Il Chlebnikov di Ripellino (IV)

“Io vedevo: una tigre”

Io vedevo: una tigre, seduta vicino ad un boschetto,
con un sorriso soffiava nel tronco di una zampogna.
Andavano come onde reliquie di belve
e gli sguardi sprizzavano fiamme di scherno.
E con elegante flessione del capo
le diceva una vergine elegante.
Le diceva: o tigri e leoni!
Mancate d’arte melodica.

“O citta’ mangianuvole”

O citta’ mangianuvole! che porti avanti un rogo di catene, [dal becco d’aquila!
Dove piu’ fragorosa di mille tori
mugghiava la gola di case di vetro.
Come una secchia tu afferri inesausta lo spazio celeste.
Attingeva notturne bufere nel ferrotramaglio di case,
l’abitabile vela di vetro ravvolta in edera di strade,
larga come una botte cava.
Valle di vetro, scogliere di vetro, cui s’attorceva delle strade il [luppolo.
Ancora tetra, ancora maldestra
la citta’ intera si affrettava come navi,
dove strapiombavano le nubi
da lenti occhi di corde.
Come prima andava la pianta su un bastone di verde tinta,
l’intera citta’ per lo stesso viottolo andava, -pianta di bianco [verde,-
bramando d’essere erba di vetro.
Afferrava con gli occhi la risacca delle notti in un tramaglio da [pesca.
E non ingannarono nessuno i suoi occhi diafani,
quando attraverso di loro splendeva il sole.
Il vecchio delle ferree vetrocarni
si impiglio’ come caviale di ferro
in mezzo a un fiume di libri aperti –
elastico, tenace e grande.
Il vecchio della pelliccia di vetro,
dai capelli capanna su capanna,
disteso l’alveare dei suoi riccioli,
dove il meriggio si smarri’ come pallottola,
con le vene gonfie sulla mano
gettava ferroreti
nella profondita’ notturna,
dove sono mille occhi,
pescatore ostinato,
una palla di reti dietro l’altra.
Il ragno dei ponti avviluppo’ le strade,
gettando raggi di fili tenaci.
Tu citta’ di stufe pensanti
e citta’ di mangiasuoni,
dove sono travi di tonfo,
tetti di teneri fischi,
e cena di crepuscolo e di fremito d’ali farfalliche
sulla battigia d’un marino litorale,
dove le pietre sono tempo.

“Dove si assopisce l’impossibile”

Dove si assopisce l’impossibile sui palmi dell’ammaestramento,
perche’ i liberi fiumi, vene del corpo terrestre,
li strappino alle accorte mani della tomba.
Cosi’ sottrae una madre i propri figli
alla lama di mucche infuriate.
Mescolate ogni cosa in una bevanda comune:
le parole “noi teneri!”, “amiamo!”, “ci rammarichiamo!”
e il canto della tenera foschia di un azzurro monsone
gettateli alla ghisa dalla testa taurina.
Con un serto di mughetti – la mascella d’una lupa;
con un assassino – una donzella pensosa;
coi secoli – il fruscio di lievi istanti;
e con l’ebbrezza delle viti – bicchieri di veleno;
con la brodaglia delle bestie da cortile – l’azzurro;
e il canto delle vergini – con un sordomuto dal labbro [squarciato;
al ferro aguzzo – la betulla;
e al verro – un sacro sogno, –
perche’ i due capi dei discorsi
confluiscano in un unico ruscello,
e d’un tratto si stendano, come cadaveri del tempo,
presso le travi canore d’una capanna.

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