Folk da fuoriclasse – Vetiver, “Tight Knit” (2009)

GENERE: folk.

PROTAGONISTI: Andy Cabic (voce, chitarre), Kevin Barker (chitarra), Sanders Trippe (chitarra, cori), Brent Dunn (basso), Otto Hauser (batteria).

SEGNI PARTICOLARI: non più tardi di una decina di anni fa Andy Cabic suonava la chitarra e cantava in formazioni misconosciute come i Raymond Brake, in una scena folk-rock assolutamente marginale come quella del Nord Carolina. La scelta di trasferirsi a San Francisco insieme ad un paio di compagni, l’incontro con il giovanissimo Devendra Banhart ed i primi successi di quest’ultimo grazie al fiuto del grande Michael Gira, hanno rappresentato per Cabic l’occasione propizia per uscire dall’anonimato. Negli anni della recente fioritura del cosiddetto psych-folk californiano in tutte le sue svariate declinazioni, dal Naturalismo alla New Weird America, Cabic si è affermato come il più prezioso tra i fidati collaboratori di Banhart e ha anche fondato una nuova band, i Vetiver, all’esordio nel 2004 con un brillante album omonimo. Dopo le esplorazioni e le reinterpretazioni di alcune tra le pagine meno conosciute del country-folk statunitense dei primissimi anni settanta, raccolte in uno splendido album uscito appena qualche mese fa (‘Things Of The Past‘, con relativa appendice nell’EP ‘More Of The Past‘), i Vetiver pubblicano ora il loro quarto LP che è insieme una sintesi dei lavori precedenti ed un punto di svolta.

INGREDIENTI: quello dei nuovi Vetiver è un folk da fuoriclasse, maturo, rispettoso di una tradizione sconfinata che va da Gram Parsons a Donovan, da George Harrison ai Jefferson Airplane, articolandosi armonicamente in un background solido e ricco di influenze preziose. L’iniziale ‘Rolling Sea‘ funziona a dovere come emblema sonoro ed emotivo dell’intero album: luci soffuse, un’acustica nitida e gentile, la voce di Andy che passa delicata, al velluto, senza forzature ma sufficientemente evocativa e densa di belle sfumature, mentre le pennellate elettriche donano profondità ad un suono che è la perfetta manifestazione della serenità raggiunta dal gruppo. La band si mostra disinvolta e intenzionata a proseguire sulla falsariga del disco precedente, applicando a livello di scrittura l’ottima lezione dei classici prima esibita solo sul piano dell’interpretazione e svincolandosi ulteriormente dalle scorie riduttive dell’esperienza banhartiana. Rispetto a ‘Vetiver‘ o al successivo ‘To Find Me Gone‘, nelle nuove canzoni si avverte chiaramente il bisogno di una maggiore libertà espressiva e di evasione dai rigidi schemi di genere. Con ‘Another Reason To Go‘ il gruppo si addentra in scioltezza in territori più stravaganti ma non meno ispirati, accantonando i cliché del folk scapigliato e intriso di spleen romantico per giocare e divertirsi con sonorità meno seriose e più bizzarre (fondamentale il massivo ricorso ai fiati, in tal senso). Come l’irresistibile groove di ‘Sister‘ testimonia, c’è voglia di leggerezza ma senza rinunciare al gusto del dettaglio e alle ombreggiature sullo sfondo che conferiscono sempre quel particolare sapore ai brani. Qui le cadenze secche ed il ritmo sottilmente ammiccante si traducono in una forma di fascinazione addirittura sensuale, veramente sorprendente. Uno dei pregi di ‘Tight Knit‘ sta proprio nell’inesauribile freschezza che affiora, paradossalmente, in canzoni dai forti connotati vintage. Una vivacità che tende a prevalere e si concretizza in canzoni frizzanti e piacevolissime come ‘More Of This‘, episodio dalla spiccata e palpitante anima pop, curiosamente affine ad analoghe escursioni di marca tweediana, dai Minus 5 ai Loose Fur.

DENSITA’ DI QUALITA’: uno degli aspetti più evidenti del leggero (ma significativo) cambiamento di impostazione voluto da Cabic per il nuovo album risiede nell’abilità con cui i Vetiver sono riusciti a plasmare un suono più morbido, penetrante e meno dispersivo rispetto ai primi due dischi, affidandosi alle classiche sonorità da West Coast ma rivestendole di un’insolita aura di atemporalità: una dimensione che pare giovare alle nuove canzoni (‘Through The Front Door‘, la magica ‘Strictly Rule‘), sviluppate di fatto come favolosi anacronismi. La purezza e il nitore delle chitarre, vero marchio di fabbrica della band di Cabic, sono corroborati da un sound finalmente vario e corposo e da una voce che non è mai stata tanto delicata e ruvida allo stesso tempo. Colpisce come la ricetta dei Vetiver continui ad essere incredibilmente efficace e riesca a disegnare atmosfere tanto ammalianti, nonostante l’assoluta economia dei mezzi impiegati. Fa specie come questo gruppo sappia suonare sofisticato ma non professorale, intimo ma non noioso, amichevole e per nulla chiassoso. Come ‘Everyday‘ sembra chiarire inequivocabilmente, in ‘Tight Knit‘ non c’è cittadinanza per gli eccessi, in qualsivoglia forma. La chitarra è più vivace, le cadenze si fanno più briose e la voce si colora di gradazioni variabili: ancora una volta vengono raggiunti livelli melodici e di profondità emotiva apprezzabili e sempre senza calcare la mano, pacatamente, evitando di infarcire il brano di effetti, stratificazioni e martellamenti ritmici che snaturerebbero l’estetica della band. Anche il respiro country-folk molto yankee di ‘On The Other Side‘, con il suo andamento come a dorso di cavallo, è controllato quanto basta per non scadere nel caricaturale. Il finale di ‘At Forest Edge‘ porta questa disciplina alle estreme conseguenze, accogliendo l’ascoltatore in punta di chitarra e con avvolgenti percussioni per poi spingerlo in un clima sospeso ed onirico. Una prova della potenza folk psichedelica di cui i Vetiver sono capaci, con una melodia suadente e ripetuta come all’infinito mentre sullo sfondo si addensano strane nubi minacciose. Non mancano sprazzi dal retrogusto beatlesiano che sono la ciliegina di un pezzo magistralmente suggestivo e piacevolmente inquietante, narcotico, prospettico, ingannevole: la vetta dell’album.

VELOCITA’: nel loro incedere tranquillo ma dondolante, canzoni come la già citata ‘Strictly Rule‘ esercitano un potere ipnotico non indifferente.

IL TESTO: “I always seem to make something out of nothing / but I can’t make you appear”, da ‘Everyday‘.

LA DICHIARAZIONE: Andy Cabic: “Alcune delle canzoni sono state riprese nelle registrazioni di questo disco senza sostanziali differenze rispetto a come le abbiamo suonate dal vivo per diverso tempo. Altre canzoni hanno ricevuto un’ultima spazzolatura in studio. Alcune altre, infine, sono state invece completamente rielaborate nella forma rispetto a come le eseguivamo in concerto. Ci sono brani che mostrano una relazione con tutto ciò che ho fatto come autore dai tempi del mio esordio, mentre altri hanno dentro qualcosa che io ho forse sempre e solo abbozzato, fino ad oggi”.

IL SITO: ‘Vetiverse.com’ e ‘Myspace.com/vetiverse’.

tratto da http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=626

Stefano Ferreri

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