Stefano Ferreri intorno a “All My Friends Are Funeral Singers” dei Califone

E’ sempre sfuggente e dinamica la musica scritta da Tim Rutili. Ai tempi dei Red Red Meat il leader dei Califone riuscì a proporre il proprio decadentismo acido e crepuscolare servendosi della comoda maschera del Seattle Sound, all’epoca ancora di gran moda, strappando un contratto all’inarrivabile Sub Pop e girando il mondo nell’ultimo vagone di una carovana miliardaria (quella degli Smashing Pumpkins all’apice del successo). Fu un’esperienza fortunata ed irripetibile che gli assicurò un bagaglio importante di trucchi ed espedienti sonori strappandogli però l’amata Glynis Johnson, assai fragile per un mondo evidentemente troppo abbagliante. Rutili non ha più saputo replicare i discreti riscontri commerciali che piccoli classici come ‘Jimmy Wine Majestic’ e ‘Bunny Gets Paid’ gli garantirono in quel lustro convulso e vissuto al massimo delle proprie potenzialità, ma questo declino non si è tradotto in una parallela discesa creativa. Alla guida del progetto Califone, nato quasi per caso e con intenti limitati alla sfera delle sperimentazioni personali, Tim ha scritto alcune tra le pagine migliori della propria già considerevole carriera. Soprattutto i Califone si sono rivelati una sorprendente oasi per la sua inesauribile sete di ricerca sui suoni, l’ideale valvola di sfogo per un songwriting tra i più originali e multiformi della scena indipendente, nordamericana e non. Alla guida di una band di eccellenti musicisti (la batteria è stata suonata nei primi tempi da Brian Deck, poi reinventatosi produttore), Rutili non ha mai smesso di ideare e frammentare mosaici tanto sfaccettati quanto spiazzanti, considerata la loro natura aliena al compromesso dei cliché e del tutto orientata al meticciamento tra generi e spunti diversi, anche contraddittori. Questa propensione alla libertà di scrittura contro i rigidi vincoli della forma riconoscibile ha offerto i suoi frutti migliori in dischi ostici come ‘Quicksand/Cradlesnakes’ o più accessibili (ma mai banali) come ‘Roots & Crowns’, ma non viene rinnegata nemmeno in questo più recente episodio, ‘All My Friends Are Funeral Singers’, nato addirittura con il pretesto concettuale dello storyboard per un bislacco lungometraggio dello stesso Rutili. Come scritto nella recensione cui rimando, il singolo di lancio scelto con lungimiranza dalla Dead Oceans è quantomai bugiardo e rappresenta l’album più per il richiamo nel titolo che per un’effettiva corrispondenza estetica: una ballata ruvida e franca alla Sixteen Horsepower che vale essenzialmente come punta dell’articolato ed ambiguo iceberg sonoro rutiliano. L’illusione di un’ortodossia che è suggerita ed accarezzata di continuo, solo per venire puntualmente sconfessata dalle estemporanee stravaganze di un autore in perenne fuga dalle convenzioni (e da se stesso). Ancora una volta la miscela di rumore nervoso, desert folk sulfureo, tribalismi ossessivi e abbondanti frattaglie psych vede compensati tutti i propri squilibri in una scontrosa ma affascinante opera di destrutturazione poetica prima che musicale: un lavoro di non facile ascolto ed anche per questo estremamente intrigante, la cui grezza vitalità assume i contorni tipici della rivivificazione di standard altrimenti sbiaditi. L’arte dell’assemblaggio curioso ed improbabile del mite Rutili segna un altro punto a suo favore: un risultato quasi scontato quando l’unica fatica per l’artista consiste nell’offrire una voce ai propri sogni. Anzi, ai propri incubi.

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