PER MIMMO PUZZO (1946 – 2004) – IL PITTORE PIU’ GRANDE CHE SCICLI ABBIA MAI AVUTO E PER FRANCESCO LAURETTA – LA PITTURA FINISCE A ISPICA

Solo sacrificando la bella intelligenza violenta la stirpe autonoma, solo col sacrificio della stirpe autonoma la bella intelligenza crea il mondo. Infatti, l’universale volontà di spodestare la zolla armata di infanti legittima la sopravvivenza della scoria.

Come tale, il recupero sarà affidato allo scontro fratricida, all’intestinità del travaglio, all’icona.

La solitudine sprigiona il lento dissapore dell’unione, a chi daremo il dio giusto? Dall’invocazione al Terminato, il cui governo si carica di scopi ulteriori.

Chiarifico a me stesso, o in forma di glossa scrivo il libro. Il lento attraversare procura fuoco.

Il Grande si sente minato dal Piccolo, non lo condivide; il Medio, invece, butta l’orecchio, ausculta il Piccolo.

Allorché il genere entra, il sacrificio è consumato. Quasi che la spontaneità non contenesse i grumi risoluti della ragione. La grandezza la si fugge gravando d’intelletto il discorso. La volpe sfugge al cacciatore.

Il ridondante nesso “ricerca di stile” riguardo a una presunta mancanza di stile ricercato nell’opera puzziana – più la smania egocentrica di leggere il diverso, costringendolo ad un proprio blando canone – non ha coesistenza con lo stile. La “ricerca” è dell’ambizioso volenteroso, di colui per il quale la scienza è calcolo; lo stile, invece, non si esplicita nella prolungata dialettica con l’amicalità artistica, nemmanco nel confronto serratissimo con la tradizionale Bestia, ma sgorga necessario e strafottente da falda remota; ha bisogno di assestamenti idiotici e si intarla.

Ancora, il “messaggio voluto” – che si dice mancare in Puzzo – dovrà perdere l’aggettivazione “voluto”, essendo piuttosto oggettivabile e nudo e senza vie di fuga contrappuntistiche.

La poesia non è fatale, ma insiste nell’ordine gerarchico incognito. Non c’è gratuità, ma scompiglio e volo.

Fino a comprendere che il centro è invisibile, ai più periferia.

Credere sia possibile “approfittare della vita” certifica la regola e condanna ad un destino di tenebra.

Quella di Francesco Lauretta è un’epopea concettuale senza fine, una foga operaia ad intermittenze che paga il prezzo di un irrisolto contrasto fra una poderosa e cannibalistica verve orientata sulla parola e sul suono e il gesto pittorico arrivato tardi, sfinito, con la lingua a penzoloni.

Strenuo, minuzioso, valoroso nell’affrontare la posa ormai dominante dell’arte contemporanea Lauretta si dibatte nella sua gabbia vuota, sepolcro aperto di legno, pollo arrosto sulla rampa di lancio della trascendenza che – passando per lo svuotamento del sacro e l’affetto per la morta quotidianità – tende ad altro approdo, ad uno strappo risolvibile nell’abbandono di una certa pittura, verso una visione spurgata dal troppo pieno umano.

La sua appartenenza alla stirpe autonoma è testimoniata dall’estrema consapevolezza della fine del gioco, da una forma idiotica ancora tutta da esplorare e da una virulenza serena che, all’interno di un sistema corrotto e marcio, rischia il fraintendimento o il boicottaggio. L’artista sta immolandosi. Non va bene, bisognerà preconizzare il non preconizzabile.

Nella costruzione del nome hanno da sempre contribuito i carpentieri del sorriso.

Lasciandoti in balia della parola, muta lo stato, non il profondo battente.

Il valore testimoniale di un’opera d’arte è il surplace dopo una corsetta.

A picco un filo stretto e lungo

girando s’ispessisce a ferro di cavallo.

La carne soda agisce fuori dai filamenti reticolari del nuovo mondo.

**

Angelo Rendo, 8 agosto 2010, diritti riservati.

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