“Più una cosa è elementare e meno è a tua disposizione” – intorno a “Il primo Congresso del Sindacato dei Profeti Viventi” di Luigi Grazioli

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[Rassegna stampa: Stefano Zangrando recensisce il libro su “Alias” del 14 febbraio 2009, postata qui il 16 febbraio 2009; Angelo Orlando Meloni su “Stilos”, qui]

Luigi Grazioli è uno scrittore della distinzione, dal percorso ferreo e scolpito. Un legislatore. Appartiene a quella schiera di scrittori unica, che ogni istituzione tende a tenere in disparte, perché cosa preziosa.

Con “Il primo Congresso del Sindacato dei Profeti Viventi” (Effigie 2008) Grazioli ha scritto un libro di racconti “buono buono”, acquattato dietro un cespuglio, pronto a balzare di soppiatto, la belva. O l’agnello.

Lontano anni luce dai libri dei narratori della bruma – la qual fa capolino, idealmente, ma cambiata di segno, s-tediata, abbigliata da “non vista della consistenza”, in un passo iniziale a pag. 17 – il libro di Grazioli è una sfida alla istituzione Letteratura. La spia che ci si trova a vagare e divagare lungo il bosco, a distanza di sicurezza dalle pianure, ci è fornita dalla risolutezza della parola-gesto, che svela quel che è senza infingimento, a testimonianza della ferinità, la più pregevole.

Così, la “sintassi molto complessa, persino confusa a prima vista, ma che si dipana non appena ci si affida […]” (pag. 26) rappresenta la goffaggine del composto. La compulsione fra asfissia e produzione del monstrum. La vividezza, l’esilaranza di un passo che registra la vertigine del volo. Si tratta di una scrittura alla quale non conviene torcere nemmeno un capello, così nutrita di seriale da divampare nel campo dell’assolutezza.

La testa (Due coche, Il trasportatore), il centro (Lezioni di volo, Versare il latte), la coda (Il primo Congresso del Sindacato dei Profeti Viventi, La voce). L’ultimo racconto, La voce appunto, una prosa poetica a sigillo dell’intero libro: la poesia sparsa dal corpo, il fuoco fatuo della struttura, dello scheletro, il risucchio ultimo colpo, il sacrificio, estrema vita di ogni vero scrittore.

Un maggiore costretto alla minorità, a farsi schiena per meglio riflettersi, a far esplodere allegoricamente il reale, costituente interno alla lingua come personaggio. Dinanzi al rischio di finire nel mucchio, nell’illecebra spicciola, Grazioli sgattaiola dal catalogo, dalla lapide.

Certamente il tempo, sempre più gravido, lavora per l’allegoria, ne è stato assunto per assottigliare la storia e ridurre il residuo umano ad agente minerale.

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