Secondo frammento da “Figura di schiena” – di Luigi Grazioli

 

Bruegel Il Vecchio, "I mietitori"
Bruegel Il Vecchio, "I mietitori"

Tuttavia, se penso alla figura di schiena che si allontana, vedo un uomo che si separa sì dagli altri uomini (che volge loro le spalle), ma verso il mondo. Tra gli uomini c’è già stato, ma non da pari. Se a qualcuno era pari, lo era tra gli inferiori, ma non assieme a loro, uguale ma diviso e senza possibile unione. Forse si è anche illuso che questa unione fosse possibile: ora non più. Ora si volta e se ne sta, o se ne va, da solo.

Non che rifiuti la compagnia di altri: rifiuta solo l’unione, l’assimilazione. La mistica dello stare con non gli fa né caldo né freddo. Ogni volta che gli è capitato o ha scelto di stare con, ognuno era cancellato, e i risultati non gli sono piaciuti. Vincere è stato uguale a perdere. È ineluttabile? Sarà… ma lui non ci sta più. Il problema, forse, era che, allora, era di nuovo un mettersi di fronte come avversari, cioè di nuovo un voltare le spalle al mondo, e non un volgersi verso di esso che non implicasse il mettersi di fronte agli altri come antagonista.

Quando ha partecipato al gioco, ne è stato lo strumento, forse credendo per qualche tempo di esserne il protagonista (l’attore), e ora non vuole più parteciparvi, lo dichiara non suo: se non può farlo cessare, che almeno non ne sia complice. Perché ha imparato che per farlo cessare deve condividerne la logica, e quindi riprodurla. O almeno è questo che crede, ora. Per ora.

Per essere una figura di schiena non è necessaria la forza: basta la debolezza. La sua, se forza è, è la forza della debolezza (anche quando sembra esercitare violenza, è quella di un subordinato, di uno che ha ricevuto un ordine o una minaccia, o ha fatto propria la violenza di un altro: il che la dice lunga sulla sua mancanza di forza propria).

La figura di schiena è l’uomo che ‘semplicemente è’ senza essere ‘qualcuno’, e per certi aspetti si ricollega a quanto dice Giorgio Agamben della “nuda vita” in Homo sacer. Ciò che egli fa è ciò che semplicemente si deve fare per poter semplicemente essere: attività anonime, ‘servili’ (fig. 51) nel senso in cui un servus è un uomo che non lo è del tutto, un uomo senza diritti che non siano quelli del suo semplice essere (se diritti possono essere chiamati, questi, dal momento che diritti ‘veri’ ne ha solo chi è qualcuno, uno che ha un nome, un posto: un civis).

Voltarsi, costringere l’altro a chiamare o a esercitare violenza perché gli si risponda, non è però un modo per vincere perdendo: è, secondo questa prospettiva che essa non condivide, proprio una tattica risolutamente perdente e basta, senza che nessuna strategia la riscatti a lungo termine. Non voglio vincere facendo il morto: voglio essere vivo senza vincere né perdere, senza nemmeno la consolazione di pensare che tanto, alla fine, si perde comunque, tipica di chi almeno qualche volta vincere avrebbe voluto.

E’ questa, infatti, gente senza memoria (che non ha né merita memoria), gente al di là della memoria e persino dell’oblio. Gente che non può essere ricordata né dimenticata, perché nessuno si è mai preso la briga di tramandarne la memoria, e non l’ha fatto perché loro niente hanno combinato che di essere tramandato fosse degno. Alcuni forse hanno fatto qualcosa di male, ma ad altri della loro risma, o come strumenti di una volontà altrui, mentre la stragrande maggioranza ne è andata esente, come non ha fatto (sembra) niente di bene del resto: si è limitata a vivere senza contrastare apertamente le regole della società e della natura, cercando di barcamenarsi nelle difficoltà che l’una e l’altra le opponevano, puro strumento, ancora, della perpetuazione dello stato di cose così come l’aveva trovato. Eppure già l’aver fatto poco o nulla di male dovrebbe essere ascritto a sua gloria perenne; e invece no: per meritarla, sembra, occorre averne fatto una certa quantità, qualcosa occorre aver forzato, qualche equilibrio infranto, spezzato qualche linea, qualcosa oscurato, altro portato alla luce. Aver cercato di vivere e basta, a quanto pare non basta.

[…]

Io sono sempre stato attratto da ciò che non ha bisogno di essere visto, per essere. E’ certo una forma di invidia primordiale, assoluta. Gli uomini (e quindi anch’io), e tutti gli esseri viventi, è come se volessero essere visti per quello che sono, come se lo supplicassero, quasi che questo bastasse per essere amati (e forse lo è). Le cose invece no.

Chi si fa fare un ritratto desidera essere visto, ed essere visto per quello che è, ma di fatto più per quello che pensa di essere o che vorrebbe essere; e anche le cose a volte sembra che ci chiamino perché le guardiamo per quello che sono, lasciandole essere, ma in realtà siamo noi a chiamarci in esse, lasciandole essere solo perché allora non le vediamo, e perché forse non potremmo vederle altrimenti. La pittura dà a vedere la forza di questo voler essere visti, prima ancora che la forza del voler vedere e che quella di ciò che viene ad essere come essere nel visibile.

La figura di schiena si dà a vedere nel sottrarsi al visibile (che è il volto delle cose, anche): a volte vorresti che si voltasse e pensi a come sarebbe, ma attrae perché non lo fa, e non lo farà mai. Per sempre sarà questa impossibilità (e non incapacità) di voltarsi; per sempre farà a meno di essere amata e tu dovrai amarla, se proprio, per questa sottrazione e per questa impossibilità (per tale ragione spesso viene rappresentata come odiosa). Dovrai amare, in essa, la non pertinenza dell’amore; amare che l’amore, a volte, non è pertinente, e che per molte cose non lo sarà mai. E che appunto questo le rende amabili.

Luigi Grazioli, diritti riservati

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2 thoughts on “Secondo frammento da “Figura di schiena” – di Luigi Grazioli

  1. A proposito, la prossima settimana, giorno 10 marzo, inaugura Giuseppe Armenia presso la galleria di Federico Bianchi, a Milano, titolo: Vanità. Ci saranno “figure di schiena” e scarpe sospese…

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