Le stanze in affitto di Fred l’antidivo – di Stefano Ferreri

Non potevo proprio lasciarlo passare inosservato, come la quasi totalità delle uscite non recensite altrove, questo ritorno in pista dopo cinque anni del vecchio Fred M. Cornog. Eh sì. Non soltanto perché si tratta di un album rimarchevole, diciamo ben sopra la sconfortante media attuale, ma anche e soprattutto perché il suo autore rientra agilmente nel novero dei piccoli grandi misconosciuti artisti americani che negli anni novanta erano spuntati come funghi nel sottobosco alternativo ed ora sono quasi in via di estinzione, rassegnati all’anonimato, travolti dai loro stessi eccessi, bruciati e riciclati o molto semplicemente morti. Cornog non è morto, no, e veste anzi come pochi altri i panni dell’autentico sopravvissuto, del miracolato se preferite. Nel suo passato c’é stato di tutto: partito come semplice impiegato con l’hobby del fai da te musicale, delle canzoni apparentemente senza pretese registrate sul suo ministudio Tascam 388, il cantante che all’epoca non aveva ancora moniker d’alcun tipo perse il proprio lavoro e scivolò a rotta di collo in un baratro di alcolismo, dipendenza dalle più svariate droghe e vagabondaggio, finendo a mendicare nella stazione ferroviaria della città degli Yo La Tengo, Hoboken. L’incontro con la collega Barbara Powers, destinata a divenire sua compagna di vita, è stata la vera svolta di un’esistenza che pareva già indirizzata verso un epilogo miserabile. Ripulito, guarito, riequilibrato, Cornog ha trovato uno studio decente in cui sfogare la sua vera passione, una piccola etichetta a gestione familiare (Hell Gate) oltre ad uno pseudonimo artistico che da lì in poi ha sempre accompagnato le sue sporadiche ma preziosissime uscite discografiche. La sfilza delle cassette e dei sette pollici licenziati in pochi mesi a cavallo tra anni ’80 e ’90, in un frangente tanto convulso quanto stimolante, ha fatto breccia presso la mitica Sarah Records, la crema per l’indie-pop mondiale in quel periodo, assicurandogli una visibilità insperata ed un contratto attraverso il quale pubblicare finalmente un EP (il meraviglioso ‘Goodbye California’, 1993) con tutti i crismi. L’apprezzamento di un estimatore importante come Kurt Wagner, leader dei Lambchop e personalità chiave alla Merge Records, è valso come lasciapassare per la tranquillità artistica, con un contratto da lì in poi puntualmente rinnovato ed una “casa” solidissima grazie alla quale costruisi una carriera indipendente ricca di soddisfazioni per quanto sempre e comunque anomala. Non è un forzato del music business o dello star system il vecchio Fred, tutt’altro: scrive e registra solo quando avverte il prurito giusto, non porta mai in tour le proprie canzoni e per mantenersi si accontenta del proprio onesto impiego da commesso in un grosso store di bricolage, dedicando il tempo libero alla moglie ed alla figlioletta di otto anni. Praticamente un alieno nella sua sconcertante ed ordinaria umanità. Forse il segreto della sua magia risiede proprio in questo basso profilo che ha filtrato come per principio ogni sregolatezza, privilegiando solo il genio espresso sempre limpidamente e con la parsimonia di chi preferisce nel frattempo anche vivere una vita fatta di affetti, buon senso, concretezza.

Come detto è trascorso un lustro abbondante dall’ultima uscita, il non proprio indimenticabile ‘What Are You On?’, mentre il capolavoro ‘The Gasoline Age’ ha passato da un pezzo i dieci anni di vecchiaia e l’esordio sulla lunga distanza (‘Shining Hours in a Can’) si avvicina ai venti. Il progetto East River Pipe non ha comunque stravolto le peculiarità di una cifra espressiva sempre molto personale, recuperando anzi qualche punto in termini di incisività del songwriting. ‘We Live in Rented Rooms’ è l’ennesimo disco casalingo della sua produzione anche se lo spirito che lo anima è ben diverso dal pauperismo modaiolo ed insincero (ed anche un po’ sciatto, diciamolo) di tanto lo-fi oggi in circolazione. Anzi, a suo modo Fred Cornog si conferma un cultore appasionato e devoto del pop più raccolto, una prerogativa estetica che il Nostro ha ribadito con ostinata fermezza negli anni. Lo sguardo è rimasto quello di sempre, affettuosamente rivolto alla quotidiana e logorante lotta di resistenza di un’America minore, di eterni perdenti (‘Bring On The Loser’, cantava qualche anno fa nello splendido‘Poor Fricky’), derelitti e piccoli criminali. Se possibile si è anche affinato. Come il buon vino, East River Pipe migliora in questo con la maturità, imponendosi come specchio sempre più fedele di un’ampia realtà da molti ritenuta scomoda o comunque non meritevole di riguardo. Ed il nuovo East River Pipe non perde molto tempo per presentarsi. ‘Backroom Deals’ è perfetta come biglietto da visita e testimonianza di un’intera poetica: tra indole sorniona ed assoluto disincanto (“The whole world is made on backroom deals”), dolcezze chitarristiche e tenero nihilismo, il primo nome a venire in mente è quello del burbero delicatissimo per antonomasia nel medesimo contesto, quel Mark Oliver Everett che nei panni di Mr. E ha dato forma negli stessi anni ad una trama esistenziale ed artistica non troppo distante. A cercarle bene tra le pieghe di ‘Payback Time’ o ‘When You Were Doing Cocaine’ , non è difficile reperire tracce del dignitosissimo candore cantautoriale di Mr. Cornog e della sua estrema autenticità. La prima è una strepitosa nenia polverosa “da reduce” a base di chitarre serenamente fiammanti ma senza scorie lancinanti, angosciosa virulenza o tentazioni enfatiche. La seconda è un voce e piano vellutato, notturno, in cui le riflessioni di Fred riescono dirette e spregiudicate senza smentire comunque la serenità di fondo, quella matura consapevolezza di un artista cui non servono espedienti drammatici o forzature per arrivare al cuore di chi ascolta.

Non nasconde la propria fragilità l’atipico indie-pop all’americana di Cornog, ritagliandosi un’aura di intimismo nostalgico che non ha nulla di affettato e nella sua essenzialità può ricordare il Lennon domestico degli ultimi anni (‘Summer Boy’). Anche nella pulizia rigorosa, nelle frequenti mitigate del piano, nella fede(ltà) incrollabile verso le care vecchie tonalità pastello (‘I Don’t Care About Your Blue Wings’), il cantautore del New Jersey è abilissimo nell’evitare la comoda ipocrisia del melenso e punta al meglio su un modernariato indispensabile, a livello formale, per preservare le canzoni dall’eccessiva obsolescenza già percepibile in sede di scrittura. Soprattutto si apprezza una discreta varietà di soluzioni, sufficiente a caratterizzare in maniera diversa i dieci brani che compongono l’album, senza impedire solo per questo uno sviluppo coerente al disco stesso nel suo insieme. Se la già citata ‘Payback Time’ rivela affinità curiose con i Mercury Rev (innocui) di‘Secret Migration’‘Three Ships’ ricorda la lenta malinconia di Alun Woodward (voce maschile dei Delgados), ‘Conman’rispolvera certi atmosferici voce e chitarra del Wayne Coyne estatico e meno briccone degli ultimi dischi dei Flaming Lips (un titolo per tutti, ‘My Cosmic Autumn Rebellion’) mentre la languida e narcotica ‘Tommy Made a Movie’ mostra più di un’analogia con l’ultimo Destroyer nell’analogo recupero di stilemi pop anni ’80 (ma con più calore). Nel calderone c’é spazio anche per altre reminescenze, più orientate comunque verso la tipicità del marchio East River Pipe (ormai si può a ragione parlare di marchio, considerato lo spessore di una cifra espressiva tra le più riconoscibili dell’indie made in U.S.A.). Difficile non tornare con la mente all’artista che forse più di tutti gli altri ha palesato una chiara affinità nei confronti della creatura musicale di Mr. Cornog, perdendosi nell’incanto, nelle dilatazioni, nel cantato filtrato e nella bellissima coda infiammata di ‘Cold Ground’: Mark Linkous alias Sparklehorse, un grande che con Fred aveva in comune la spiccata sensibilità e molto altro ancora. Volendo ritrovare però solo e soltanto East River Pipe tra i più diretti rimandi, il consiglio è di affidarsi a quello che può facilmente essere considerato il suo nuovo classico: ‘The Flames Are coming Back’ – le fiamme stanno tornando – ironico riferimento al proprio turbolento passato a tempesta ormai trascorsa e felicemente archiviata. Il refrain rompe i consueti indugi introspettivi per dar voce al bisogno di apertura di un autore che, ancora una volta, si conferma solare, comunicativo e toccante come pochi altri in circolazione.

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