Il cerchio [da Ovidio, Amores, II 15; trad. Rendo]

Cerchio, morsa al dito della padrona,
cerchio, che senza l’amore di chi dona
                           nemmeno esisteresti, va’
gradito a colei che felice t’accoglie
e subito al dito infila.

Le stia bene tanto
quanto lei a me le stringa
a modo il dito.

Beato te, maneggiato dalla padrona
e povero me, perché ho fatto dono?
Potessi lampo mutarmi in cerchio
aiutato da Circe e dal vecchio Proteo.

Allora, se di lei desiderassi toccare il centro
e metterle la sinistra sotto la tunica,
precipiterei, stretto aderente, dal dito
allargatomi, per magia, le cadrei in petto.
Se potessi sigillare scritti segreti,
– pietra e cera volendo –
la sua bocca umida premerei prima.

Solo non mi tocchi chiudere scritti
                                     [per me dolorosi!

Se mi toglierà per incantesimarmi
nella bara strettissimo al tuo dito
dirò: “No, non esco!”.

Vita mia, né disonore, né peso
al tenero dito. Tienimi ai bagni caldi
                                                            [anche
accetta i danni dell’acqua alla pietra.

Ma, a vederti nuda le mie membra
prese da libidine
e come quell’anello trapasserò.
Farnetico? Intanto parti, piccolo dono:
lei senta la mia scienza.

***

Anule, formonsae digitum vincture puellae,
in quo censendum nil nisi dantis amor,
munus eas gratum; te laeta mente receptum
protinus articulis induat illa suis;
tam bene convenias quam mecum convenit illi
et digitum iusto commodus orbe teras.
Felix, a domina tractaberis, anule, nostra;
invideo donis iam miser ipse meis.
O utinam fieri subito mea munera possem
artibus Aeaeae Carpathiive senis!
Tunc ego si cupiam dominae tetigisse papillas
et laeam tunicis inseruisse manum,
elabar digito quamvis angustus et haerens
inque sinum mira laxus ab arte cadam.
Idem ego, ut arcanas possim signare tabellas
neve tenax ceram siccaque gemma trahat
umida formonsae tangam prius ora puellae.
Tantum ne signem scripta dolenda mihi!
Si trahar ut condar loculis, exire negabo,
adtringens digitos orbe minore tuos.
Non ego dedecori tibi sim, mea vita, futurus,
quodve tener digitus ferre recuset, onus.
Me gere, cum calidis perfunderis imbribus artus,
damnaque sub gemmam perfer euntis aquae.
Sed, puto, te nuda mea membra libidine surgent.
Et peragam partes anulus ille viri.
Inrita quid foveo? Parvum proficiscere munus;
illa datam tecum sentiat esse fidem.

Ovidio, Amores, II 15

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Il quadrato della fatica sopprime il
cerchio dell’ignoranza.

Il cerchio è all’esterno, il quadrato ben
protetto. La forma alla materia e il cerchio
mangia il quadrato, il cubo sprofonda
nella sfera.

Per cosa combattono le mille mosche
cavalline sulla groppa? Per la gravità.
L’indiscriminatezza è alla paga della
superficie e tappa il basso continuo.

Faccio questo, ma anche quest’altro e questo;

mai, però, faccio solo questo,

mangiando quest’altro e questo.

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