Terzo ed ultimo frammento dal “Barthes” – di Luigi Grazioli

[Qui la prima parte; qui la seconda.]

(…) Barthes ha ragione. Lo ammetto volentieri. Credevo mi scocciasse. E invece no. Guarda un po’ come sono fatto. Riesco ancora a sorprendermi, a volte. Non sono ancora morto. Non del tutto. Un po’? Vada per un po’. Barthes ha ragione. Puoi farci tutte le considerazioni teoriche che ti pare. Puoi esemplificare, strumentalizzare in funzione di questo o quello. Puoi farci tutti i discorsi che vuoi. Ma si finisce sempre per abbandonarsi al sollievo realistico. L’oggetto rispecchiato è lì. L’immagine è la sua impronta. Se ne sta lì, per conto suo. E tu non ci sei. Se ne frega di te. E questo attrae. Pacifica. Consola. Oppure colpisce, commuove, indigna e terrorizza. Ma consola. Va’ che è strano! Il tremendo che consola. Meglio non andare a vedere perché. Non indagare. Non smuovere le acque. C’è tutta una parte di me che sono contentissimo di evitare. Preferisco non conoscermi. Ignorarmi. Già non ho una grande idea di me, figurarsi se mi conoscessi del tutto! Potrei accettarmi? Non credo. Finirei per farlo comunque? Non voglio. Ma potrebbe migliorarmi! Sì, domani. Per certe cose una buona rimozione resta la soluzione migliore. Altro che scoperchiare il vaso! Sigillarlo e buttarlo via! Ma è la nostra natura! E allora? Deve essere per forza buona? Via anche quella! Se non va bene, si cambia. Nessuna pietà. Alla peggio, si ignora. Legittima difesa. Resta la cosa. L’artificiosità del taglio dell’immagine? La costruzione interna? L’adozione consapevole o meno di schemi iconografici? Il loro ribaltamento o la loro variazione? Bello! Interessante! Ma poi basta. C’è la figura, il gesto, il bimbo, il morto. La madre! La cosa madre. Il processo di produzione pratico, tecnico e sociale? Le implicazioni economiche e politiche? Messe tra parentesi. Felicemente trascurate. Cancellate! Le intenzioni artistiche? ma non facciamo ridere! Aspetta che mi appoggio alla poltrona che mi fa male la schiena. Cos’è ‘sta storia della fotografia come arte? C’è la cosa, il mondo. Uno strumento che lo riprende. Un occhio, uno solo, una mano o due, strumenti dello strumento. Un corpo che si sposta per il mondo perché la macchina lo vuole. Che guarda il mondo come la macchina ha insegnato a vedere. E come le cose hanno richiesto a lei. Comandato, più che richiesto. Così, ecco. Guarda! Imperativo categorico. Dimentichiamo l’occhio e la mano. Tra parentesi anche loro. Stiamo solo facendo “come se”? E allora? Tanto lo facciamo in ogni caso. In un modo o nell’altro. Resta la figura. La cosa. La luce. Il paesaggio. Molto bene!

Tra parentesi. E’ il titolo del saggio su La camera chiara, e Roland Barthes di Roland Barthes, che avevo pensato di scrivere in un primo momento. L’avevo pensato e divulgato prima del libro di Bolaño, e ci avevo già rinunciato quando questo è uscito. Mi piace ancora come titolo, però. L’idea era una lettura del libro sulla fotografia usando solo, o prevalentemente, ciò che è detto nelle parentesi. Le castronerie che uno si mette in testa! Perché Barthes ne fa largo uso. Di parentesi, sia chiaro. Anch’io, nel mio piccolo. Qui non ne ho messa nemmeno una di proposito. Ce n’era una e l’ho tolta. Nel quinto paragrafo. Indovinare quale. E’ vero che molte frasi potrebbero starci benissimo. Ma non ce le ho messe. Sarò un testone! Non voglio che si capisca cosa è principale e cosa secondario. Cosa detto sul serio e cosa per ridere. Magari quelle dette sul serio sono proprio quelle che fanno più ridere. Forse non dico niente sul serio. Forse tutto. Per esempio qui. Qui cosa? Forse fa ridere tutto, ma non nel senso che volevo io. E sia. Mi ero letto sull’argomento anche dei saggi di Luca Cignetti, che me li ha gentilmente inviati. Lo ringrazio di cuore. Sono una lettura molto  stimolante. Uno dice, saggi sulle parentesi e sulle proposizioni parentetiche, ma dai! E invece no. Provare per credere. Avevo preso appunti, classificato, ritagliato e combinato. Il solito bricolage. E poi mi esce ‘sta roba! Magari un giorno lo scrivo. Magari in parte lo sto scrivendo qui, come posso. Senza accorgermene. O quasi. In modo indiretto. Parlando direttamente. Direttamente! Figurarsi! Cambiando di continuo la focalizzazione. Avanti. Chissà perché mi viene in mente un’altra cosuccia che mi ero appuntato qualche mese fa. La metto qui, come tra parentesi. E’ a proposito di “avanti!”. Poi riprendo. Eccola.

“Riassunto della propria vita.

In 3 parole: Niente da dire.

In 2 parole: Dire niente.

In 1 parola: Niente.

In 1 parola, versione remix: Dire.”

Sa un po’ di Beckett, adesso che la rileggo. Non ci posso fare niente. E’ la pura verità. La verità! Mi vien da ridere. Tiro in ballo volentieri Beckett perché non ne parla più nessuno o quasi. Non è più di moda, se mai lo è stato. Sì, una volta sì. Ma per il teatro. Quanto alla prosa, sono più quelli che ce l’hanno con lui. Quel cane di Beckett! Bravo, come no? Ma non si fa così! Dove sono finite le buone maniere? Non puoi metterli tutti col culo per terra. Imbrattargli l’innocenza. Sverginarli così apertamente. Meglio dimenticare. Fare come se non ci fosse mai stato. Alé a raccontare come se niente fosse! Il mondo lo reclama. Il mondo! Il referente! Chiusa la parentesi. Avanti! Mi vien da ridere.

Eh, ma anche andare avanti non è così semplice. A volte mi scatta la molla e via! Altre, non so da che parte girarmi. Avessi un ragionamento da costruire, sarebbe diverso. Fossi capace di seguirne i fili. Il fatto è che in fondo di Barthes, insisto, mi importa meno di quanto vorrei. E sì che ci metto tutta la mia buona volontà. Di sicuro è un buon interlocutore. Bontà mia. Su questo non ci piove. Fossi io alla sua altezza. Ma sarebbe meglio, ovunque io sia, se non fossi d’accordo su così tante cose. Preferirei uno con cui fare a pugni. Prendiamo l’inizio di Roland Barthes di Roland Barthes. Il primo frammento. Vale per il “direttamente”, stavolta. “In ciò che scrive vi sono due testi. Il testo I è reattivo, mosso dall’indignazione, dalle paure, dalle riposte intenzioni, dalle piccole paranoie, dalle difese, dalle scenate. Il testo 2 è attivo, mosso dal piacere. Ma scrivendolo, correggendolo e piegandosi alla finzione dello Stile, il testo I diventa anch’esso attivo; da quel momento perde la sua pelle reattiva, che non sussiste se non a macchie…” Dopo “macchie” ci sarebbe una parentesi. Solo che io qui non posso metterla. Ne va dell’onore. Nella parentesi c’è scritto: in piccole parentesi. Niente male davvero. Sottoscrivo. Ma una volta sottoscritto, finisce lì. Dovrei continuare? Cosa? Come? Aggiungo? No. Aggiungere in certi casi fa solo danni. Allora si deve deviare, se si vuole continuare. Non lo faccio apposta. Cause di forza maggiore. Ma in quale direzione? Non troppo differente, ma nemmeno troppo simile. Se troppo vicino, si ripete. Guai! Se troppo lontano, si rischia che non c’entri. Almeno in apparenza. Preferisco. Inoltre è divertente. Saggiare qua e là. Fare qualche piccolo errore. Anche grande. Esageriamo! Errare! Ariosto. Oppure aprire una parentesi. Mettermi io, tra parentesi, per esempio. Che è sempre una buona idea. Peccato che la rispetto di rado. Va bene, mi metto tra parentesi. Ma nella parentesi ci sono. Sono fuori e dentro. Dentro la parentesi, ma anche dentro il testo da cui, mettendomi tra parentesi, mi chiamo fuori. Fingo di chiamarmi fuori. E da lì guardo, rido, commento, piango, e scalcio. Tutto, tranne stare fermo. Scalcio come in un ventre. Lo diceva anche mia mamma. Vivo nel testo e del testo come in un ventre che mi ha generato e di cui mi nutro mentre lo sto deformando. Poi me ne andrò. Forse. Ma lo avrò trasformato per sempre anche quando sembrerà tornare esattamente come prima. Come un testo da cui sono state espulse le parentesi. Cancellate. Rimosse. Sradicate. Evirate! E esso resterà in me quando mi sarò disfatto delle parentesi che mi avvolgevano. Quando crederò di vivere fuori parentesi. Amen.

C’è un’altra ragione per continuare. Forse la stessa per cui ho iniziato come ho iniziato. L’ho capita solo adesso. Alla buon’ora! Barthes era tutto ciò che io non sono stato. Ciò che forse potevo essere. In forma minore, certo. Era ciò che, nel momento in cui ho letto Le plaisir du texte, forse avrei potuto e poi scientemente non ho voluto essere. Avevo già scritto molto, e in particolare un romanzo che un editore mi aveva promesso di pubblicare, ma ero a Parigi per completare la tesi di filosofia che poteva aprirmi le porte dell’università. Avevo qualche concreta possibilità. La promessa di un professore piuttosto noto di prendermi come assistente. Io volevo fare lo scrittore e non il filosofo, ma se mi fossi imbarcato nella carriera universitaria forse la strada sarebbe cambiata. Di tutte le teste che ho, o che sono, quella del filosofo mi manca. E si vede. Poco dopo il professore si è trasferito in un’altra università, lontana lontana, e un altro che mi avrebbe preso volentieri è stato impedito, a suo dire, da una cricca di terroristi, alla lettera, che si è accaparrata tutti i posti di assistente disponibili. Riproviamo l’anno prossimo, mi ha detto. Ma io non mi sono fatto più vedere. Odio chiedere due volte. Poi questo qua è diventato una star televisiva. Ha scritto persino romanzi. Da non credere. Bestsellers! Subito dopo è saltata la pubblicazione del mio, di romanzo, perché l’editore è fallito. Alleluia! Sarò mica un menagramo? Così ho preso la mia decisione di insegnare alle superiori, in modo da avere molto tempo per leggere e scrivere. Romanzi, racconti. Critica da scrittore e non da professore. Il bello è che poi insegnare mi è piaciuto. Sembro nato per insegnare, io. Con le menti deboli imperverso! Pontifico. Catturo. Affascino, appunto. Sono magnetico. Irresistibile! Mi faccio amare. E senza fatica. E bravo! Intuivo che a diventare uno tipo Barthes non sarei mai riuscito? Quanto meno non nella misura delle mie ambizioni, a dir poco sconfinate? O sconfinate o niente. Nei sogni sono estremista. Non so cosa pensavo. Facile che fossi convinto di arrivarci lo stesso, in un altro modo. Uno, a impegnarsi, è capace di convincersi più o meno di tutto. A volte anche senza impegnarsi. Le vie dell’idiozia sono infinite. Ma appunto per questo interessanti. Di arrivarci senza precludermi le strade che si era precluso lui. Quelle che più mi importavano. Quelle che forse, e dico forse, lui alla fine si è pentito di essersi precluso. Divinizzo. Invento. Farnetico. Quelle stesse che solo negli ultimi anni forse, e ripeto forse, si era finalmente deciso di tentare. Senza riuscirci. Come non ci sono riuscito io. Ma questa è un’altra storia, che qui non c’entra. Sono affari miei. Qui parlo di Barthes. Mi metto in giostra per cercare di capire Barthes. Di parlare di lui. E se parlando di lui poi parlo anche di me, tanto meglio. O peggio. E’ lo stesso. Non è importante. Che non ci sia riuscito, lui, solo per quel fottuto furgone che l’ha investito? Pare che non fosse così grave, in un primo tempo. Dicono però che lui non abbia reagito. Che si sia lasciato morire. Dicono e non dicono. Lasciano supporre. Suppongo io. Potrebbe anche starci. Uno a un certo punto può anche dirsi, perché mai? Allora l’incidente diventa un’occasione. Un’opportunità da sfruttare. Un dono. Sparire una volta per tutte. Morire e via! Non so. Potrebbe essere. Perché no? Non importa. Comunque non credo che non ci sia riuscito a causa dell’incidente. Della morte. Piuttosto perché era la via ad essere sbarrata, ormai. Ostruita. Impraticabile, per lui. Per come lui ci era arrivato. Se anche avesse scritto il cosiddetto romanzo che progettava nei suoi ultimi anni, non sarebbe stato un romanzo. Ci metto la mano sul fuoco. Ma lo avrebbe mai scritto? Secondo me, lui il romanzo non lo amava davvero. Al massimo lo amava al passato. Al presente gli interessavano quelli che lui chiamava testi. Per narrare, aveva bisogno di occuparsi d’altro. Per parlare indirettamente, con le virgolette, aveva bisogno del discorso senza virgolette della critica. E l’ha fatto. E’ una via che ha percorso. Non l’ha inventata, ma l’ha percorsa a modo suo. Non a lungo, ma forse tutta. Quasi tutta. L’ha fatta diventare sua. Non lunga ma sua. Un risultato mica da ridere. E’ La camera chiara. In parte lo sono anche R.B. par R.B. e i Frammenti di un discorso amoroso. Narrare mentre si parla d’altro. Lui ci riusciva solo così. Narrare tra parentesi.

Narrare nella morte. Siamo ancora qui. C’è sempre questa rogna da grattare. Come quando lavo le pentole. Mi accanisco sugli orli e sui bordi interni, dove le incrostazioni sono più rognose. Ci do dentro. Mi piace anche. Le faccende domestiche sono come esercizi zen. Per me. L’impegno fisico che libera la mente. Si fa per dire. Guardo soddisfatto il risultato e mi faccio i complimenti. A volte me li concedo. Mi sento benevolo dopo aver lavorato. Amo il mondo. Mi hanno cresciuto così. Poi mi accorgo di avere lasciato dello sporco al centro. Lo vedo solo dopo aver sciacquato. Merda! Allora devo ricominciare. Insaponare daccapo. Raspare. Non si finisce mai. Una delle frasi più citate di Barthes mette accanto la morte e la parentesi. La parentesi come parola tra le parentesi grafiche. La citano per la morte, però, non per la parentesi. Su questa non ho letto nessuno che si soffermasse. Ho visto su internet che c’è un libro intitolato La mort entre patenthèses, di Georges Baudoin, ma è un giallo. A me sembra importante, invece. E’ importante per me. Non che mi faccia troppi problemi sulla morte. Ogni tanto sì, ma solo ogni tanto. C’è. Tutto qui. Non mi riguarda davvero. E’ solo la scomparsa delle persone che amo che mi riguarda. Anche degli altri, certo. Un po’ meno. Ma non la morte in sé e per sé. La morte come tale, non esiste. Sono in buona compagnia. Siamo vivi e basta. Tutto qui. Il prima e il dopo sono solo l’occasione per delle storie. Anche belle magari, ma storie. Fine discorso. Con la scomparsa delle persone che ti amavano no, invece. Perché resti tu che le amavi e le ami ancora. E ti senti defraudato. Sono morte. Con che fegato mi hanno lasciato qui senza di loro? Chi gli ha dato il permesso? Devo metterle tra parentesi e non voglio. E la parentesi si allarga, cresce, invece di stringersi e svanire. Brutta carogna! Però… Però la morte ci abita. E non la puoi raschiare via. Se poi uno scrive, ogni parola gli dice la sua scomparsa. E’ la tua, la parola intendo, e già non ci sei più. La scrivi e già lei ti recita il requiem. Va be’. Ma intanto ti familiarizzi. C’è chi non lo accetta. Chi si ribella. Si macera. Ne fa tutto un cancan. Una lagna. Smancerie a gogó! Altri se la tengono stretta, come un’amica. Alcuni pochi non ci fanno troppo caso. Cioè, non fanno finta che non ci sia, questo no, ma non ci fanno troppo caso. Che per me è la soluzione migliore. E’ lì, e lì resta. Stai tranquilla e non rompere le palle. Barthes non si rassegna. Lo fa in modo composto, ma non si rassegna. Mi pare. L’aggettivo composto mi fa venire sempre in mente la salma. Hanno composto la salma. Ma anche, ha composto un saggio, un’opera. Toh, un’altra parentela. Cioè non si rassegna alla morte degli altri. Alla sua, quando si avvicina dopo l’incidente, credo di sì. La vuole, addirittura. Non la morte degli altri in generale, non accetta. Non ne accetta una sola. La morte della madre. Quella che è la sola morte, per lui. La morte senza specificazione. La morte per antonomasia. La morte e basta.

E però, appena scrivi, le specificazioni arrivano a frotte. I ricami. Le incisioni. Le scarnificazioni. La microchirurgia del lutto. I rimpianti. I ricordi. Tutta la storia. Vissuta e no. Tutte le storie. Sentite viste o lette. Il regesto universale. Altro che palle! Ma non è ancora questo. E’ che la lurida entra in ogni gesto, in ogni parola, in ogni respiro, e poi è difficile sfrattarla. Ogni sillaba che pronunci. Ogni lettera che tracci. Scrivi, e la pagina ti rimanda solo lei. Scherzi, e è uno scherzo acido. Mortale. A ramengo! Allora indaghi, la cerchi in tutto ciò che scrivi. E la trovi. Matematico! Ci strologhi sopra, continui a ravanare, immagini, deduci. Speculi a destra e a manca. E la speculazione è il suo specchio. Cribbio! Allora decidi di smettere, di lasciar perdere. Sì, lascia perdere, che è meglio. Questa citazione viene dai puffi. Che palle, in fondo. E’ lo schermo ubiquo. Il velo universale. La cataratta che ti impedisce di vedere ogni altra cosa. Ogni altra cosa che c’è. E che è bella, magari. Che magari è bella per il solo fatto che c’è. Non dico niente di nuovo. Però lo dico lo stesso. Ci metto qualcosa di mio, il mio respiro. Il respiro che solum è mio, e che io nacqui per lui, e ecco che è nuovo. Bisogna saper respirare, cari miei. Barthes dice che si deve sentire il corpo. A quei tempi erano tutti fissati con il corpo. Gli sembrava di averlo scoperto loro. Lo cucinavano in tutte le salse. E ci fa tutta una tirata, Barthes, dispersa qua e là. Tirate lunghe non ne faceva. Aveva questo buon gusto. Grazie Barthes. Io penso che sono tutte menate. Il corpo lo senti tu mentre scrivi. E’ affar tuo. Punto. Quello che entra in ciò che scrivi, quello che devi sentire quando leggi, è il respiro. Basta quello. Ma quello è tutto. O quasi. Meglio non esagerare. Oggi mi sento categorico all’ottantasette per cento.

Sì, ma cosa dice di preciso Barthes in quella frase? Siamo all’inizio di La camera chiara. Al quinto capitolo, p. 15 dell’edizione italiana. E’ un capitolo importante. Lo segnala anche la lunghezza, più di cinque pagine senza foto. Un capitolo in cui Barthes mette in gioco se stesso. Quello in cui, tra parentesi, parla per la prima volta di sua madre. Di sua madre tra parentesi. Dà un’immagine di se stesso parlando di quando lo fotografano. Di quando si lascia fotografare. E viene reso immagine. Un’immagine che poi sarà in balia di chiunque. Anche dei malintenzionati. Dei malintenzionati più di chiunque altro. Parlando di quando si espone all’obiettivo, si espone anche al lettore. E appena si espone, racconta. O viceversa. E appena racconta, sbuca la morte. La parentesi. E le parentesi aumentano. Le parentesi sono il luogo in cui Barthes si espone. O si espone di più. Mette se stesso fuori di sé, mettendosi tra parentesi. Mi scuso per la variante del giochetto di più sopra. E’ un residuo dell’epoca. Quella di cui parlo qui. “In quel momento io vivo una micro-esperienza della morte (della parentesi): io divento veramente spettro”. Ecco, una parentesi l’ho messa. E’ una citazione. Faccio un’eccezione. E l’onore? Fanculo l’onore. L’argomento è la “Foto-ritratto”. Barthes la descrive come “un campo chiuso di forze” dove si incontrano, si affrontano e deformano quattro immaginari, tutti imperniati sul “soggetto” del ritratto. Parole sue. Sull’io–R. B. che viene fotografato. Sull’io–L. G., qui, immagino io. Immagino io mentre scrivo e leggo ciò che scrivo. Io L. G. di R. B. di L. G. fotografato nella scrittura e nella lettura, come R. B. immagina se stesso mentre viene fotografato e viene immaginato da colui che lo fotografa. Quattro immaginari. Rispettivamente, quello che il fotografando crede di essere, quello che vorrebbe essere, quello che l’altro, il fotografo, crede che lui sia e “quello di cui egli si serve per far mostra della sua arte”. Il parallelo con la scrittura e la lettura non è perfetto. C’è gioco tra gli ingranaggi. Va bene lo stesso. Meglio, anzi. Così chi vuole può giocare. In quel momento Barthes, dice lui, non è “né un oggetto né un soggetto, ma piuttosto un soggetto che si sente diventare oggetto”. La “micro-esperienza della morte”, il sentirsi diventare “veramente spettro”, avviene allora. E’ un’immagine. Un’immagine verbale suscitata dall’immagine fotografica. Un’immagine che parla delle sue paure, ovviamente, non della morte. Della morte non si ha esperienza, in nessuna forma. Al massimo quella descritta è un’immaginaria esperienza della morte immaginata. Niente di più. Del resto non possiamo fare altro. La morte calamita, ma è fuori portata. Non ci resta che girarle attorno. La formula fa un discreto effetto però. Funziona bene. Ma è una pia illusione. Esattamente ciò che si chiede alle parole, del resto. Barthes infatti parla ancora della Morte. Con la maiuscola. Nella sua foto, lui diventa “Tutto-Immagine, vale a dire la Morte in persona”. Nientepopodimenoche. Ma quel che davvero lo preoccupa è ciò che potranno fare “gli altri – l’Altro”, di questa immagine. E di lui. Lo atterrisce essere espropriato di se stesso. Come se già non lo fosse. Come se già non lo fossimo. Ha questa fantasia che gli altri possano disporre di lui a loro piacimento, “con ferocia” addirittura. Altro che la Morte! E’ una fantasia masochista, la sua. Mi autorizzo l’approssimazione. Una in più non cambia nulla. Ma di un masochista che ha perso il controllo del rituale. Terrore allo stato puro. Si gode anche così? Se qualcuno ne ha esperienza, esperienza diretta intendo, me lo dica, mi piacerebbe saperlo. Queste piccole curiosità! Ma lui continua imperterrito con la Morte. Gli preme arrivare a un’altra bella formula. E ci arriva infatti. E la formula è così bella che molti l’hanno fatta propria con la massima disinvoltura. Se la sono messa all’occhiello, dove indubbiamente fa la sua bella figura. Un po’ démodée. Eccola qui: “la Morte è l’eidos di quella Foto”. C’è del vero. Forse. Ma è il vero che riguarda ciò che sente Barthes, che qui lo dice indirettamente. Direttamente invece, secondo me, il sentimento più vero Barthes lo mette tra parentesi, come di passaggio. E’ lì che lui si nasconde e rivela. Mi verrebbe da dire che si apre nel chiuso delle parentesi, ma stavolta non ci casco. Dunque, tra parentesi, di passaggio, mette: “La “vita privata” altro non è che quella zona di spazio, di tempo, in cui io non sono un’immagine, un oggetto. Ciò che devo difendere è il mio diritto politico di essere un soggetto”. Sì, mi pare che Barthes abiti qui. Che qui lasci trapelare davvero qualcosa di sé. Che qui, rivendicando un sacrosanto diritto a cui oggi quasi tutti hanno tranquillamente rinunciato, dica qualcosa che davvero gli preme. Un diritto e una paura. Ancora una paura. Sempre la paura. Qualcosa per cui lottare. Dove il privato si intreccia al pubblico. Nell’angolo in cui più si  sente minacciato, viene alla luce. E qui ti ritrovo io, amico. Qui mi ritrovo.

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