Primo frammento da “Figura di schiena” – di Luigi Grazioli

Gerard Ter Borch, "Uomo a cavallo"
Gerard Ter Borch, “Uomo a cavallo”

Mi piace pensare alla figura di schiena come all’imperfezione che il vetraio non aveva saputo eliminare già nella fabbricazione dello specchio, e alla sua diffusione e al suo cambiamento di statuto come al sassolino che lo incrina.

Sottraendosi al visibile e al giudizio senza entrare nel suo merito, senza neanche discutere, e mostrandosi come il visibile che impedisce di vedere, essa lo fa vacillare. Il fastidio che ne deriva è che questo non rientra nemmeno nelle sue intenzioni: ne risulta come effetto secondario, casuale e accidentale, e ciò è ancor più fastidioso per chi lo subisce, tanto più intollerabile quanto più ci fa caso. Lei invece se ne frega.

[…]

Invece di cercare un contatto con chi agisce nel quadro o fuori di esso, osservandolo, come fanno coloro il cui sguardo è visibile, la figura di schiena è tutta presa dal dentro, perché è talmente presa da ciò che sta facendo (ma più che un fare, il suo è un eseguire, il rispondere a un ordine, esterno o interno) o che si svolge, o dimora, sotto il suo sguardo a noi invisibile, da finire col dimenticarsi, o col proiettarsi tutta in esso: non istanza giudicante o calcolatrice, ma effetto di meraviglia (o di terrore) suscitato dall’incolmabile differenza prodotta da ciò che si produce davanti a lei (o per suo tramite): non sono la cosa o l’evento ad essere per lei, ma è lei a venir meno perché essi possano venire ad essere, o perché il loro essere (differente) l’ha colta con tale forza che proprio perché potesse manifestarsi in tutto il suo vigore, splendido o tremendo, essa ha dovuto eclissarsi, fosse pure momentaneamente. Quanto le sta attorno non è la scena in cui essa si muove, vive, si afferma o è in qualche modo protagonista, ma è ciò che solo è, vive e si afferma davanti al (o in virtù del) suo stupore che proprio in quanto tale lo rende manifesto agli altri non come natura (o mondo) morta, ma al contrario come ciò che solo è vivente, e fa vivere, – cioè permette che una vita ci sia, anche quella della figura di schiena. Anche chi guarda così, allora, è solo ciò che è, senza pretendere di essere nient’altro, men che meno ciò, o colui, per cui ciò che gli sta davanti è.

Non esibendo niente, la schiena non nasconde: si dà, è. Eppure proprio per questo, noi che non sappiamo rassegnarci al puro stare o consistere, siamo indotti, costretti anzi, ad attribuirle qualcosa, questo o quel significato, che ci viene però immediatamente sottratto, e, una volta imboccata questa via, non riusciamo a smettere e finiamo per attribuirle tutto, e ogni attributo in modo altrettanto valido e lecito. Fino al successivo. Infatti mentre il volto nella stragrande maggioranza dei casi produce l’effetto in chi se lo vede raffigurato di sentirsi tradito dall’interpretazione nella stessa misura in cui vi è interessato, anche da quella “meccanica” dell’obiettivo fotografico, la schiena ammette ogni interpretazione, le accetta proprio perché non vi è interessata. La schiena ha le spalle larghe, lascia l’interpretazione sola, non le risponde: le dice sempre di no dicendole sempre di sì, e viceversa. Questo gioco non è affar suo: ha altro da fare e lo fa.

Luigi Grazioli, diritti riservati

3 pensieri riguardo “Primo frammento da “Figura di schiena” – di Luigi Grazioli

  1. ho provato più volte a dipingere figure di schiena. questa cosa ha contrariato spesso un mio gallerista -e i suoi collezionisti-. credo che dovrò cambiare gallerista. consiglio a Luigi di intercettare alcune opere di Giuseppe Armenia, lì, nei suoi disegni, tutti i “protagonisti” si mostrano di schiena.

  2. Grazie della segnalazione, low. Andrò a vedere.
    Tuttavia il libro si occupa solo della pittura che va dal ‘300 al ‘600 (diciamo da Giotto a Vermeer) e quanto viene dopo necessiterebbe di tutt’altro genere di discorso che non mi interessava al momento in cui mi sono occupato dell’argomento. Ho scritto il libro a cavallo del millennio; l’ho finito nel 2004 e gli ho dato un’ultimissima sistemazione poco dopo. E’ un capitolo sempre aperto, anche se non credo che lo riscriverò: al massimo aggiungerò qualche frammento che ho già, ma senza ampliare i confini temporali, che sono quelli della rappresentazione “classica”.
    Un caro saluto
    Luigi g.

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