Scrittura d’artista: Francesco Lauretta su “Nuova Prosa” 55

[Pubblichiamo tre dei ventidue “Racconti funesti” di Francesco Lauretta, apparsi su “Nuova Prosa” 55, nella sezione “Scrittura d’artista”.]

F. Lauretta, “Dall’increazione”

8. Allegoria e malinconia.

Era fantastico, non potete capire adesso, quando, giovanissimi, con Salvo andavamo a santa Maria Maggiore per andare a vedere gli affreschi di Olivio Sozzi. Passavamo ore intere col naso all’insù incantati da tanta bellezza e con timore –eravamo sempre dentro la casa di Dio-. E’ noto che in sagrestia c’è la mummia del sommo pittore siciliano, visibile sempre purché il cancelletto d’ingresso sia aperto. E una mattina andammo come al solito e quella volta ci fermammo proprio all’ingresso della cella dove è in vetrina il piccolo corpo di quello che fu Sozzi. Sopra l’ingresso una tela enorme c’era e commentavamo questa pala perché delusi delle forme, e sicuro doveva essere un quadro minore di Sozzi altrimenti erano inspiegabili quei corpi deformi, non perfetti come quelli affrescati nella cupola e nei soffitti della chiesa mariana e, come un soffio prima e poi un Ooooh, ascoltammo. Fu in un battito di ciglia che mi trovai all’ingresso della chiesa mentre Salvo se ne stava impalato davanti all’ingresso della cella. Hai sentito?, mi disse con gli occhi sbarrati e luccicanti di ceruleo, spaventato a morte. Hai sentito anche tu?, tremante come una foglia io.

9. La vita postuma.

Chiamammo mio fratello maggiore perché la mamma non dava segnali di vita da giorni. Stava stesa sul letto e ogni giorno pareva l’ultimo. Era giunta la sua ora. Era un mercoledì ed eravamo tutti nella sua camera, io, le mie due sorelle con i rispettivi mariti. Ogni tanto i ragazzini entravano curiosi ed eccitati dopodiché sparivano sghignazzando facendo andare fuori di testa le donne. Ed ecco che arrivò Giovanni dall’Emilia, elegante, affannato e confuso entrò quasi inciampando in camera. Le due sorelle lo abbracciarono e baciarono scontrandosi tant’è che credetti che qualcuno si fosse fatto male. La mamma, come sta la mamma? E a quelle parole assistemmo a un prodigio. In quel momento la mamma s’alzò di busto e guardandoci tutti, ispezionando la stanza con occhi folli, ci fece il segno dell’ombrello, tiè-tiè-tiè, disse, credevate che stessi morendo? E schiantò che pareva morta di cent’anni.

12. Speranza e morte della bellezza.

Mi piegai per prendere un pomodoro, uno dei tanti che galleggiavano sul campo a perdita d’occhio. Era talmente bollente che dovetti buttarlo in fretta nella cesta per non scottarmi le mani. Fischiettavo Intensamente Mosaique di Ivan Fedele e mi proiettavo nella cappella di Notre Dame del XII e XIII secolo quando componevano i primi organa. Chissà come dormivano i pittori e se ce n’erano! E mentre, un pomodoro mi scoppiò tra le mani e una nuvola di moscerini bianchi mi coprì gli occhi. Così sorprendentemente imbiancato interruppi il mio brano: un protettore dovrei dipingere! Un Parnaso, un poeta laureato. Dove sono i miei protettori?

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