Incontro a Marabà – di Julio Paredes Castro

[Tratto da Nuova Prosa 56/57 (Greco&Greco Editori) – numero monografico dal titolo “Periplo Colombiano. Arte, musica e narrativa per il nuovo millennio”, a cura di Federica Arnoldi e Fabio Rodríguez Amaya – presentiamo il racconto di Julio Paredes Castro (Bogotà, 1957). Ringraziamo Julio Paredes Castro, Luigi Grazioli, la redazione di “Nuova Prosa” e la Greco & Greco. Su “doppiozero” è possibile leggere tre microracconti di Miguel Falquez-Certain (“Racconti di Triacas”), sempre estratti dal numero in questione.]

julio paredes castro

A E.P. In memoriam

Machado osservò con un certo timore l’immenso cratere scavato nella terra. Calcolò che lo smisurato rettangolo che aveva di fronte, esaminato dalla cima di uno dei suoi margini, superava i trecento metri di profondità. Le pareti di quel caotico abisso non rispettavano nessuna simmetria e la lunghezza di quella più corta doveva superare i cento metri. Machado immaginò una specie di Torre di Babele rovesciata, dove coloro che rimuovevano le pietre e il fango erano impegnati a trovare il centro esatto dell’Inferno. Dal fondo saliva un suono indecifrabile, una mescolanza di rumori che non evocavano alcunché di familiare o di umano. Tuttavia, quell’insolito brusio, che per un momento Machado paragonò a un lamento funebre, era prodotto da circa cinquantamila uomini armati di picconi e badili, alcuni dei quali si arrampicavano con difficoltà lungo quelle che sembravano essere fragili scale di legno, ciascuno portando legato alla testa un piccolo sacco e tutti sorvegliati da un gran numero di guardie collocate in punti strategici. Nell’opacità di quel giorno caldo e umido, Machado riuscì soltanto a distinguere l’odore e il colore del fango.

Il sorvegliante, che aveva accompagnato Machado durante tutto il tragitto e che rimaneva immobile alle sue spalle con il fucile a ripetizione appoggiato a un ginocchio, gli aveva assicurato che quella che stavano osservando era la scala lungo la quale sarebbero saliti i colombiani. Secondo le statistiche ufficiali erano sette in tutta la miniera e soltanto pochi mesi prima avevano ottenuto la concessione che permetteva loro di esplorare lo stretto spazio di tre metri per quattro. Il settore da cui Machado seguiva sconcertato il muoversi lento di coloro che animavano il formicaio era uno dei meno congestionati, come se entro quello spazio la possibilità di imbattersi nella preziosa pepita d’oro fosse ancor più remota. Machado si accovacciò sul bordo, cercò di dominare il senso di vertigine e attese che uno qualsiasi dei colombiani apparisse alla cima della scala.

La está o colombiano – disse dopo circa mezz’ora il sorvegliante appoggiato alla scala.

Machado spense la sigaretta e si avvicinò all’uomo in uniforme. Sul fondo, dove iniziava la scala, si era formata una lunga fila di esseri coperti di fango che con lo sguardo rivolto a terra iniziavano la risalita. Mancava poco più di un’ora alle sei, quando la giornata di lavoro finiva, e in tutti gli angoli della miniera la febbrile attività era aumentata considerevolmente. Con un balzo il sorvegliante scese fino a un gradone irregolare di pietra che formava parte della voragine. Guardò per un istante Machado e con la mano libera sembrò fargli un cenno affinché osservasse il movimento lungo la scala. Nonostante il disordine e la sensazione di paralisi prodotta dall’insopportabile quantità di fango, i corpi che risalivano i fragili gradini procedevano con un ritmo sincronizzato e agile. Machado non distolse lo sguardo dai sacchi che erano legati alle fronti e che gravavano sulla schiena di ciascuno. La spropositata frenesia che incalzava questa specie unica di minatori sembrò a Machado la parodia di un mito antichissimo che, sebbene si svolgesse ai confini estremi di un mondo dimenticato, racchiudeva ancora il potere e la capacità di definire e spiegare il singolare destino degli uomini. Forse, immaginò Machado, anche suo fratello era giunto fino ai margini di questo inspiegabile abisso per comprendere la stessa cosa.

Nuova Prosa 56/57
Nuova Prosa 56/57

Quando i minatori avevano raggiunto la fine della parete, si dirigevano immediatamente verso i lavatoi. Passarono una cinquantina di uomini, poi il sorvegliante urlò “colombiano”, indicando a Machado con la punta del fucile il corpo che in quel momento si stava aggrappando alla sommità della scala. L’individuo non sembrò rendersi conto del grido del sorvegliante e proseguì il suo cammino senza fermarsi. In pochi secondi l’uomo scomparve fra il groviglio dei corpi. Nonostante la fugacità dell’incontro, Machado constatò che si trattava di un uomo anziano, senza dubbio invecchiato precocemente, e che, come tutti gli altri, indossava una maglietta e dei pantaloncini che si distinguevano dalla pelle soltanto per le grinze lasciate sulla tela dall’umidità e dal fango.

Gli uomini non smisero di spuntare dalla scala. Le loro figure, coperte da un consistente strato di fango, assomigliavano a creature che fossero appena passate dal tavolo da trucco di un pagliaccio demente. Ciascuno, giungendo alla sommità, ripeteva quasi con lo stesso tono la sbuffata prodotta dal corpo che lo aveva preceduto. Machado con lo sguardo cercò il sorvegliante, ma questi sembrava essersi disinteressato della sua presenza e stava parlando con alcuni minatori che gli indicavano qualcosa giù in basso. Machado comprese che era inutile rimanere lì altro tempo e decise che avrebbe cercato il gruppo dei colombiani per parlare con loro quando questi si sarebbero ritirati nelle baracche che fungevano da alloggio.

Dopo aver bevuto un caffè denso e poco aromatico, Machado cercò un posto dove riposarsi. Aveva guidato tutto il giorno e la notte precedente aveva dormito pochissimo. A poco a poco si formarono le lunghe code per ricevere il cibo. Machado immaginò che avrebbe dovuto lavare il volto di ciascun minatore per riuscire a identificare i lineamenti di suo fratello. Da sei mesi aveva ormai perso le sue tracce a Paramaribo, ma solo tre settimane prima, grazie a un’amica comune, era venuto a sapere che il fratello aveva progettato di viaggiare sino a Manaus e da lì risalire verso Marabá per poi seppellirsi nella Sierra Pelada. Al principio, la notizia lo aveva sconcertato perché a quell’epoca immaginava suo fratello come un assiduo frequentatore di qualche ippodromo di Parigi, Enghien o Trembley, esaltato dalla forza degli animali, oppure in un porto come Cadice, disposto a trasformarsi in un abile pescatore sulle coste africane e riusciva persino a convincersi, senza poter fare a meno di fantasticare, che la sua avventura si stava realizzando a Buenos Aires, in piena estate, appoggiato a una colonna la cui ombra lo proteggeva dal calore, incantato ed emozionato dalla melodia di un tango interpretato da Eduardo Donato, il suo musicista preferito.

Machado aveva imparato a divertirsi inventando una direzione specifica per la sorte di suo fratello. Simile a un sacerdote che, compiendo un certo rituale segreto di espiazione, osasse ripercorrere il cammino del passato fino prendere contatto con il punto iniziale, Machado, quasi tutte le sere, da quando suo fratello sembrava essersi irrimediabilmente perso, si gettava sul letto e senza alcuno sforzo si abbandonava alla perlustrazione mentale di un luogo remoto e nuovo dove l’altro avesse incontrato, per esempio, la felice compagnia di una donna affettuosa e comprensiva. Machado voleva a ogni costo trovare la chiave che gli rivelasse il motivo della fuga improvvisa del fratello. Tuttavia, con il tempo le vicende assunsero per Machado forme intricate, capricciose contorsioni che finirono per logorare la sua mente. Così, quando tutte queste parole, mai scritte, si svuotarono di senso, Machado letteralmente si alzò dal letto e senza indugio iniziò l’inseguimento-ricerca di suo fratello.

L’inizio della conversazione con i colombiani non fu per nulla facile. Le costruzioni improvvisate che servivano da alloggio per il gruppo dei sette uomini creavano una sorta di nucleo indipendente, come se la disposizione del piccolo tugurio esprimesse una bramosia di differenziarsi impossibile da appagare nelle profondità del cratere che formava la miniera. Rimaneva ancora un po’ di sole quando Machado si avvicinò alla baracca. In quel momento c’erano soltanto quattro dei sette uomini che lui pensava di trovare. Tutti risposero al suo saluto con un monosillabo. Machado sentì un lieve tremore salirgli su per le gambe quando si rese conto che il gruppo lo guardava fissamente. Riconobbe il vecchio che aveva visto concludere con uno sforzo estremo la risalita della scala e che nel momento stesso in cui gli rivolgeva un rapido sguardo continuava, seduto su una panca, a rammendare un paio di pantaloni strappati. Gli altri, senza cambiare espressione, attesero che Machado parlasse.

-Siete colombiani? – chiese alla fine, avvicinandosi un po’ di più. Gli uomini si guardarono con diffidenza e, dopo una pausa, uno di loro che stava seduto sul paio di tavole che servivano da gradini di accesso a uno degli alloggi, si alzò e riducendo lo spazio che lo separava da Machado chiese con il marcato accento di una delle regioni occidentali del paese:

-E com’è che lo chiede?

-Qualcuno di voi ha visto questo uomo?- ribatté Machado, dopo aver tolto dal taschino della camicia una fotografia in bianco e nero porgendola all’altro.

L’individuo prese la foto e dopo aver dato una rapida occhiata al volto che gli porgevano la passò agli altri. Quando la fotografia ritornò di nuovo nelle mani di Machado nessuno aveva dato una risposta.

-E com’è che lo chiede? – ripeté l’uomo in piedi dinanzi a Machado, come se quella domanda fosse la dichiarazione definitiva che riassumeva tutte le risposte, non solo la sua ma anche quelle dei suoi compagni.

Era un tipo basso, corpulento, ed era l’unico dei quattro che era ancora coperto di fango. Portava in testa una specie di casco ricavato da un brandello di quei sacchi che usavano per trasportare la terra e i detriti. La maglietta, ancora umida, sembrava irrimediabilmente appiccicata alla pelle e il grosso nodo con cui l’aveva legata, lasciando scoperta la pancia, sembrava un ombelico sproporzionato e mal fatto. I buchi nella tela della maglietta potevano sembrare macchie d’olio sulla superficie di un brodo. Aveva il naso grosso e l’iride di uno degli occhi era diviso in due dalla macchia di una cataratta. Aveva le guance solcate da linee verticali di fango secco che davano l’impressione di essere i segni di un trucco sfatto da un pianto copioso.

-E’ mio fratello- rispose Machado, quasi con un sospiro, dopo che ebbe esaminato l’individuo.

L’uomo girò il volto e scambiò un rapido sguardo con quelli che stavano dietro di lui. Con una lieve modulazione della linea che costituiva le sue labbra disse:

-Sì. Qualcuno di noi l’ha conosciuto.

Machado rimase sconcertato dal passato che l’uomo aveva usato nella breve frase.

-Lo avete conosciuto?- interrogò con cautela, cercando di avere una conferma che la forma verbale indicava che stavano parlando di qualcuno che non era presente.

-Già- rispose l’altro, mentre cambiava la posizione delle gambe, -Era un matto- commentò, quasi sorridendo, uno dei due uomini che sino a quel momento erano rimasti in silenzio.

Machado studiò le mani del vecchio che non aveva ancora terminato di rammendare i pantaloni. Gli altri due fumavano con parsimonia, aspirando ed esalando il fumo come se lo stessero provando per la prima volta. L’uomo piccolo sembrava semplicemente aspettare che Machado gli rivolgesse un’altra domanda per continuare nel suo ruolo di interlocutore. Era evidente che quegli individui conoscevano tutti i dettagli della storia che riguardava suo fratello. Forse, suppose Machado, quella era la storia che aveva cercato per così tanto tempo; l’avventura finale che, nel corso degli anni, avrebbe finito per trasformarsi nell’estremità di quel filo che stava tirando senza molto successo, e nella quale tanto i fatti quanto le parole che la costituivano avrebbero assunto un significato definitivo e trasparente. Il presentimento lo confortò ed ebbe il sospetto che il suo ruolo di nomade nella saga del fratello stava per concludersi.

-Sapete qualcosa di lui?- chiese Machado dopo la pausa di silenzio. Offrì una sigaretta all’uomo piccolo. La luce era sempre più scarsa.

-Ce ne sarebbero molte di cose da raccontare- disse l’individuo dopo aver espirato con forza il fumo.

-Raccontagli- intervenne di nuovo quello che aveva fatto l’ultima osservazione.

-Cosa voleva sapere?- chiese il piccoletto alzando la voce.

-Quello che può dirmi- rispose Machado.

Prima che l’altro iniziasse a parlare, uno scoppio improvviso di grida e fischi si levò a poca distanza da dove si trovavano. Vi fu una specie di fremito generale e Machado nell’oscurità riuscì a distinguere le ombre di vari uomini che correvano verso il luogo dove sembrava trovarsi il centro del tumulto. Nessuno nel gruppo che stava con Machado si mosse e dopo pochi minuti la calma ritornò. Machado ricordò che in quel paese improvvisato di cinquantamila abitanti sommersi nel fango non c’era una sola donna. Quasi nello stesso istante in cui le grida si spensero una debole luce elettrica illuminò le tenebre. Le grida e gli applausi si rinnovarono immediatamente.

-Come ha detto il mio socio- prese a dire il piccoletto non appena l’ambiente ritornò alla normalità –quel tipo, suo fratello, non era del tutto a posto con la testa…

Fece una pausa. Accennò a togliersi il casco, poi proseguì:

-In fin dei conti era un tipo simpatico. Aveva combinato un sacco di cose e tutti noi ridevamo delle sue storie. Ma ha voluto fare il furbo e questo lo ha fregato…

Si interruppe e volse di nuovo lo sguardo alle sue spalle. Il vecchio era scomparso e gli altri due, senza alzare gli occhi da terra, seguivano con attenzione le sue parole. Quello che stava raccontando indugiò prima di riprendere, giocherellando un po’ con il fango secco che gli copriva le gambe.

-Il fatto è che lui ha voluto nascondere una pepita, e allora gliel’hanno presa…

-Che significa che gliel’hanno presa?- interruppe Machado.

L’uomo cercò lo sguardo degli altri prima di rispondere.

-La questione –proseguì- è che in questo posto uno non può fare scemenze, mi capisce?… Tanto più se è un colombiano.

-Allora che è successo a mio fratello, se ne è andato?

I tre uomini reagirono al contempo con una breve risata.

-Insomma, amico, come si dice da queste parti, gli hanno dato il benservito – concluse l’uomo allungando la cadenza delle parole.

-E lui era in società con voi? –chiese.

Nessuno rispose immediatamente e Machado avvertì che la domanda era stata inopportuna.

-Ecco, fino a quel giorno…, sì –rispose l’unico dei tre che non aveva aperto bocca.

Seguì un silenzio prolungato. L’uomo che aveva di fronte si voltò ed entrò in una delle baracche che fungevano da alloggi. Machado esitò nell’andarsene. Anche gli altri scomparvero senza guardarlo.

Iniziò a cercare l’uscita e all’improvviso una mano lo prese per il braccio, con forza. Scoprì il volto del vecchio e non capì se l’uomo lo guardasse con apprensione o con sdegno. Lo lasciò prima di dire:

-Ascolti un paio di cose- iniziò, senza alzare la voce.

Machado attese, il cuore come una sfera impazzita dentro il petto. Immaginò che finalmente l’ombra di suo fratello cominciasse a farsi chiara. Il vecchio proseguì, con la voce aspra di quelli che fumano quasi rabbiosamente:

–  Sono state dette tante cose. Ogni tanto in posti come questo arrivano individui che dalla sera alla mattina si trasformano in leggende. Ne ho conosciuti parecchi ed è sempre uguale. Come nelle carceri. Lo so perché è da molti anni che faccio questo mestiere. Ma il tipo di cui lei parla è stato una faccenda a parte. Al principio mi era piaciuto. Mi faceva ridere… Era come avere un bambino libero di girare in questo posto, rotolandosi senza paura in tutta questa merda. Perfino i raccoglitori, che non hanno nemmeno tredici anni, lo consideravano come un fratello più piccolo…

Machado provò a sorridere. Cercò nella sua memoria un momento che coincidesse con la descrizione che l’altro aveva appena finito di fare. Era sempre stato giocherellone e affettuoso, volle dire, ma il vecchio proseguì, come se ripetesse un resoconto noioso e insignificante:

-Di recente ho sentito dire che era riuscito a fuggire –smise di parlare e si guardò indietro. Forse controllava che non lo stessero sorvegliando. –Aveva un sacco di debiti. Ma questo lo ha già sentito. Dicono che andò a sud, nella foresta… Dicono anche che due uomini lo abbiano ucciso a botte e alla storia ci aggiungono anche una donna.

Il vecchio smise di parlare e alzò le spalle un paio di volte, un gesto con il quale sembrava indicare a Machado che non gli importava in quale modo fosse andata a finire. Sputò e guardò il cielo.

Machado comprese che la conversazione era giunta al termine. Tuttavia, non poté muoversi e come se all’improvviso una voce gli stesse parlando all’orecchio, ricordò con chiarezza il paragrafo, imparato a memoria tanto tempo prima, che, come un credo, aveva scelto per serbare l’immagine, semplice e felice, che riassumesse la sorte desiderata da sempre per suo fratello: “Starà incitando i suoi cani in qualche posto sperduto dell’Alaska, guardando verso il cielo bianco, pensando che molto presto incomincerà la tempesta di neve. Si sentirà protetto dal freddo dall’enorme giacca di pelle, dagli stivali e dai guanti, e starà pensando al paio di whisky che avrà bevuto insieme i suoi compari alla taverna.” Il vecchio sparì senza salutare.

Decise di ripartire quella sera stessa e guidare fino a Marabá. Via via che si allontanava dalla miniera la storia gli sembrava sempre meno verosimile. Non soltanto per la natura di invenzione assurda che l’immenso cratere di fango possedeva, ma anche per la sequela di casualità che lo avevano condotto fin laggiù. Non lo persuadeva l’idea di mettere fine, dopo un tragitto di così tanti chilometri, al gioco proposto in modo tacito tra lui e suo fratello. Riteneva dovesse esistere un fine segreto che giustificasse la ricerca in sé. Il finale lo coglieva di sorpresa e si sentì un po’ imbrogliato da questo epilogo. Diede con il palmo della mano destra diversi colpi forti al volante ed emise un verso simile a un ululato.

Dopo un paio d’ore di guida fece sosta accanto a un corto ponte che attraversava una gola. Prima di scendere, cercò la pistola che teneva nascosta sotto il sedile posteriore del fuoristrada. La notte era limpida e temperata. Si avvicinò fino alla riva del fiumiciattolo e contemplò la lucentezza dell’arma sul palmo aperto della sua mano. Sentì il freddo del metallo. Ne saggiò il peso come se l’avesse messa sopra una bilancia, e, all’improvviso, comprese che in quell’istante non gli sembrava difficile convincersi di una verità vecchia e banale, che però mai prima d’ora si era manifestata nei meandri della sua mente con una chiarezza tanto spaventosa: esistevano due cose che gli suscitavano un profondo terrore. Una, era non essere in grado di riconoscere se stesso, non riuscire a trovare un’immagine nella quale poter palpare e identificare il suo volto. L’altra, che considerava più orribile, era giungere alla piena convinzione che l’immagine che aveva per riconoscersi fosse l’unica, benché questa non fosse fedele e non coincidesse con i suoi desideri. Sapeva che questo era un assioma di fronte a cui molti uomini erano caduti fulminati, come se ciò che veniva chiamato destino li avesse portati al cospetto di una sfinge distruttrice. Altri, avevano spremuto all’estremo quelle parole, fino a deteriorarle. Nel fondo di quella frase risiedeva l’unica e vera ragione della fuga di suo fratello, ciò che lo aveva condotto fino ai gironi di quell’inferno di fango, trascinandosi dietro Machado.

Tranquillo, e più lucido che mai, Machado soppesò di nuovo la pistola nella mano e con un vigoroso movimento di tutto il braccio la scagliò verso l’oscuro rivolo d’acqua.

Traduzione di Erminio Corti

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