The Divine Comedy live a Torino (9/12/2010) – di Stefano Ferreri

Considerazioni in ordine sparso dal blocchetto degli appunti:

– Artista, da calendario: The Divine Comedy. Tecnicamente ha però ragione il poster dell’evento, che specifica in piccolo “An Evening With Neil Hannon”, casomai ci si aspettasse una band vera e propria.

– Niente gruppo infatti, sul palco solo il pianoforte a destra e chitarra e microfono a sinistra. E’ annunciata come antipasto una biondina irlandese, Cathy Davey, ma quelli qui affianco si dicono certi che non la si vedrà. Si vedrà.

– Attesa limitata. Sale un tizio robusto e barbuto che non è Hannon – e non è la Devey a maggior ragione – con un paio di bottiglie di vino tra le mani. Versa del rosso in un calice poggiato su uno sgabello accanto al piano. Lascia entrambe le bottiglie in loco. La seconda è di bianco. E’ segno che evidentemente ci siamo. Quel po’ di disappunto lo lascio volentieri ai soli fan di Cathy Devey, sempre che ne esistano e siano qui adesso. Improbabile comunque.

– Segnali con torce elettriche tra il tipo del locale ed il fonico sul soppalco in fondo alla sala. Nell’ombra a lato del palco si intuisce la presenza di un’altra persona, minuta, con cappello e valigetta: cinque centesimi che è lui.

– Scommessa vinta. Arriva camminando come uno scolaretto. E’ vestito come un travet molto british, impeccabile, circa anni ’40: completo grigio elegante, camicia bianca, cravatta appena appena allentata, scarpe Camper di una linea evidentemente classic oriented. Entra tra mille inchini, brandisce la stessa pipa che ha sulla copertina di ‘Bang Goes The Knighthood’, saluta i fan togliendo e rimettendo un paio di volte la bombetta. Siparietto carino chiuso con queste sibilline parole: “È quel che faccio per vivere…”.

– Risate. Se ho intuito lo stile e la trama, posso azzardare che saranno le prime di una lunga serie.

– Il folletto nordirlandese si accomoda davanti al piano. Ripone la pipa nella borsa, prende il bicchiere, beve un sorso. Pare già entusiasta dell’accoglienza, del vino poi non ne parliamo. Ha la barba incolta ed è magro, magro da far paura.

– Così parlò Zarathustra. Accennata a mo’ di riscaldamento, figurina nel prontuario degli scherzi, ogni nota una strizzata d’occhio a noi spettatori che dopo pochi secondi già lo adoriamo.

– Non è tutto una burla Neil Hannon, anche se a guardarlo in faccia lo si potrebbe pensare. Subito ci tira fuori un paio di pezzi di feroce malinconia, ed è assolutamente sobrio e decadente anche senza altri accompagnamenti. Una ‘Assume The Perpendicular’ così, semplice ma vibrante, è ben diversa da quella sfarzosa del disco ma indiscutibilmente viva.

– Da sottolineare: Hannon dal vivo è genuino. Ecco, ben evidenziato.
Rincara la dose con ‘The Complete Banker’, dopo la generale euforia di uno dei suoi vecchi classici. La voce è fantastica: profonda, sicura, invecchiata, sapida. A colpire però è soprattutto l’esecuzione. Senza formalismi, pulsante ma distesa, originale e fedelissima al tempo stesso. Non mi capacito di come possa suonare familiare e insieme stravolta, quel che certo è che è un grande piacere. Ciondolante, dilatata, qua e là frenata ad arte da Neil che si sofferma ironicamente su questa o quella frase (“Numbers never lie”), senza smettere di ammiccare a noi che siamo neanche un metro sotto di lui.

– Mentre raccoglie proposte per una scaletta in progress da chiunque abbia un titolo da suggerire, mentre abortisce con un “Merda! Troppi accordi!” un pezzo sul quale già aveva manifestato dubbi al momento della richiesta, un primo semplicissimo ragionamento si impone: nell’uguaglianza “pauperistica” di un set solo voce&piano, cavalli di battaglia e brani nuovi si fronteggiano in una sfida ben più equilibrata che sul mio Ipod. Le differenze di rango sono annullate in un pareggio sostanziale, anche se il livellamento tende comunque verso l’alto.

– Nuovo appello. La ragazza accanto, quella che conosce ogni singola parola di ogni singola canzone – e le canta tutte, stramaledizione! – la butta in burla quando Neil chiede un titolo dal sapore natalizio. ‘Last Christmas’. Lui raccoglie la sfida senza scomporsi (ma trattenendo a stento la propria ilarità) e incanta anche col muffito pop planetario del George Michael che fu. Dannatamente in gamba, Mr. Hannon!

– Al giro successivo riprende a sfottersi. Poche note della sempre magniloquente ‘Sweden’, “Accidenti. Sembro Wagner”. Versione scintillante. Poi ‘Everybody Knows (Except You)’, senza la maschera del buffone. Un capolavoro di leggerezza ed emozione.

– Quando, bicchiere alla mano, annuncia di voler suonare un po’ la chitarra, ed ancora si spende in elogi sul nettare di Langa, ecco il suo roadie venire verso di noi con una bottiglia di bianco ed una pila di bicchieri di plastica. “Vino per tutti!”, chiosa impugnando l’acustica.

‘Perfect Lovesong’, estremamente rilassata. Una discreta libidine. Il fatto di aver iniziato a contrattaccare nei confronti della vicina, cantando anche più forte di lei, parla chiaro. Sentendo poi citare (a proposito) Beatles e Beach Boys tra le righe, attestando le ottime doti da artigiano demodé del cantante di Londonderry, mi domando: e se suonasse proprio così la perfetta canzone d’amore?

– Fermi tutti. Versione da pelle d’oca di ‘A Lady of a Certain Age’, semplicemente strepitosa. Hannon dimostra cosa significa interpretare una canzone, anziché limitarsi a cantarla. La rilegge, la rimette in scena, le da nuova linfa e sa replicare la stessa malinconica decadenza che gli arrangiamenti sontuosi avevano creato in studio. Quegli archi bellissimi non ci sono, eppure non se ne sente la mancanza.

– Ora, delle due l’una: o lui è un mago, o sono magici i suoi pezzi. Di riffa o di raffa, chapeau.

– Dopo queste due chicche pazzesche, eccolo di nuovo al piano. ‘Generation Sex’, l’ha chiesta il tipo dietro di me. Con un altro trucco trasformista, vien fuori pimpante come non mai. Neil incalza con una ‘Plough’ molto più lenta e teatrale, ma anche questo cambio d’abito rientrava nel suo copione d’artista fuori copione.

– No, non perde un colpo. Ed anche questo vino è incredibilmente buono. Il trip sul ‘National Express’ è una festa. Non che avessi difficoltà a immaginarlo ma, insomma, con tutti quei “Ba Ba Ba Da” mi sono superato. Peccato che nell’euforia generale si siano un po’ persi. D’altronde lo dice anche il testo: “Everybody sings…”. Verissimo, accidenti. Una macumba collettiva.

“Che cosa ci faccio qui? Ohh, un concerto…Già! Beh, allora battete le mani e tenete il tempo per me”. E battiamo le mani ed ecco ‘Indie Disco’. L’inno. L’anti-inno. Quel che è. Una meraviglia ragazzi. Neil rimpiazza le voci femminili con il falsetto e, da non credersi, gli riesce alla grande pure quello. La tizia qua accanto gli da manforte e non sbaglia un’entrata o un’intonazione. Andrà a finire che lui la assumerà come corista e mi diventerà persino simpatica.

– Ancora il falsetto, ancora una polifonia simulata. Incredibile cover movimentata di ‘Don’t You Want Me’ degli Human League, suonata con piglio ludico incrociando le mani, e tutti lì di nuovo a cantare, compresa la mia vicina che sa anche questo testo a memoria.

– Mi sembra di sognare. Cosa diavolo c’era in quel vino, si può sapere?

– Altra terna di chicche alla chitarra: ‘Alfie’, frizzante; ‘Lost Property’, straziante; ‘Songs of Love’, deliziosa. Tutto è formidabile in quest’uomo. I modi da briccone garbato, lo stile – qualcosa di innegabile in lui – e quell’accento fantastico che si impone di smussare, senza troppo successo. L’impressione è che Neil si diverta non meno di noi in questo scambio serrato di battute e complicità, cui lui aggiunge l’arte con generosità infinita. Sembra impossibile, eppure…se finge lo fa talmente bene che c’è da inchinarsi lo stesso al suo cospetto.

– Domanda se qualcuno tra noi si sente “happy”. Raccoglie consensi come neanche Bossi ad un raduno a Pontida, quindi insiste sornione: “Not hopeless bored?”. Adorabile fetentissimo cacciatore d’applausi.

– Nuovamente si propone per suonare qualche titolo dalla wishlist comunitaria dei fan. Furbissimo Hannon. Schiva con scuse sempre più pirotecniche i brani che non fa mai, per poi approvare con l’aria di chi ti fa un vero favore uno di quelli che esegue praticamente ogni sera. Anche illusionista l’amico. Poi però gli capita il caso in cui la proposta di turno è così stramba o inattesa che non raccoglierla sarebbe un delitto. Lo sa bene, da abile commediante. Quindi ‘Wanderwall’ ce la regala, ridendo di gusto e trasformandosi in una (comunque deliziosa) caricatura di Liam Gallagher. “Avrei detto ‘qualcosa che NON volete sentire’” e chiude con un “Dio, la odio…”. Che spasso!

– Le note della Marsigliese dicono ‘Frog Princess’, Neil Hannon dice “Venitemi dietro”. Chiaro il programma? Con ogni probabilità è il pezzo più partecipato della serata ed io mi ritrovo imprigionato nel ritornello, un’altra volta, portato via come dalla corrente.

“Quale parola usate voi per dire joke?”. Scherzo. Barzelletta. Ecco. Neil pretende una barzelletta per continuare. “If you know a funny joke, then tell it now…”. Ancora una volta è chiarissimo dove voglia andare a parare. Come sostiene in ‘Can You Stand Upon One Leg’, raccontare una barzelletta che faccia ridere è più difficile di quanto si creda. Un po’ come stare in equilibrio su una gamba sola, battere papà a scacchi, scrivere una canzoncina sciocca, tenere a lungo una nota. E’ il dazio da pagare per godersi il suo equilibrismo vocale nella canzoncina più sciocca del concerto. Gliela racconta – indovinate un po’ – la mia vicina, ed è così puntigliosa nello scherzo da sfoderarne una che ha proprio le gambe come tema, la superclassica “Perché le donne hanno le gambe?”. In tutta risposta Hannon cita di nuovo se stesso da quel testo (“That’s not bad, I’m impressed”) e pare sinceramente divertito.

– Per la cronaca, alla fine del pezzo nessuno riesce a tenere quella nota come lui. Era più difficile di quanto immaginassimo tutti, evidentemente.

– Non facciamo in tempo a rilassare i muscoli destinati al riso che il biondo quarantenne di Londonderry ci sorprende ancora con un’ultima repentina virata verso il nostalgico. ‘Tonight We Fly’. Se non è la più bella canzone dei Divine Comedy, poco ci manca. Un inno spensierato alla vita, con tutta la sublime leggerezza di cui Hannon è capace. Un momento liberatorio da assaporare ad occhi chiusi. “Happiness is so hard to find” – canta lui – ma è certo che stasera ce ne ha servita una fetta niente male. Col rosario di tutto ciò che si lascia indietro quando è tempo di bilanci, idealmente voliamo via con lui, tutti quanti.

Qui finiscono i miei caotici appunti e non sto a citarvi quel paio di bis in coda, né l’ultimo sorso di vino. Ce n’è già abbastanza per azzardare che, forse, il mio premio per il miglior concerto quest’anno se lo cuccano i Divine Comedy. Pardon, Neil Hannon.

SETLIST: ‘Assume The Perpendicular’, ‘The Summerhouse’, ‘The Complete Banker’, ‘Last Christmas’, ‘Sweden’, ‘Everybody Knows (Except You)’, ‘Your Daddy’s Car’, ‘Perfect Lovesong’, ‘A Lady of a Certain Age’, ‘Generation Sex’, ‘The Plough’, ‘National Express’, ‘At The Indie Disco’, ‘Don’t You Want Me’, ‘Becoming More Like Alfie’, ‘Lost Property’, ‘Songs of Love’, ‘Wanderwall’, ‘The Frog Princess’, ‘Our Mutual Friend’, ‘Can You Stand Upon One Leg’, ‘Tonight We Fly’. ENCORE: ‘I Like’, ‘Lucy’.

Stefano Ferreri

[tratto da http://www.indie-rock.it/concerti_recensioni_look.php?id=791]

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