Agghiastru ascoltato da Stefano Ferreri

Agghiastru è un amico. Una premessa significativa questa, ma non vincolante: resto infatti convinto che la musica del cantastorie di Sciacca meriti attenzione indipendentemente dalla sponsorizzazione del sottoscritto, per quanto di parte e sufficientemente accalorata. L’ho conosciuto a Venaria, in un lungo pomeriggio di attesa ai cancelli prima del live gratuito di Nick Cave al Traffic dello scorso anno. Appena undici mesi dopo le chiacchiere a tutto campo di quella giornata, Agghiastru è riuscito a regalare anche alla mia città uno dei suoi contagiosi live show (definizione quanto mai calzante, considerando che non di semplici concerti si tratta). Ne ha tenuti diversi dopo aver pubblicato il secondo album, ‘Disincantu’, anche fuori dai confini della sua Sicilia. E’ stato a Napoli, Bologna e Ferrara, un paio di volte al Pentesilea di Milano, ma per averlo finalmente a Torino è servito l’aiuto di un suo conterraneo, il titolare del circolo Arci Caffè Basaglia. Non è un mistero che da queste parti Agghiastru si sia trovato bene: ha trascorso qui alcuni degli ultimi mesi aggiungendo il proprio nome in fondo alla lista di coloro che apprezzano la mia (ed ora anche un po’ sua) città, al di là della logora etichetta di grigia metropoli industriale che ancora resiste fuori dei ristretti confini regionali. Più che da me, compagno saltuario per passeggiate in centro, cene o concerti al di qua del palco, Michele ha trovato un appoggio prezioso nonché una valida spalla musicale in Natascia, incontrata in occasione del già citato live di Re Inkiostro e divenuta presto una risorsa vitale nelle sue esibizioni dal vivo, come batterista (colmando una lacuna che l’impiego della drum machine non era stato in grado – per forza di cose – di compensare) e più sporadicamente come tastierista. E proprio in formazione a tre si è presentato Agghiastru per cantare i brani del suo ormai ampio repertorio, seguendo fedelmente una formula – chi lo ha già visto la conosce bene – che dal vivo è rodata e calibrata in maniera impeccabile. Michele principalmente al piano, in alcuni frangenti con la chitarra, più di rado alle percussioni. Con lui Natascia oltre al fidato Franco Barbata, giunto appositamente dalla Sicilia e costretto a suonare la chitarra a mo’ di basso (con risultati, va detto, apprezzabili) per la mancanza di questo strumento. Non capita spesso di andare a vedere una band suonare e sentirsi come sospesi, trascinati in una sorta di incantesimo o altra dimensione: con Agghiastru è così, chi l’ha visto potrà dare credito alla mia affermazione. Vuoi per la miscela perfetta di pathos ed ironia, vuoi per la verve affabulatoria di un musicista che ama sedurre con la forza nuda della parola, è estremamente facile lasciarsi stregare da uno spettacolo lungo oltre due ore ma serrato ed incalzante come pochi altri, denso di allusioni, enfasi teatrale e capacità di sdrammatizzare, sempre e comunque. Nella piccola sala del Basaglia destinata alle prove dal vivo nulla è stato lasciato al caso: tende nere a oscurare gli ampi finestroni, tenda nera di sfondo a simulare una notte illuminata dalle semplici stelle/lampadine (le “stidde carenti in un cielu chi mori” di ‘Vulìa’, evidentemente), con una trovata scenografica tanto semplice quanto riuscita. E poi il velluto (sempre nero) sulla tastiera con a lato la piccola abat-jour, lume d’artista nel suo viaggio tormentato. Impianto di sobrietà assoluta come il set proposto, con la tastiera a regalare la linfa, color seppia moderato, la chitarra a innervare e pungere ed una parte ritmica controllata ma puntuale come l’inesorabile scorrere del tempo, quando non impulsiva, feroce e tellurica (nelle rare incursioni percussive del frontman). Per consentire agli spettatori di carpire agevolmente l’essenza poetica del proprio viscerale flusso di coscienza, Agghiastru frammenta il racconto in più tappe o snodi tematici, preoccupandosi di assicurare comunque una linea concettuale saliente allo spettacolo nel suo insieme, il leit-motiv dell’”amore andato a male e della vita finita peggio” che già conferiva appassionata sostanza alle amare riflessioni di ‘Disincantu’. In questo la partenza del live non avrebbe potuto essere più aspra ed esplicita, tra la feroce crudezza di ‘Sangu’ e le prime manifestazioni di un male di vivere legato ai patemi del cuore (‘Ferru e Focu’, anch’essa sanguigna) e all’amore in fuga.

Il cantante di Sciacca ha giocato e scherzato col pubblico mettendosi allo specchio, cercando complicità specie nei momenti più intensamente autobiografici, quelli dedicati alla figura del cantastorie: tra una ‘Saru Mantici’ che suona sempre come parabola espressionista di una vocazione, oltre che di una condanna, i richiami autoironici ai chiaroscuri (o all’“agrodolce”, come sottolinea lui) della propria terra d’origine – ‘Nichea’, con fiscaletto di canna tra le labbra e coppola ben piantata sulla testa – e quella straordinaria metafora del ‘Campari’, il vivere dei disperati come un sule “chi lestu s’astuta in un mari”, personalmente la mia preferita nel suo ampio ed acceso immaginario. Quindi un’estemporanea ricognizione sul tema della morte, con il teschio disposto sul piano a mo’ di ammonimento e attore ideale sulle note celeberrime di ‘Vitti ‘na Crozza’, il sempre affidabile recupero dal repertorio Inchiuvatu di ‘Unìa’ e quell’inesorabile “fimmina e troia chi cu tutti si la fa”, magistralmente tratteggiata in un altro suo classico, ‘La Morti’ appunto. Giunto più o meno a metà della propria esibizione, Michele ha regalato agli ospiti del Basaglia una svolta che a quel punto si sarebbe detta inattesa (anche se con lui le sorprese non mancano mai) e che ha lasciato un’impronta indelebile su quelli che, come me, sono più avvezzi alle sonorità scarne ed agre di certo folk di scuola nordamericana. Imbracciando la chitarra e affidando le tastiere alla più parca Natascia, ci ha condotti sotto il sole del deserto siciliano, culmine della solitudine per il cantastorie e richiamo esplicito all’aridità di relazioni, all’impossibilità di far maturare i sentimenti in qualcosa di costruttivo e condiviso. Un suono più disadorno e pungente ha reso al meglio il fascino torrido e la disperazione di alcuni dei brani più intensi del disco recente: la favola di nera alienazione cantata in ‘’Ula Arsa’, l’ancestrale rapacità di ‘Tintu’, le asprezze dell’emarginazione in ‘L’Ombra’, quel senso di non appartenenza e di confino dalla luce e dalla vita. Impossibile a questo punto, con le lampadine rosse illuminate sullo sfondo per far risaltare quest’aura di infuocata desolazione, non tornare con la mente ad un concerto di Cesare Basile dell’anno passato. L’ospite lussuoso nella versione in studio di quest’ultimo brano è senza dubbio uno spirito affine per l’Agghiastru ruvido della parentesi appena descritta. Le somiglianze espressive evidenti si fermano tuttavia alla sfera prettamente musicale, visto che Michele ha ben altra stoffa da intrattenitore e ama un dialogo aperto e ininterrotto con il suo pubblico, laddove Cesare insiste invece sino al paradosso nel suo ruolo di cantore eremita in un mondo chiuso ed inaccessibile. Anche per questo, non appena i fuochi alle sue spalle sono tornati silenti e il posto al piano è stato riconquistato, Agghiastru ha ripreso le fila di una narrazione onirica ed intrisa di romanticismo, cercando costantemente la partecipazione degli astanti, il battere ritmato delle mani, la risata, lo stupore al cospetto della dolce nenia di un carillon. Numerosi siparietti hanno accompagnato la sua performance nella sua fase più intimista e toccante, quella dedicata al desiderio che nasce e sfiorisce, alla passione che infiamma ma non lascia che ferite e cicatrici sulla pelle. Davvero emozionante la versione di ‘Rosa’ ascoltata questa sera – introdotta da uno dei migliori soliloqui del siciliano – come pure la carezza malinconica di ‘Carennu’ o la malìa di ‘Tintatu’, tra le pagine più belle di ‘Incantu’. Solo quando anche l’abat-jour sul piano è stata spenta ci siamo come ridestati da un lungo sogno intriso di suggestioni, angosce, trepidazione e fatalismo. Come lo show di Agghiastru ha degnamente ricordato e come qualcuno prima di me ha scritto, “c’è sempre qualcos’altro da cogliere e cioè il lato aspro e reale delle cose: dell’amore la crudeltà, della passione il gioco, della vita la nostalgia e delle rose le spine”. In attesa che la svolta cantautoriale del leader degli Inchiuvatu approdi alla concretezza acustica di un folk-rock aguzzo stile Howe Gelb o David Eugene Edwards (lui non li conosce ma non potrebbe che apprezzarli) – sviluppo dato per imminente come la pubblicazione del terzo album solista – non perdete l’occasione di assistere ad una delle ultime repliche di questa sua ricca incarnazione musicale a tutto campo: sarà ancora in giro per il nord Italia con qualche data quest’autunno, poi si vedrà.

La scaletta: ‘Sangu’, ‘Fuì’, ‘Idda’, ‘Ferru e Focu’, ‘Nichea’, ‘Saru Mantici’, ‘La Stanza’, ‘Fiori d’Arancio e Crisantemi’, ‘Campari’, ‘L’Incantu’, ‘Vitti ‘na Crozza’, ‘Unìa’, ‘La Morti’, ‘L’Ombra’, ‘’Ula Arsa’, ‘Tintu’, ‘Suli’, ‘Teatro Tetro’, ‘Carennu’, ‘Parìa’, ‘Addisìu’, ‘Rosa’, ‘Stravìa’, ‘Curù’, ‘Tintatu’, ‘Scuru’.

STEFANO FERRERI

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