I “Racconti immobili” di Luigi Grazioli (Seconda)

[Pubblichiamo la seconda di quattro puntate sui “Racconti immobili” (Greco & Greco, 1997) di Luigi Grazioli.]

Racconti immobili
Racconti immobili

La sbarra sugli occhi

Mentre sto leggendo sul balcone, sul lato in ombra della casa, nel mattino già afoso di questa afosissima estate, oltre il giardino vedo passare in bici una giovane donna, bionda e minuta, col figlioletto accomodato su un seggiolino alle sue spalle. La guardo, la vedo, ma è come se non la vedessi. Infatti la sbarra trasversale dell’inferriata le sega a metà la testa all’altezza del naso e degli occhi. La seguo con lo sguardo sperando nell’apertura del cancello alla mia sinistra non dico per riconoscerla (mi sembra di non averla mai vista prima), ma quanto meno per farmi un’idea completa del suo viso. Devo vederlo, è necessario che lo veda, mi dico, anche se non so perché, anche se sono lontanissimo da qualsiasi curiosità erotica o d’altro genere. Anzi, la necessità è più impellente proprio perché vuota, immotivata. Invece, quando la ciclista arriva al cancello, che nel mio condominio non è mai stato chiuso negli ultimi quindici anni, l’estrema propaggine orizzontale di un ramo del cedro che mi sta di fronte prosegue con sardonica precisione il lavoro di ostruzione della sbarra trasversale, fino a quando non inizia la siepe che recinge i bidoni della spazzatura, che esclude ogni vista ulteriore. Dopo un quarto d’ora, durante il quale proseguo la lettura mentre il retrobottega della mia testa annebbiata dal caldo e dal fumo dell’ennesima sigaretta si fissa con desolante insistenza su questo passaggio che difficilmente potrà ripetersi, la donna ritorna. Mi accorgo di lei quando ha già passato il breve intervallo vuoto del cancelletto d’ingresso al condominio alla mia destra, anch’esso aperto ininterrottamente da almeno quindici anni. La donna pedala con questa striscia marrone che le cancella la parte mediana del viso, con la fronte e la sommità del cranio che scivolano autonome a mezz’aria lungo un piano che sembra puntare con decisione verso il prato al di là della curva che la strada opera seguendo i confini del giardino, mentre le narici, la mascella e il mento restano collegati al corpo sottostante che a questo punto mi accorgo di non aver nemmeno guardato, come se fosse stato privato di ogni interesse dall’impossibilità di definire gli occhi e la sella del naso. Invece di aiutarmi a ricomporre la parte mancante, l’insieme ne è stato prima frantumato e poi cancellato. Aguzzo lo sguardo ma la ciclista è scomparsa, non l’ho vista nemmeno svoltare. Al suo posto resta solo la linea continua della sbarra che, noto adesso, dalla parte che guarda verso di me è cava.

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