Stefano Ferreri ascolta The Magnetic Fields, “Realism”

[Data di uscita: 26/01/2010]

Quanto può essere dura la vita dei grandi songwriter, intrappolati anche loro malgrado tra le pagine patinate delle solite riviste di musica alternativa. Troppo comodo limitarsi a considerare gli allori tributati da qualche adepto entusiasta o le lisciate superficiali di una critica ad orologeria, non meno repentina nel gioco al massacro di quanto sappia esserlo nell’adulazione ruffiana. Prendiamo il caso eclatante di Mr. Stephin Merritt. Dubito che la sua vita d’artista si sia rivelata una passeggiata, in questi ultimi dieci anni. Quando partorisci un disco come ‘69 Love Songs’ non puoi tirare avanti come se nulla fosse, ignorando di aver lasciato ai posteri il documento che ti rappresenterà per sempre, come nient’altro al mondo. Arrivare sulla vetta porta con sé la contemplazione del proprio limite, nella consapevolezza che d’ora innanzi si avrà sempre un termine di paragone con cui confrontarsi ed essere confrontati, volenti o nolenti. Nella vicenda dei Magnetic Fields, l’ego smisurato dell’uomo solo al comando e la mole delle aspettative lasciate a gravare sulle sue misere spalle hanno esacerbato gli sviluppi di questo dato di fatto, sino all’inevitabile esito parossistico. Schiavo nella dipendenza dal riconoscimento del proprio genio, Merritt deve aver sofferto come un cane alla ricerca dell’idea giusta, meritandosi l’appellativo di “uomo più depresso del rock” con cui venne etichettato tempo fa dal grande Bob Mould. Persuaso della necessità che un’opera epocale vada replicata ad oltranza, l’infelice musicista si è affidato con forza all’autosuggestione, al mito di sé come maestro di concept, credendo che anche dietro il più pretestuoso degli spunti si potesse nascondere un capolavoro. Si sbagliava ovviamente, ma il fallimento non gli ha impedito di dare vita a dischi estremamente intriganti. Dopo aver rimasticato come bubblegum gli stereotipi del country e del noise, Stephin sceglie ora di apporre la propria firma pop anche su un universo sonoro tornato prepotentemente alla ribalta negli ultimi tempi. Per sua stessa ammissione ‘Realism’ è un album folk, per quanto l’incapacità cronica del suo autore a “tollerare il suono di una chitarra acustica per più di tre minuti consecutivi” sia sintomo di un approccio non ortodosso al genere. Tutto il mondo racchiuso in un LP caleidoscopico, con la menzogna gentile di un continuo sdoppiamento autoriale e la sorpresa reiterata dentro ogni brano. Il sound britannico di fine anni ’60, la tradizione che svolta verso il barocco, l’amore per le ampollosità più svenevoli ed anacronistiche. Dal suo magico cilindro Merritt tira fuori una buona dose di rimandi estetici e simbolici, oltre a ribadire la predilezione cabalistica per il numero 13 e confermare in toto la sua folle squadra delle meraviglie: la malìa è garantita come sempre dalle voci preziose di Claudia Gonson e Shirley Simms, non mancano le fisarmoniche di Daniel Handler alias Lemony Snicket, ed il John Woo che si cimenta con banjo e bouzouki è sempre e solo un omonimo del regista di Hong Kong. Come nei due lavori precedenti non c’è spazio per i synth, mentre è una novità l’esclusione radicale di percussioni e chitarre elettriche, se non si tiene conto delle tablas e degli spifferi di distorsione confinati sullo sfondo di ‘The Dada Polka’, a mo’ di ironica autocitazione da ‘Distortion’. Proprio quel disco e questa nuova operina erano nati nella testa di Stephin come solida coppia, le due facce di una stessa medaglia i cui titoli avrebbero dovuto essere ‘Vero’ e ‘Falso’, senza tuttavia precise indicazioni in merito all’effettivo abbinamento. L’ascolto di questo seducente gioiellino parla in ogni caso di una nuova finzione, naturalmente premeditata dal suo creatore. Se là si palesava la falsificazione di certi canoni rock, è innegabile che il “realismo” annunciato dal nuovo titolo non vada al di là dell’impiego di una vastissima gamma di strumenti unplugged, dunque “autentici”, mentre gli scenari evocati vengono sistematicamente filtrati dalla prospettiva deformante del fiabesco e di quella estenuata raffinatezza fuori moda tanto cara ai nostri poeti crepuscolari. Il santone dei Magnetic Fields si riaccredita dunque come inguaribile decadente, specie quando – spesso – sceglie di ripiegare sulle comodità del proprio classicismo oppure torna a vestire i panni del consumato cantastorie (vedi ‘Walk a Lonely Road’, per il suo adorabile omaggio a Leonard Cohen). ‘Better Things’ o ‘Everything Is One Big Christmas Tree’ rientrano agilmente tra le migliori paginette dell’easy listening merrittiano, memorabili per il retrogusto dolciastro e per quel candore un po’ inquietante che il leader della band di Boston ha sempre saputo dipingere con sommo talento. Dietro lo sfarzo degli orpelli e la squisitezza dei ninnoli, popsongs di classe come ‘You must Be Out of Your Mind’ e ‘Always Already Gone’ tradiscono l’accentuato minimalismo di una scrittura che è tutta sostanza, con una polpa melodica a tal punto consistente da poter sostenere come per magia arrangiamenti tutt’altro che leggeri. Con la magnificenza triste delle nuove canzoni sembra affiorare per la prima volta un’ammissione di impotenza. I Don’t Know What To Say. “E’ insensato affidarmi speranze che si dimostreranno inutilmente riposte”, sembra dichiarare con lucidità il cantante, “se qualunque cosa io dica o faccia non verrò preso sul serio”. La voce del disincanto di un Merritt che torna a “non credere nel sole” lascia parole amare che smentiscono la delicatezza da ballerina nel carillon, l’eleganza delle finiture, la dolcezza di una trama tanto semplice e spensierata. Il presente è quello descritto negli ultimi versi della ballboyana ‘From a Sinking Boat’, con la più netta confusione che sembra imporsi in un clima di sconfinata disperazione prima di arrendersi alla meraviglia di una sola certezza, l’amore. In fin dei conti i Magnetic Fields non hanno mai smesso di farci sognare con la più celebre delle loro ossessioni.

[tratto da Monthly Music]

Stefano Ferreri

Un pensiero riguardo “Stefano Ferreri ascolta The Magnetic Fields, “Realism”

  1. Ho letto per somma sfortuna e con crescente noia l’Ulisse n.13 di Lietocolle e, scoppiera’ il finimondo, mai ho trovato tante minchiate raccolte tutte assieme: giochini innocui con la cera pongo, volutta’ di manine e ditini nella marmellata, contegni contegnosi per scemenze diaristiche. Qui torniamo a robe pulsanti, per fortuna e a recuperarmi la serata lavorativa al pc, robe che hanno un nesso con la vita. Non una rigatteria regressiva, onanista o maniaco-depressiva. Grazie Stefano. Siamo tutti dilettanti.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...