Bill Callahan, ‘Sometimes I Wish We Were An Eagle’ – di Stefano Ferreri

Ancora una volta Mr. Smog ha fatto centro, senza bisogno di reinventarsi o stravolgere le proprie convinzioni estetiche. Non sbagliano gli intransigenti puristi che non gli hanno ancora perdonato l’accantonamento del vecchio moniker, e non sbagliano i detrattori di vecchia se non vecchissima data, sostenendo che questo nuovo lavoro di Bill Callahan non aggiunge nulla a quanto già detto in venti anni di onorata carriera, apprezzata o meno che sia. Sbagliano invece tutti loro nel servirsi di questo condivisibile assunto con dogmatica miopia, liquidando sbrigativamente il disco senza preoccuparsi di scoprire come dica quelle cose già dette, adoperando quale lingua. L’elemento cruciale di ‘Sometimes I Wish We Were An Eagle’ risiede a mio modesto parere proprio in questo dettaglio non trascurabile. Callahan ripercorre strade e temi a lui cari, ma lo fa con una consapevolezza formale straordinaria e senza alcun autocompiacimento. Dice cose dure, anche durissime (come in un finale che svela la fine della sua fede in Dio), eppure lo fa con un tocco leggero e misurato, tagliando all’essenziale la sua musica e riuscendo ugualmente a mantenersi su livelli comunicativi ed emotivi straordinari. Un quadro intenso e policromo che prende le distanze dalla magnificenza pop-rock della prima prova solista, riportando piuttosto alla memoria gli ultimi Smog: sobrietà elegante negli arrangiamenti, marginalizzazione delle tentazioni folk classiche (evitando di risultare eccessivamente crudo) ed apertura alle più svariate influenze in ambito cantautoriale. Il risultato è questo semplice ma convincente affresco, un’opera preziosa che riesce a porsi in una prospettiva personalissima fluttuando come in sospensione, senza tempo, fuori del tempo. Sarà anche per questa sensazione che lo ritengo un album vincente, libero da vincoli, classico già al primo ascolto e probabilmente ancora attuale dopo mille passaggi sul giradischi. Callahan in tal senso è sempre stato un maestro ed invecchiando ha saputo affinare questa sua prerogativa di sguardo come nessun altro. Disco dell’anno, nessun dubbio a riguardo.

[Stefano Ferreri, diritti riservati]

5 pensieri riguardo “Bill Callahan, ‘Sometimes I Wish We Were An Eagle’ – di Stefano Ferreri

  1. Ma, drago: canti? … scrivi canzoni? … conosci Stefano Ferreri (benvenuto)? … cosi’ come ti dai alla pittura e conosci Francesco Lauretta (benvenuto) … non ci capisco nulla … sono un povero ascoltatore di violino con un’armonica da qualche parte … mi piaceva Annie Lennox … quando ero liquido liquido mi piaceva pure Paul Klee … ho visto il video di Chiara Daino a RicercaBO 2009 e letto qualcosa sul suo blog, sono contento di essere oramai un sacco di patate … pacificato …

  2. Non disco dell’anno ma sottoscrivo quanto scritto anche se forse preferisco Julius Caesar, del nostro Bill.

  3. Ohi, corvo…Teresa Zuccaro, Ciccio Lauretta e Stefano Ferreri sono tre amici, che ampliano il nostro spazio; lo abitano con preziosa discrezione. Da prospettive diverse riunirsi attorno alla solidità che ogni forma tradizionale fa brillare, o esplodere.

    Ciao Ciccio, credo che la sintesi di Stefano sull’ultimo di Callahan pertenga alla scrittura di un canone, ragione per cui – lontani dalla liquidità, e dal relativismo – l’evidenza è costituita dall’opera complessiva, che trascina con sé affluenti e rivoli di minor portata, splendendo di lancinante e scientifica purezza.

  4. Un saluto a tutti voi. Io sono il dilettante di cui si fa menzione sopra il quadro del clown. Non badate a sparate (a salve) tipo “disco dell’anno”: non sono un magazine specializzato, avrò ascoltato non più di duecento album l’anno passato per cui non ho alcuna pretesa di verità. Anzi, non ho proprio pretese, se non di scrivere a proposito di quel che in ambito di musica (leggera, a volte leggerissima) mi porta emozioni.
    ‘Julius Caesar’ è un altro grande album di Callahan. Ad essere sincero fatico a trovarne tra i suoi uno che non lo sia.

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