“La mondanità del dolore” – Note a “Bambino Gesù” di Daniele Mencarelli

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[Rassegna Stampa]

Sei anni fa di Daniele Mencarelli scrissi – per quanto la sua pronuncia rimandasse già ad una dimora ben esplicitata  – di trovarlo “irsuto”, al fondo, nel bollore più inspiegato che s’addensa in parola, ma certo “soluto” nel tratto segreto, laddove ruvidezza e ragione si prendono per mano.

Mi sembrava di osservare un mosaico luminoso e trasognato, al punto da riferire ai versi una primogenitura placentare. Era chiaro il garbo, il prudente e continuo giungere nei dipressi di una scaturigine nullificante e nell’empatia comandata si finiva per non avere più occhi.

Dicevo, a suo tempo, della consapevolezza dell’autore, del moto riflettente i morsi subiti dal reale e del quotidiano ciclico ritornare di una coscienza vigile.

Continuo a credere che la bava di questa poesia attenda ad una manifestazione più ampia, in vista di personae.

*

Nel febbraio 2010, a distanza di sei anni dalle parole sopra, Daniele esce per Nottetempo con la raccolta “Bambino Gesù”.

L’opera è divisa in tre sezioni: “Bambino Gesù ospedale pediatrico”, “In marcia”, “Guardia alta”.

Dal nucleo infuocato iniziale (l’ospedale) attraverso la terra di mezzo e transizionale (la strada) per giungere alla memoria prima e identitaria (l’origine).

Schegge liriche a forma d’ariete aprono le tre sezioni. E’ il caso, ad esempio, della “corsivata” poesia d’apertura, una salmodia lancinante, o della prima della seconda sezione; la prima della terza, invece, è più smussata, in linea con la parabola descritta dal libro.

La voragine – poesia, che ha il centro focale nel volto bucato di un infante [p. 32-33], restituisce un autore mondano, il quale, chiamato al dovere della vita, cannibalizza eroicamente il dolore, vincendo la scommessa sulla sua indicibilità o meglio sull’inopportunità che esso venga nominato – come se la poesia potesse risolversi in terrena e laica scienza e non altrimenti nell’albero della vita.

Tra spettri, discese ed ascensioni si consuma il giorno del poeta:

Gli ascensori dell’ospedale

grigi d’acciaio scuro vanno

in perenne salita e discesa,

i nostri, quelli di servizio,

ammaccati, soffocano di più ancora.

Tanti di noi lì dentro

si lasciano andare, a battute,

spesso pure a sacre arie,

tra le risate si consuma il breve viaggio.

Ieri scesi al piano più basso

una lettiga c’ha tagliato la strada,

adagiato c’era un lenzuolo bianco,

riempito da un corpo minuto

le gambe il bacino il piccolo cranio,

restammo immobili ci fissavamo,

non ci riuscì di togliere via

dalle labbra dagli occhi il riso.

[p. 19]

I tagli, i punti dati all’oralità e la necessità di comporre scene nelle quali ciò che si tace è il personaggio principale:

Una mattina come tutte le altre

sole e piccioni freschi in cielo,

“prima o poi doveva capitarti,”

così gli altri operai mi dissero.

Non ho ricordi ad aiutarmi

tranne il tavolo d’acciaio bucherellato,

gli arnesi riposti nelle vetrate

l’odore pungente della formalina.

Ancora pago quell’attimo

quell’unico attimo d’innata curiosità,

ricordo barattoli e niente altro,

più che altro niente voglio raccontarti,

se non lo specchio al lato della stanza

che rifletteva uno frenetico a spazzare

a finire il prima possibile il suo dovere,

sudato zuppo con gli occhi vitrei allucinati.

[p. 21]

La vita che cade sulla morte [p. 23].

Vogliamo dire: una poesia bene detta, la cui memorabilità, il piglio aperto dipendono dal rude contatto con la pelle arsa del mondo.

Ogni “carico” filosofico è tolto di mezzo, la potenza vive intera nel dettato. La segreta forza demolitrice è sapientemente controllata [p. 29].

*

Con la seconda sezione,“In marcia”, si entra nel dominio del lutto. Leggiamo la prima e la seconda poesia, quest’ultima dedicata a Giovanna Sicari [p. 41, p. 42]. A questo giro la lontananza temporale spinge alla dissimulazione, eternando il vissuto in una logica ferrea perché universale.

[…]

Non sono invincibili gli uomini

si sdraiano lungo strade buie

smettono di vivere come fosse naturale.

[p. 43]

Scorriamo anche sulla morte, solo un essente stuporoso può salvarsi [p. 45].

In questa seconda sezione, la parola di Mencarelli è senza dubbio meno compromessa, ma più fluida sul nastro:

Ore passate a singhiozzo

cantilena di gas frizione freno

mani a memoria tra cambio e volante,

così estenuante il mio ritorno

che per stanchezza non più distinguere

tra la vista degli occhi e il parabrezza

dove la carne termina

e inizia invece la meccanica,

corpo di nervi ed elettronica

fusione di articolazioni e ingranaggi,

mostro sbattuto un metro avanti

un metro in meno da casa distante.

[p. 49]

La morte viene mascherata dalla vita:

Davvero sei bellissima

si capisce dai capelli dalle linee

del tuo viso in faccia al cielo illuminato

dagli occhi che ancora sembrano guardare.

Noi non facciamo altro che spiarti

in questo incrocio qualsiasi voluto sulla terra,

tu sei la regina al centro della scena

rottami sparsi con cura tutto intorno.

Poterli raccontare tutti gli uomini

e donne e bambini fissati al tuo cospetto,

al casco strappato come corazza di cartone,

alla tua posa così scomposta

da non essere più umana.

[p. 51]

L’atmosfera cortazariana si fonde in una musica crudele ed impattante, ma cordiale:

[…]

quel volo invece ti accompagna, incastrato

nel minimo spazio tra palpebra e pupilla.

[p. 55]

Chi cade, cade per sé, e la vita impietosa continua.

*

La terza sezione, “Guardia alta”, serve a riconoscersi – come dicevamo – la tensione scema. Il “sé piccolo” ritorna e si prende il meritato nonché conseguente spazio. La funzione memoriale, il sapersi “bianc[o] come allora”, battono il ferro ardente sull’incudine acché non scivoli via il segno.

La sezione traballa, accoglie il tremore intrinseco alla scelta.

“Quanto è duro vegliare il mio vagone[…]”

[p. 90]

*

Il capolavoro di Mencarelli, un’opera destinata a resistere al tempo, per grazia, autenticità. Una voce misurata tra terrore e pacata accettazione dell’esistenza.

[Angelo Rendo, aprile 2010, www.nabanassar.wordpress , diritti riservati]

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