Sparklehorse, un mondo triste e meraviglioso – di Stefano Ferreri


E’ un mondo triste e meraviglioso quello che ci ha regalato Mark Linkous e ce lo ha portato via così presto. Un mondo che lo ha accolto in silenzio e che in silenzio lo saluta, nell’indifferenza sovrana e sconfortante dei tantissimi che gli Sparklehorse non li sentiranno mai nemmeno nominare. Gli Sparklehorse che erano lui, e lui soltanto. Un colpo al cuore, come Elliott Smith, a scrivere la parola fine nella parabola di un artista vero. Le prove generali Linkous le aveva fatte diversi anni fa con il valium: rischiò grosso, ma se la cavò con un arresto cardiaco, svariate operazioni e sei mesi di sedia a rotelle. Aveva esordito da pochissimo e il suo nome si era fatto strada rapidamente tra i colleghi affermati, quelli attentissimi alle novità e con la coccarda mecenatesca appuntata in bella mostra sulla giubba. I Radiohead di ‘OK Computer’ lo vollero fortemente per il tour della consacrazione, altri lo avrebbero richiesto in seguito. L’album con cui si presentò non poteva passare inosservato, dopo tutto. ‘Vivadixiesubmarinetransmissionplot’ – così, tutto d’un fiato – oggi sembra lontano secoli, eppure è così incredibilmente attuale. Ascolti i nomi nuovi di zecca del variegato sottobosco nordamericano e ce lo ritrovi senza un motivo legittimo, imitato con scaltra perizia ma senza un briciolo di sentimento. Impressione non esaltante a quasi quindici anni di distanza, ma preziosa nel confermare che quel disco, quel sound e quel songwriting hanno lasciato un segno indelebile. Piaccia o meno, quel primo LP – pubblicato come piccola foglia di fico da una major del calibro della EMI – è diventato in breve tempo un classico con tutti i crismi, uno di quei lavori che pochi notano e che pure fotografano con straordinaria lucidità le coordinate di una certa scena musicale in un dato momento. Canzoni come ‘Homecoming Queen’, ‘Heart of Darkness’ o ‘Hammering The Cramps’ si sono rivelate formidabili nel consegnare ad un pubblico che li cercava un cantore nuovo ed uno stile nuovo. L’anima tormentata e complessa di Linkous si offriva subito nella sua duplice natura e per alcuni, tra cui il sottoscritto, si trattò di un’autentica folgorazione. La dolce malinconia dei brani elettracustici  si spartiva quei pochi ma fenomenali minuti con le lacerazioni elettriche più viscerali, allineando con stupefacente coerenza emotiva le tessere di un mosaico policromo, l’intima confessione di un vero sognatore. A rendere tutto più memorabile avrebbero pensato poche ma geniali scelte adottate come amalgama in un flusso sonoro ininterrotto ma ricco di irregolarità: il condimento del balocco formale, gli sbuffi, le interferenze, le distorsioni, la bassa tecnologia, le vocine sussurrate o filtrate, in poche parole lo ‘Sparklehorse style’. Intercettato dalla mia curiosità onnivora di quasi diciottenne, il primo Sparklehorse mi è entrato subito nel cuore e non ne è mai più uscito. Lo ascolto con parsimonia ma con piacere intatto e riesce a rapirmi oggi come le primissime volte: ha contribuito in maniera significativa a modellare il mio gusto, ad apprezzare la musica sincera e di (apparentemente) basso profilo, orientandomi prima di tanti altri dischi fondamentali verso l’universo degli indipendenti. E’ un capolavoro, pezzi come ‘Someday I Will Treat You Good’, ‘Weird sisters’ e ‘Saturday’ sono una benedizione e non mi stancheranno mai, anche se nel ’97 stancarono lui e lo schiantarono in un buco nero pauroso. Ripresosi come per miracolo dallo sventurato crollo che chiuse quel primo momento di effimero successo, Linkous ha continuato a scrivere canzoni magnifiche. In ‘Good Morning Spider’ ha saputo raccontare la propria debolezza con spietata e disarmante poesia, accentuando i contrasti espressivi abbozzati con la prima prova e lasciando stupiti per l’abilità nell’andare a bersaglio con apparente distacco, puntualmente, tra la delicatezza di una ‘Painbirds’, la verve abrasiva di una ‘Pig’ e la schiettezza micidiale di una ‘Sick of Goodbyes’.

Ancora più evidente rispetto all’esordio, un talento pop cristallino nella scrittura – il miracoloso segno di Linkous – ma anche una tendenza, romantica e masochistica nel contempo, a svilire certe ottime intuizioni, a mantenere un atteggiamento modesto sino al paradosso come per non tradire se stesso. La sporcatura formale applicata a ‘Chaos of the Galaxy/Happy Man’, con incurante e quasi irritante menefreghismo, rappresenta Linkous e gli Sparklehorse meglio di tanti inutili giri di parole: avevi una canzone vincente ma non poteva essere davvero tua, quindi l’hai ammazzata con buona pace dei discografici e della EMI. ‘It’s a Wonderful Life’ è stato presentato tre anni più tardi come uno strepitoso esercizio di stile, con ospitate sontuose (P.J. Harvey, Tom Waits, John Parish) ed una cura eccellente sul suono (merito di Dave Fridmann), che ha però in parte disinnescato l’impatto scabro e diretto dei vecchi pezzi di Mark. Un disco che non ha saputo appassionarmi come i suoi predecessori, ma che ha pur sempre dentro perle come ‘Apple Bed’, ‘Piano Fire’ e ‘Gold Day’. Se il rischio di scivolare in una forma di lussuoso manierismo era scongiurato dall’intelligenza stessa e dalla sensibilità vera del cantautore, resta innegabile come proprio le migliori armi a sua disposizione gli si siano rivolte contro sotto la maschera impietosa e recidiva della depressione. Vittima di se stesso e della propria inguaribile infelicità, Linkous è rimasto fermo al palo per anni, incapace di tornare a comporre musica. Nel 2003 lo vidi per la prima volta, di spalla ai R.E.M. a Padova, palesemente fuori contesto: invernale nel caldo asfissiante di quel luglio padano, poco a suo agio con un pubblico assai poco sensibile e rispettoso, chiuso come in una corazza di autistico distacco, suonò come un automa pochi pezzi con una ferocia fredda, assolutamente inedita, mentre dalle prime file gli tiravano preservativi a mo’ di palloncini e lo sfottevano. Provai pena. Non lo sapevo ma quello era un Linkous che, nuovamente, rischiava l’affondamento. Grazie a Danger Mouse ne sarebbe venuto fuori ancora una volta, offrendo ai suoi fan un ultimo disco non abbastanza apprezzato ma che io trovai estremamente incoraggiante. ‘Dreamt for Light years in the Belly of a Mountain’ aveva dentro tutto ciò che ancora speravo di poter ricevere da lui: pezzi rock tirati, ballate oblique e narcotiche, ombre affascinanti in quantità industriale (che brividi ‘Knives of summertime’). Passò anche in città a presentarlo e lo show al 211, con Fennesz come spalla, fu la conferma di un promettente ritorno in campo: clima raccolto, totale partecipazione sua e di un pubblico ammirevole, bellissime suggestioni nei sussurri della sua voce, nelle immagini proiettate sullo sfondo, nel recupero di tanti pezzi favolosi dall’album d’esordio. La collaborazione rinnovata con il progetto ‘Dark Night of the Soul’, l’anno passato, sembrava inserirsi perfettamente in quest’ottica di lento ma luminoso ritorno alla vita, artisticamente (e non) intesa. Pareva prefigurare in tutto e per tutto un nuovo segmento positivo nella sua carriera, ma le cose sono andate diversamente. Nonostante le inquietudini del suo passato mi fossero ben note, il suicidio di Linkous è stato un fulmine a ciel sereno. Un po’ come quello di Chesnutt nel Natale scorso, ma senza quel disperato bisogno di moltiplicare gli sforzi ed accelerare i tempi per svuotare i cassetti della propria creatività degli ultimi, preziosissimi, rimasugli. Senza quell’impressione di necessario testamento, di lascito consapevole, di testimonianza. Anche per questo la morte di Mark e dei suoi Sparklehorse fa veramente male e non lascia consolazione, a differenza dei suoi brani, anche dei più dolenti. Non lascia uno straccio di spegazione, plausibile o meno, che alleggerisca il peso di una realtà incomprensibile per noi che siamo rimasti come bambini a bocca aperta. Stamattina, dopo aver letto la notizia che ha rotto nel peggiore dei modi un esilio dalla rete durato quasi due giorni, ho tirato fuori l’ipod e ho lavorato con la compagnia delle sue canzoni. Con Chesnutt non ne ero stato capace, e ancora aspetto di potermi rimettere ad ascoltarlo senza soffrirne. Ascoltare gli Sparklehorse oggi è stato sì triste, ma non doloroso. Mi ha trasmesso una certa carica positiva. Poi, arrivato a ‘Little Fat Baby’, ho avvertito una vera fitta: l’aveva dedicata a Vic, si era ispirato a ‘Myrtle’ per raccontare la “grazia sgraziata” del collega ed amico.

Non sono passati neanche dieci anni ma sembra trascorsa un’eternità.

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