Grant Lee Phillips, “Little Moon” – di Stefano Ferreri

Grant-Lee Phillips è e resterà uno dei miei cantautori prediletti. Anni fa avrei scommesso su di lui per il solo piacere di ritrovarmi perdente, quindi per condividere in minima parte con lui quell’aura di eterno escluso, di scalognato incallito col broncio scolpito in faccia ed una manciata di grandi canzoni condannate a marcire nello scrigno di pochi fortunati fan. Nel pezzo che ho scritto per Monthlymusic ho provato a raccontare Phillips dalla prospettiva di un presente che ha sconfessato i più che legittimi sogni di fama del cantante, ma che non pare comunque una posizione malvagia considerati certi risvolti positivi concretizzatisi nel corso della carriera e la qualità sempre apprezzabile dei suoi lavori. Curioso scrivere di lui servendosi come pretesto di questo ultimo ‘Little Moon’, album onestissimo ed in linea con i suoi attuali orientamenti, eppure palliduccio se raffrontato alle epiche pagine dell’Americana scritte con i Grant Lee Buffalo, al rock scapigliato degli Shiva Burlesque e alle migliori cose pubblicate a proprio nome negli ultimi anni. Per quanto molta della sua musica meritasse miglior sorte di quella avuta e nonostante qualche bella soddisfazione conquistata grazie al sudore e alla gavetta, Grant-Lee era evidentemente indirizzato al curriculum indipendente che sta poco per volta compilando con estrema dignità e con il piglio dell’artista umile ma tenace. Qualcuno ha scritto che ‘Little Moon’ è il suo miglior disco solista ma questo purtroppo non è vero per niente. E’ un discreto album, cosa di per sé incoraggiante. Soprattutto vale come fotografia sincera, come autoscatto, in questo particolare momento della carriera, con la vita arricchita dall’arrivo del primo figlio e la necessità quasi obbligata di tirare le somme sulla propria parabola artistica. La copertina è l’ironica rappresentazione dello stereotipo che di lui si è venuto consolidando nel tempo, e che lo stesso Phillips pare aver accettato di buon grado come la parte in una sceneggiatura televisiva: il malinconico trovatore di Gilmore Girls, quello un po’ posticcio tra le posticce stradine del set, impegnato a strimpellare vecchie canzoni dei Buffalo o nuove creazioni del tutto sue. Ai tempi del roots rock rabbioso di ‘Fuzzy’ lanciato nel circuito delle radio universitarie statunitensi non si sarebbe potuto immaginare un futuro più improbabile di questo. Il tour mondiale condiviso con i R.E.M. di Monster dopo la pubblicazione di ‘Mighty Joe Moon’, oltre alla profonda amicizia con Michael Stipe, parevano presagire risvolti assai più rosei di uno scioglimento prematuro ed il conseguimento di una posizione di tutto rispetto nell’olimpo del rock americano. Erano gli anni ’90 e tutto sembrava possibile, soprattutto per un cantante con la voce strepitosa di Grant-Lee Phillips. E’ andata diversamente ma non importa. E’ lui stesso a dichiararlo nelle canzoni di ‘Little Moon’: piccole, pacate, chiaroscurali e a tratti orgogliose. Dicono che è invecchiato ma ha ancora voglia di raccontarsi, che ci si può piacere anche con la soglia dei cinquant’anni sempre più prossima. Che non sia più tempo di rimpianti ed il passato possa rivelarsi una meravigliosa riscoperta l’aveva già chiarito ai tempi di ‘Nineteeneighties’, perfetta testimonianza di un percorso di formazione emotiva oltre che espressiva. Quando qualche grande cantastorie rimasto nell’ombra inserirà una delle canzoni di Grant-Lee Phillips nella propria personale antologia di questi anni sarà più evidente a tutti che anche lui ha lasciato il segno importante che in pochi oggi gli riconosciamo.

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