moglie” e dell’immaginare da questo chiacchierare, dal suo “poveretta”, una serie di pensieri che via via prendono corpo. Scusa, vado fuori traccia, ma è che vi è una dolcezza in questa immagine e in quest’idea qui del dialogo che mi ha un poco cambiato la giornata. 
    Ora vorrei invece dire delle cose rispetto a che cosa ho pensato io e perché, pur condividendo il tuo giudizio sulla mediocrità dell’artista, e pur condividendo con te il pensiero che non vi sia scintilla, sono uscita da Palazzo Reale contenta, faretti nonostante, cieli sbiaditi e fatti con poca cura nonostante. 
    Premetto che il letto iniziale, che ovviamente non mi è piaciuto, non mi ha infinitamente infastidito per la sola ragione che sapevo che la scenografia era stata curata da Emma Dante, il che, banalmente, mi aveva preparato (è nel suo stile). 
    Anche io, come voi, ho apprezzato Il panneggio, le vesti quasi croccanti, di carta, l’incarnato luminoso di alcuni quadri – dicevo a Luigi che ho potuto riconoscere quasi due stili, da un lato donne scure, con sopraciglie spesse e volti maschili, duri, dall’altro corpi delicati e volti attraversati da una differente dolcezza. 
    Ma vi è di più. E non è il suo essere stata stuprata, né il suo essere una femminista ante litteram, né quelle lettere – in fondo fastidiose – che vogliono darci un’idea del suo sforzo da autodidatta e della passione – fastidiose per questo. Banalmente sono stati proprio i corpi di donna, il corpo di donna dipinto da una donna: quei corpi e quei volti luminosi, talora abbandonati e talora contratti, conservano in alcune espressioni, come trattenute, dei fremiti e delle pieghe che, non so se abbia un senso, parlano di una certa intimità con il corpo femminile che un occhio maschile avrebbe registrato diversamente. E’ evidente che sia stato il mio sguardo a vedere tutto questo, ma quel che so è che la bellezza di quei corpi e di quell’esser donna è risultata ai miei occhi qualcosa di intimamente legato a una donna che si sfiora, più che a una donna che si offre. 
    Chissà, forse è molto sciocco.

                                                            Anna Stefi

La mia risposta

Mah, probabilmente le modelle dell’epoca, oggetto del desiderio del pittore maschio, perdevano ogni forma di difesa di fronte a una persona del loro stesso sesso e non è certo sciocco dire che esiste una differenza sostanziale in un corpo rilassato e padrone di se stesso e uno guardingo (oppure al contrario teso narcisisticamente a piacere); e questo corpo può addirittura essere visto in modo diverso da un occhio maschile piuttosto che da uno femminile, come tu sembri sostenere nel tuo discorso: forse questo secondo può cogliere finezze che al primo sfuggono. Quando nella comunicazione d’arte è l’esterno a te, quello che banalmente si chiama la realtà, a calamitare i tuoi interessi, la tua attenzione, e quindi quando la rappresentazione sancisce la separazione fra soggetto e oggetto, tutto ciò ha molta importanza; ne convengo. Però proprio qui si è innestato il pregiudizio che fa della persona dell’artista (e di conseguenza della sua caratura morale) una parte integrante dell’opera, in questa scissione. Tu credi che su questo punto così importante la critica abbia saputo fare chiarezza? I ricatti morali si insinuano cattolicamente fra le pieghe delle lenzuola di tutti i letti disfatti! Se leggi il diario di Delacroix e dei suoi rapporti con le modelle, saresti giustificata se arrivassi a chiudere volontariamente gli occhi davanti alle sue tele, per reazione di disgusto, per solidarietà nei confronti di quelle donne trattate in modo indecente dalla penna di quel grande (p.e. “me la sono fatta e ho pagato solo x franchi”, espressione che la dice lunga sulla personalità morale di quel pittore di successo).
Ma faresti un errore, perché ti priveresti di qualcosa. .
E’ questo che ho voluto sostenere quando ti ho accompagnato a visitare la mostra con me. L’arte ha un suo modo particolare di intersecare la vita, di coglierla nella sua epifania e la realtà ha sfaccettature che l’occhio solo morale non può cogliere. La linea sonnolenta nel disegno con cui Matisse ritrae il corpo nudo di sua moglie non sarebbe così dolce, così aderente al suo stato d’animo di pacifico piccolo borghese di fronte al Mediterraneo dell’Estaque (la joie de vivre), se nel suo occhio non si mescolasse anche un desiderio profondo di poter o di aver potuto accarezzare (“sfiorare” è la tua parola) quel corpo.

FDL

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15 risposte a "Arte e femminismo: Artemisia Gentileschi – di Federico De Leonardis, feat. Anna Stefi"

  1. La figura di Artemisia è per molti versi eccezionale, e non in riferimento al fatto che partiva da una situazione psicologica svantaggiata, dall’infelicità personale; ella è veramente un unicum in senso assoluto nel secolo oscurantista e bigotto in cui visse. Ebbe riconoscimenti dii un certo peso già dai suoi contemporanei, e spero non si voglia qui proporre che ciò avvenne perché sin da quell’epoca si lessero le sue opere in chiave femminista: sarebbe anzi vero il contrario.
    Il fatto è che, pur in un periodo storico dove l’uomo dominava senza “se” e senza “ma”, Artemisia fu riconosciuta valida e stimabile in quanto alla sua arte pittorica. Le sue doti di imprenditrice che Lei rileva non sarebbero mai state esercitabili se di base i suoi quadri non avessero incontrato il favore della committenza (o Lei vorrebbe suggerire che è stato grazie al padre che ciò avvenne?), non solo in Italia ma anche all’estero.
    Nel XX secolo, a partire da Longhi che diede un giudizio preciso (e positivo) sulla capacità artistica della pittrice, la critica poi si è allontanata progressivamente da qualsiasi lettura in chiave “comprensiva delle disgrazie personali” e femminista, individuando le radici culturali di Artemisia, sicuramente tangenti al caravaggismo del Meridione italico, ma arricchitesi anche ad altre fonti (che Judith Mann sta tuttora sondando).
    In definitiva, anche se non può incontrare il gusto di chiunque e il suo valore pittorico in alcuni lavori può essere ridimensionato (ma non in tutti, e suggerisco di visionare l’opera omnia, non una mostra parziale) l’artista merita una “personale” e non merita, invece, l’insinuazione che la sua fortuna sia dovuta alla commiserazione per le sue vicende. Se questa è stata avanzata, sospetto sia proprio perché chi ha scritto è affetto dal maschilismo che sostiene di non possedere; nei confronti di un artista uomo un post del genere non sarebbe mai stato scritto, e neppure pensato. La tirata che leggo qui è affine alla voce che negli ultimi anni si è diffusa riguardo ad Alda Merini, e cioè che la sua poesia sia stata sopravvalutata per “simpatia” delle sue vicende personali.
    Argomenti di questo genere sono poco scientifici e professionali. Qualcuno si sognerebbe mai, ad esempio, di sostenere che gli studi di Hawkins vengono presi in considerazione nell’ambiente accademico perché – poverino- è paraplegico?
    Che tirate inutili e vergognose tocca leggere.

  2. Gentile signora,
    la fortuna mi assiste perché la sua tirata è arrivata irruentemente prima che la rivista pubblicasse l’intervento di Anna Stefi e la mia risposta a lei (comunque Lei, se fosse stata meno precipitosa, avrebbe potuto leggerla sul mio blog -www.federicodeleonardis.tumblr.com – e avrebbe evitato questa mia) e ciò rende la mia penna più leggera. Eccola:

    Il femminismo è una malattia, esattamente come lo è il maschilismo, purtroppo molto diffusa nelle persone del suo stesso sesso (e questo è facile attribuirlo proprio a quel male cui Lei ha accennato). Acceca le persone che ne sono affette, fa loro dimenticare la loro femminilità, che esiste eccome!: un meraviglioso dato di natura che non sta solo fra le loro gambe, ma nella loro testolina, generalmente più piccola di quella bovina del maschio, ma forse più favorevole alla concentrazione dei neuroni. La malattia, a volte, impedisce una lettura serena e attenta (Anna Stefi non ne è affetta e il suo intervento al mio scritto non solo è pertinente, ma fa funzionare proprio quei neuroni a cui accennavo, che evidentemente solo voi donne possedete –noi maschi li compensiamo con altri- e produce un’aggiunta, considerazioni che, lo confesso, il mio occhio maschile non aveva colto: forse anch’io sono affetto da coitus interruptus, chissà).
    Mio padre soleva dire, con la sua erre moscia, non pvojceve mavgavitas ante povcos (avrebbe potuto evitare sentenze con tante erre!) e in questo caso io non seguo il suo consiglio e proseguo: fondamentalmente lei non sa leggere. Ma non è questo a preoccuparmi (per Lei., sono protettivo come vede, fa parte dei miei neuroni), perché è un difetto molto diffuso e comunque rimediabile con un po’ d’esercizio. No, quello che mi preoccupa è proprio il coacervo inestricabile di informazione dotta- femminismo (o all’opposto maschilismo), che è piuttosto diffuso e difficile da sradicare.
    Sarò più esplicito ma laconico: che c’entra il sesso con l’arte? La vogliamo finire con questi stereotipi? Se lei si fosse presa la briga di leggere il mio blog (ci vuole un po’ di rodaggio però) avrebbe evitato di dire “cosa mi capita di sentire!”
    Invece cosa è capitato a me di vedere! Ad apertura della mostra a Palazzo Reale, un letto disfatto ben illuminato dava una chiara impostazione alla lettura di quell’artista (la Sua, me la conferma!). Mi sono girate le palle, quelle che da maschio ancora posseggo fra le gambe, e mi sono rivolto col pensiero alla mia cara mamma che dorme sottoterra da quarant’anni: mi ha risposto: hai fatto bene a scrivere quello che hai scritto e non ne cambiare neanche una virgola. Del resto delle interpretazioni dotte degli esperti non me ne frega niente, so leggere da solo le carni i panneggi gli sfondi e cerco sempre la scintilla da chiunque mi venga regalata, senza preoccuparmi di come è fatto il suo inguine.
    Federico De Leonardis

  3. Mi fa un po’sorridere tutta l’introduzione, in cui si presenta come qualcuno di cui si debba temere la pena mordente e affrettarsi a scorrere il blog. Comunque: se io non so leggere, Lei non sa scrivere, almeno non in modo chiaro e lineare. E passiamo oltre.
    Anche a me capita spesso di chiedermi se sia il caso di proicere margaritas ante porcos, mi rispondo di sì la maggior parte delle volte: il dialogo è sempre costruttivo. Quindi ribadisco ciò che mi sono irruentemente e precipitosamente permessa di scrivere (e se si pubblica, meglio accettare con toni più urbani le critiche o levarsi l’incomodo evitando di pubblicare): una cosa è esprimere un parere dii gusto (supportato o meno anche da argomenti scientifici) e su questo si è liberi; una cosa è sostenere he l’artista ha goduo di fortuna immeritata grazie a un datoo biografico, collegato – guarda caso – all’aspetto del genere.

    Devo poi aggiungere a margine che il tono che adopera nei miei confronti conferma ciò che ho sospettato sul suo pensiero, certo sarcasmo viene spesso esercitato verso interlocutori femminili. Quello che ho scritto io sul Suo articolo l’avrebbe potuto pensare e scrivere anche un uomo, e Lei non avrebbe usato certi argomenti nella risposta.
    Tanto dovevo, un saluto e un ringraziamento alla Redazione di Nabanassar per questo spazio.

  4. Grande Fiorella finalmente qualcuno che dice pane al pane a quell’arrogante maschilista di De Lonardis….
    onore al merrito!

  5. premetto che io non conosco sufficientemente Federico per spendermi in sua difesa – o viceversa per attaccarlo. ma quel che mi pare qui importante è che giudicando semplicemente il post si può discutere e essere più o meno d’accordo con quel che dice ma non si può tacciarlo di maschilismo. è proprio un pochettino il contrario, mi pare, dal momento che quel che chiede, e anche questo è opinabile ma non è qui il punto, è che il giudizio sull’arte sia fatto salvo da qualsiasi riferimento biografico e qualsiasi giudizio sul valore o sul contesto della persona (insomma quel che appare chiaro quando mi spiega che Delacroix era un essere odioso, e io avrei preferito non saperlo – ma questa è un’altra storia). insomma non posso, perchè non ho strumenti e competenze, portare acqua a favore del fatto che artemisia fosse o meno una grande artista, quel che so è che se uno non la reputa tale, e mi pare legittimo, è libero di denunciare il pericolo che le ragioni per cui sia stata fatta grande siano altre, e questo mi pare a tutta difesa di quel che il femminismo vuole, e cioè un giudizio epurato da questioni parallele (siano l’essere uomo o donna, nel bene e nel male, bella o brutta, sempre nel bene e nel male).
    di certo una mostra che inizia con un letto sfatto non aiuta a non sentire il fastidio di chi ti pone difronte a un evento prima che all’arte, ma qui la colpa non è certo di artemisia. insomma: liberiamo artemisia da qualsiasi appropriazione indebita, che sia da una parte o dall’altra, e giudichiamo, o almeno sentiamo, cosa hanno da dirci le sue opere. nel sentire un potere in quei corpi dato dalla coscienza del saperli dipinti da mano femminili (mica avrei detto “oh sono evidentemente corpi disegnati da una donna” se non avessi letto il cartellino appiccicato accanto al quadro) quello su cui volevo puntare il dito era proprio che il punto dell’esser donna di artemisia ha da esaurirsi, banalmente, nello sguardo diverso sul mondo. lo sguardo di donna, in tutta la sua infinita differenza, per cui mi viene da dire a Federico che il sesso c’entra sì, con l’arte come con tutto: ma non facciamone una battaglia. anzi.

  6. Grazie a***, mi esenti dal rispondere con (pessima per la signora D’errico) letteratura a quello stupido intervento che mi è capitato di leggere sul mio Artemisia: lo hai fatto egregiamente per me. Certo che il sesso c’entra con l’arte, perché fa parte della vita e come ben puntualizza Charles Debierre:

    La vita crea l’arte distruggendosi
    e l’arte crea la vita distruggendosi a sua volta.
    In questo sta forse il mito dell’Araba Fenice.

    Che altro significato poteva avere il mio accennare alla punta della matita di Matisse?
    Devo proprio ammettere che mio padre aveva ragione.
    Non ho altro da aggiungere oltre a riferire che mi ha fatto molto piacere leggere la tua femminile pacatezza. Ti sono grato anche di questa. FDL

  7. dopo avere visto la mostra, concordo con il post e soprattutto con l’intervento di Anna Stefi.

    “L’arte ha un suo modo particolare di intersecare la vita, di coglierla nella sua epifania e la realtà ha sfaccettature che l’occhio solo morale non può cogliere”

    e quello che vale per Delacroix vale per diversi altri.

    L’occhio sia sull’opera per favore

  8. Cara Margherita,
    colgo l’oddasione per salutare te e la redazione di Nabanassar, con un augurio per questa fine di anno.
    La sintesi della tua ultima frase mi trova pienamente d’accordo, dal momento che è lo stesso concetto da me espressp in questo dibattito.
    Ciao!

  9. ricambio l’augurio e il caro saluto Fiorella, augurio e saluto che è anche a tutta la redazione di Nabanassar (conosco poco questo sito, ma i post che ho avuto modo di leggere sono stati oltremodo interessanti, anzi, qualcuno di essi criticamente stuzzicante :))

  10. Auguri a Voi. Non credo si possa piu’ parlare di redazione di Nabanassar da ormai un paio d’anni, ma la sommatoria dei singoli contributi ancora tiene fede a quel “un sito per la letteratura del terzo millennio occidentale” che sta sotto la testata. Buon 2012.

  11. Siamo adulti, le redazioni sono per i litigiosi, bene così, non fanno per noi.

    Cari auguri di buon anno a voi e a tutti i lettori presenti e futuri,

    Angelo.

  12. Il vespaio suscitato dal mio intervento in campo esclusivamente femminile la dice lunga; i maschi con la coda fra le gambe possono cercare di disporla in posizione più distesa (alias, rilassarsi e dire la loro)?
    Ma continuiamo a parlare di sesso o vogliamo finalmente parlar d’arte? E veramente Artemisia merita tanta attenzione?
    Faccio presente a tutti i commensali del banchetto di fine anno che oltre a Nabanassar, che ha così gentilmente ospitato il mio post e che ringrazio senza ipocrisie sentitamente per la sua ospitalità, esiste il mio blog “Fuori dai denti” (link: http://www.federicodeleonardis.tumblr.com), la cui lettura, in toto ma anche parziale, avrebbe risparmiato tanti ronzii. Scusate se approfitto del meritato seguito che ha il mio ospite per fare a quello pubblicità.
    Ma per non lasciare le mie interlocutrici senza nettare (si sappia che davanti al mio studio ho fatto crescere un glicine gigantesco che dà nutrimento a migliaia di esemplari della loro specie; in termine scientifico si chiama Floribunda) dirò:
    a Valeria Vaccaro, che si nasconde dietro due errori plateali (il suo nome vero è Vaccari e il mio lo conoscete) di smetterla per favore di usare internet (e soprattutto facebook) per sfrucugliare con un bastoncino l’alveare e di predisporsi ad argomentare (di arte naturalmente, non leggerò di suo altre insulse battute con cui infesta la rete: vogliamo per favore fare un po’ di pulizia?), sempre che abbia il coraggio delle sue capacità: si butti una buona volta nelle acque della vita (letali per le vespe) e dimostri pubblicamente di essere quella donna con cervello che conosco.
    A Margherita Ealla, che la ringrazio di avere, come la Stefi, raddrizzato il timone nella direzione impostata fin dall’inizio dal post, ma che la frase citata da lei è mia e non di quest’ultima. E anche questo dovrebbe dire qualcosa
    A Fiorella d’Errico, che a qualcuno che si prenda la briga di leggere tutta la polemica da lei inaugurata (ma ai nuovi venuti consiglio: non ne vale la pena) sarà evidente la sua marcia indietro. non c’è da vergognarsene: solo i cretini non sbagliano mai. I Delacroix, le Dickinson, i Matisse, i Vouet, il Gentileschi ecc li ho citati io e vorrei che se ne tenesse conto.
    All’Alveare tutto: un giorno sono salito sul tetto invaso dalla mia favolosa pianta e ho scosso inavvertitamente un ramo: giuro, un nugolo di terribili pungiglioni mi ha fatto ritirare precipitosamente dentro la finestra da cui ero uscito: non mi hanno punto però. Al che ho riflettuto: intelligenti però questi animali, mi hanno solo dato un avvertimento!
    Pace sorelle e buon 2012

  13. è molto più banale: ho sbagliato a posizionare la citazione, ma avevo ben compreso che è sua.

    Ora, per onestà personale, e non per sodalizio alcuno, devo dire che quel che Fiorella D’Errico dice di A.Merini (peraltro io sono del parere, in disaccordo con Fiorella – ma sull’opera-, che sì, l’opera della Merini sia senz’altro sopravvalutata) e di Hawkins mi pare contenere il richiamo all’attenzione sull’opera.
    Dopodiché, è chiaro che quest’ultima non è mai un qualcosa di avulso da chi la produce, ma sicuramente deve sopravanzarlo.
    Penso che, e arrivo anche al sesso, ci sia spesso nell’analisi critica del Novecento (Freud docet, ecc…) un uso eccessivo dei metodi della psicanalisi sull’autore, il che non è un male, se non fosse per l’intento, nemmeno tanto celato e a volte strumentale, quando non tirato per i capelli, di investire con tali metodi l’opera. Infine, però, io che non sono un critico, ma un mero fruitore (e nemmeno raffinato, anzi nemmeno tanto consapevole), m’importa fino ad un certo punto di questo, io godo l’opera, se la godo (e qui c’è senz’altro, se non sesso, eros) . ciò mi basta

    un saluto a tutti.

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