Il vecchio Bob (un omaggio a Robert Pollard e al suo nuovo disco) – di Stefano Ferreri

Se non c’è notizia dietro ogni nuovo album di Robert Pollard, perché perdere tempo a parlarne? Giusta osservazione. Allora, Robert Pollard non fa notizia, mettiamola così, sembra un dato di fatto. Perché scrivere allora qualcosa del suo nuovo album – nuovo finché non uscirà il prossimo, ovviamente, diciamo tra cinque o sei mesi – ‘Space City Kicks’, quando ho lasciato andar via senza mai citarli i suoi quattordici predecessori, o quelli pubblicati a nome Boston Spaceships, o Takeovers, o chissà che altro. Beh, in primo luogo perché mi sembra giusto finalmente spendere due parole per lui. Assurdo aver tirato su il mio blog venticinque mesi fa senza aver mai neanche nominato uno degli autori fondamentali con i quali sono cresciuto negli anni ’90. Un artista più attuale e attivo che mai, oltretutto. Bene, allora approfitto di questa nuova uscita per dire che i Guided By Voices mancano come l’aria nell’asfittica scena del rock indipendente. Ogni anno perdiamo un sacco di tempo a celebrare questi o quegli emergenti, nuove sensazioni, nuove vie alla musica alternativa, nuovi rimescolamenti stilistici per lo più inutili e già decotti al battesimo del fuoco, l’ennesima replica warholiana di repliche warholiane precedenti. A far difetto però non è tanto – o non solo – la qualità sul piano formale. A mancare, non mi stancherò mai di ripeterlo, è quell’urgenza, il sanguinamento nei suoni e nelle parole, la dinamite di una musica che non nasca con le ganasce delle pianificazioni a tavolino, del prodotto di marketing, dell’immancabile strizzatina d’occhio all’ascoltatore. Sembra uno di quei luoghi comuni che io per primo ho sempre cercato di negare e combattere, eppure le classiche buttate giù per gli ultimi due/tre anni non lasciano molto spazio ad una diversa verità: il livello si è abbassato inesorabilmente, già solo un confronto tra gli ultimi due decenni si risolverebbe con esiti impietosi e la tendenza sembra ancora più marcata con gli sconfortanti mesi che ci siamo appena lasciati alle spalle. Giusto parlare dei Guided By Voices e della loro assenza pesante, giusto farlo oggi che Pollard ha licenziato forse il suo album solista più guidedbyvoicesiano e si appresta a riesumare la vecchia band per una serie di concerti americani. Ebbene, con il vecchio Bob tutto è più complesso. Leggi: infarcito, discontinuo, smodato, imprevedibile. E d’altro canto con il vecchio Bob tutto è molto più semplice: lineare (nella discontinuità), riconoscibile, sempre identico a se stesso. Pollard è davvero uno di quelli che non cambiano mai, e grazie al cielo. Mai una virata verso il noise-pop paraculo oggi così di moda (anche se – è certo – ai tempi poteva essere un compagno di banco dei Jesus & Mary Chain); mai un dischetto con le stimmate weird o il rancidume tipico di casa Woodsist, per quanto i pischelli lanciati dalla label newyorkese siano tutti andati a lezione dal maestro elementare (no, non è uno scherzo) di Dayton, Ohio; nessuna inappropriata svolta folk, o country, o dark-wave, o synth-pop, nessuna canzone inquinata dalla solita stramaledetta elettronica. Nient’altro che vecchio rock strascicato, tagliente, rombante, di tanto in tanto confezionato nella carta colorata di qualche squisita primizia pop o dilatato in fugaci miniature post. Ecco, “dilatato” in realtà non è proprio il termine più adatto a fotografare la sua musica. Se c’é un elemento che più di altri ha rappresentato la grande specificità pollardiana nel microcosmo indipendente è stata la sua propensione al frammento, una vera e propria arte in un certo senso. Impressioni più che canzoni, senza riguardo per i canoni delle case discografiche ma con il placet rinnovato della Matador, la sua casa negli anni d’oro.

Questo nuovo disco ha ridestato in me il piacere assoluto provato quasi immancabilmente al cospetto dei Guided By Voices. Dentro gli ingredienti sono proprio gli stessi, ovviamente con meno brillantezza rispetto a capolavori come ‘Alien Lanes’ o ‘Bee Thousand’ ma con intatta la fragranza sincera della musica scritta e suonata con passione, senza ragionarci troppo su. Un giorno forse scriverò un pezzo apposta per la band, magari anche presto se la momentanea reunion si trasformasse in qualcosa di più serio. Per ora posso limitarmi a dire che il primo loro disco acquistato a scatola chiusa è stato ‘Under The Bushes, Under The Stars’, ed è stata per quella mia versione ancora minorenne una mezza folgorazione. L’incontro con quel che aveva un senso definire indie-rock, prima che le etichette fuorvianti della promozione interessata sputtanassero anche quella definizione. In quell’album vive l’essenza artistica di Pollard, una spinta che si intuisce abbastanza nettamente anche nel recente ‘Space City Kicks’ (meno che nei GBV ma comunque più che in tanti altri lavori realizzati da solo, il che è incoraggiante). A lasciare il segno sono certe sgommate di pop-rock schematico e molto alla mano, in questo caso particolarmente ben riuscite: pezzi limpidi e trottanti come ‘Touch Me in the Right Place At the Right Time’, ‘Something Strawberry’, ‘Stay Away’ e soprattutto ‘I Wanna Be Your Man in the Moon’ – sofficemente rock, ruvidamente easy – canzoni che il vecchio Bob non ha mai smesso di scrivere e che a me hanno ricordato quasi subito l’immediatezza compatta di ‘Mag Earwhig!’. Ecco, avrei voluto scrivere “del capitolo più accomodante e curato della sua discografia”, poi stamattina ci ho dato una ripassata e…beh…non l’ho trovato certo meno incendiario degli altri episodi. Il ché in un certo senso andrebbe a ridimensionare proprio ‘Space City Kicks’, cosa che non ho intenzione di certificare. Il nuovo Pollard, come il vecchio, è gradevolmente arruffato e sbilenco (‘Sex She Said’), gronda riverberi e non lesina sulle bordate di sano nichilismo, sempre e comunque rispettando il verbo bozzettistico della vecchia formazione. Dall’uomo che ha sconfitto anche Nick Saloman a.k.a. Bevis Frond alle olimpiadi dell’incontinenza e della sovraesposizione discografica, era lecito attendersi non solo LP a scadenza fissa ogni cinque mesi, ma anche opere stipate all’inverosimile di brani. Non fa eccezione questo titolo più recente anche se, fermandosi a 18, forse è addirittura sotto media. Per il resto tutto quanto coincide con l’impronta sonora che Bob ha sempre regalato di sé: tornano a fare capolino la bassa fedeltà rumorista (‘Picture a Star’, l’iper-pollardiana ‘Spill The Blues’), l’amarezza gentile in salsa elettracustica (‘Woman To Fly’: il genere è ‘Not On War’, per chi la conoscesse), incubi sonori tutti laminature e cambi di ritmo (‘Children Ships’) e addirittura motivetti unplugged con il dono della sintesi (‘Into It’). Già, il dono della sintesi. Beh, nel vecchio Bob questa è sempre stata una preziosa certezza e guai a parlare di riempitivi anche se di rado si va sopra ai due minuti di lunghezza. Pure dei mini-segmenti come questi sono abbastanza se riescono a tradursi in veri e propri inni al disincanto: anche a questo giro ce ne sono diversi, dalla superba (autobiografica?) ‘Follow a Loser’ alla deriva decadente di ‘Tired Life’, ritratto impeccabile del rocker indifferente che non nasconde se stesso né la propria ostinata riluttanza al compromesso. Il vecchio Bob, appunto.

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