nabanassar.com disattivato a luglio 2010

Si informa che http://www.nabanassar.com verra’ disattivato a luglio 2010; le attivita’ continuano qui in blog su https://nabanassar.wordpress.com e la mail di contatto diventa nabanassar@googlemail.com. Tutti i contenuti del sito padre verranno archiviati su un CD, disponibile su richiesta. I diritti sul materiale pubblicato rimangono ai rispettivi autori. Grazie a tutti, buona letteratura.

Nabanassar, redazione.

16 pensieri riguardo “nabanassar.com disattivato a luglio 2010

  1. Ho fatto una chiacchierata con uno studente inglese di PhD in creative writing (critica e poesia), partita da TS Eliot e continuata su premi, politiche e radicalismi.

    Mi pare di aver capito che in questo ambiente anglosassone la scrittura sia fortemente connotata dal punto di vista politico, prima che sociale; questo era gia’ emerso parlando dei “30 poets” della Bloodaxe, che inizio’ come piccola tipografia indipendente prima di imporsi quale sdoganatrice di donne, minoranze etniche e sessualita’ varie.

    Ormai sto qui in UK da quasi 4 anni, sinceramente il sistema non mi piace: a parte i fondi, che ancora sono abbondanti e statali, c’e’ un netto predominio di donne (altrimenti casalinghe o disoccupate) spesso senza filo conduttore e dunque confessionali; oppure c’e’ una aprioristica protesta “contro”, con toni urlati da parte di minoranze molto chiuse; o ancora tronfieggia la forte tradizione modernista, proprio qui a Manchester con le edzioni Carcanet.

    Questo studente mi ha anche spiegato un po’ di politica locale, di come Labour & Tory siano molto diversi sia per composizione sociale che per politiche nei confronti delle middle class e della fascia povera/emarginata della popolazione. Ho provato a capire come si collocherebbe il mio radicalismo all’italiana e lo vedo piu’ vicino all’area Labour… come l’ha delineata Tony Blair…. (sic!).

    Da supporter di Pannella e ammiratore della Bonino, nonche’ delle varie associazioni satelliti impegnate sul territorio (anticlericale.net, nessuno tocchi caino, lucacoscioni, diritti umani internazionali) ritrovarmi blairiano mi fa un po’ schifo, ma tant e’. Meglio che trinariciuto zdanoviano o picchiatore leghista.

  2. Bene, mi ha mandato una mail nella quale precisa il rapporto fra chi scrive e chi giudica, sia in ambito accademico che in ambito editoriale. Si stratta sostanzialmente di curriculum, cioe’ chi ha maturato un certo numero di pubblicazioni guadagna autorevolezza e conferisce autorita’ a chi ne ha di meno, recensendolo. Mi ha anche spiegato che a livello di PhD usano una sorta di peer review, come lo vorrebbe qui da noi Lorenzo Carlucci: in pratica passa quello che emerge da un filtro collettivo, in cui le istanze individuali vengono fortemente mediate sui discorsi contingenti che animano il gruppo.

    L’approccio del peer review mi pare improprio nelle questioni estetiche, soprattutto perche’ non ci sono peers. Io ad esempio non riconosco a Carlucci nessuna autorevolezza estetica, dunque non ci faccio rete e non sono intenzionato a prendere per buoni i suoi consigli, non lo considero un peer. Considero invece peer gli studiosi di meccanica della frattura e con questi condivido sia un vocabolario che un protocollo operativo.

    Uno dei problemi dei blog italiani e’ che l’atto stesso dello scrivere si fa autoautorevole, cioe’ per il semplice fatto di scrivere in un blog, si diventerebbe autorevoli. Ecco che dunque un Andrea Inglese, irriconoscibile come peer sia esteticamente che politicamente (un po’ meno teoreticamente, ma li’ si entra in un dettaglio iperspecialistico), da anni porta avanti discorsi sconclusionati, senza capo pratico (essendo riflessioni troppo generali) ne’ coda politica (mancando di un consenso popolare) in virtu’ del suo scrivere sul blog assai seguito Nazione Indiana. L’amico britannico mi spiega che qua in UK poeti/scrittori si tengono molto alla larga dai discorsi politici propri, dividendo nettamente la sfera pubblica (artistica, basata sul giudizio dei peer), da quella privata (chi ha voglia, collabora con charities a vario titolo, essendo le charities delle specie di onlus impegnate nel sociale, ognuno scegliendosi la propria). E’ insomma una carriera, quella letteraria, come altre, in cui l’appartenenza ad un discorso politico influisce poco (cioe’ uno come Nori non sarebbe messo in discussione per lo scrivere sul Sun invece che su Poetry o su The Independent; e uno come Cortellessa non verrebbe preso sul serio come indicatore di comportamenti materiali, ben oltre la sua competenza professionale specifica).

    Ecco che dunque uno come me, sostanzialmente privo di autorevolezza estetica conferita da peer in Italia, sostanzialmente privo di rappresentanza politica come cittadino in UK, non avrebbe altra chance che dar di gomito e tentare una “scalata” (?) verso non si sa bene cosa, una “emersione” (come qua in Italia abbiamo gli scrittori sommersi/emergenti) anzitutto estetica (fai guardare la tua roba a chi ha gia’ molte pubblicazioni e ottieni tu stesso pubblicazioni prima su rivista e poi in volume) e poi sociale (iscriviti a qualche gruppo di interesse politico/sociale, vai a fare attivita’ sul campo con loro come semplice cittadino) prima di permetterti di parlare.

    E’ un paradosso della democrazia, questo dover “emergere”; e’ esso stesso una mercificazione anzitutto dei propri intenti individuali, quindi una mediazione in virtu’ dell’interesse collettivo a breve termine. Mi pare del tutto improprio, questo sistema, mi pare molto inserito in una coordinata temporale, molto utilitaristico. E’ evidente che la mia idea di estetica e di operativita’ sono molto individualistiche invece che collettive; c’e’ sostanzialmente un disinteresse verso il riconoscimento, sostituito invece da una operosita’ verso il manufatto. Il britannico dice che ho scritto moltissimo, in quindici anni di letteratura, lo quantifica in pagine, dice che tutte le mie robe fanno almeno 1500 pagine, che non dubita che abbiano un valore ma che mancano del riconoscimento dei peer e che dunque andranno assai probabilmente perdute.

    Dovro’ chiedergli che differenza c’e’, cosa importa se l’oblio e’ seduta stante o rinviato di qualche anno o decennio, cosa importa se le mie robe non vanno in scena, cosa importa ai fini estetici se non ne ricavo alcun utile. Qui in Italia si dovrebbe chiederlo ad uno come Tiziano Scarpa, l’eterno emergente finalmente emerso, pur essendo egli stesso esteticamente un calco scopiazzato dello Spirito del Tempo Corrente. Immagino che una possibile risposta -sia in UK che qui in Italia- sara’ ancora di tipo utilitaristico, risiedente nel mestiere, nel corrispettivo economico derivante da un certo lavoro intellettuale.

    Dovrei quindi chiedermi se il vero peer del lavoro estetico non sia -in ultima analisi- la quantita’ di pane che ne deriva, il trovare una committenza soddisfatta (per motivi suoi, che possono non essere i miei) del mio sforzo intellettuale. Dovrei quindi chiedermi se ad uno come Paolo Nori possa semplicemente non importare nulla di tutta la canaia seguita al suo piccolo opportunismo (non mi pare Nori ne’ un modello di impegno ne’ un aspirante guru), avendo maturato il corrispettivo economico atteso. E mi chiedo dunque se il lavoro estetico non sia in fondo un equivoco basato su un semplice scambio di valore monetario e che il surplus sul quale tanto si discute (dai peer e dalla autorevolezza a la Carlucci, ai samidzat di Inglese/ Cortellessa, all’ “emersione” del britannico qui a Manchester) non sia una virtu’ propriamente conservatrice, fascista, rispetto alla quale i comunitari nostrani meno propensi alla “lotta” (a la Francesco Marotta o alla Stefano Guglielmin, e qui da noi Gianluca D’Andrea, sempre molto attenti a dispensare complimenti ma a non fare graduatorie) fiutino l’incongruenza intrinseca del modello.

    Modello rispetto al quale io invece nutro maggiore fiducia, riconoscendo esteticamente l’esistenza di un talento a-democratico e impossibile da restituire via peer review (per cui un cazzaro estetico resta un cazzaro anche se scrive sul contenitore piu’ seguito al mondo), come cittadino la virtu’ del fare (l’oggettivizzazione del pensato, in senso modernista come dice l’amico britannico… di diretta discendenza illuministica e industriale, liberista) e come soggetto politico la casualita’ del libero mercato (il corrispettivo in danaro svincolato dalla possanza estetica del prodotto resta pur sempre uno dei modi possibili della quantificazione, uno fra gli altri).

  3. E per chi volesse farsi un’idea di cosa tira nel mainstream giovane, ecco i NEW POETS della Faber che, scelti e finanziati, pubblicano una plaquette ciascuno nella collana piu’ importante del Regno Unito. Una oxfordiana con PhD in creative writing, uno studente di PhD in creative writing, uno straniero che insegna inglese ad asilanti e rifugiati e una artista occasionalmente poetessa. Tutto molto bilanciato, molto preciso, molto studiato a tavolino. Mestiere, lavoro, sembrano le fotine della reclame degli istituti CEPU, i ragazzi copertina del momento contemporaneo. Ogni librino costa 5 sterline, ma sembrano gia’ fuori stampa; che faccio, me la compro una merendina poetica, un frappuccino letterario, una tortina sorridente & vincente?

  4. Ma gli inglesi fanno comunita’, chiedo all’ignara cavia dei miei intenti comparativi… insomma, risponde, in realta’ c’e’ molta rivalita’, soprattutto le donne. Ecco, questo e’ un bel punto: tutte le donne impegnate in letteratura che ho conosciuto qui in UK sono molto self-conscious, molto determinate (ad “emergere”), molto focalizzate nella ricerca di un tema o una vena che le porti alla ribalta, soprattutto pescando nella propria vita personale… dunque madri che parlano dei figli e dei mariti, ragazze che sparlano dei fidanzati, celebrita’ mediatiche che raccontano le ripicche del jet set, poetesse affermate che puntano a posti prestigiosi usando mezzi e mezzucci (Ruth Padel, che ha fatto una carriera quale discendente diretta di Darwin e ha diffuso l’infamia su Walcott quando entrambi erano candidati alla cattedra di poesia ad Oxford), titolari di riviste agenzie e agenziette che tiranneggiano i poveri signor nessuno che mandano testi in lettura, membri di redazioni influenti che bombardano gli uffici stampa di mezzo mondo. Puo’ esserci una Helena Janeczek in Inghilterra? Boh, non ne ho conosciute o non ne ho notizia.

  5. Mettetemi da parte una copia del CD, che finirà nel mio archivio personale.

    E grazie per la precisa fotografia di una realtà (quella anglosassone) molto spesso citata a sproposito e, soprattutto, per sentito dire.

    fm

  6. Che mi dice l’inglese del rapporto generazionale? Gli spiego che in Italia, almeno ad alcuni di noi, piace molto l’idea del poeta che invecchia dedicandosi alla sua arte per poi pubblicare un rendiconto complessivo, un grande volume antologico (o infine la raccolta matura) che dia un’idea finita e la apra al “mercato”. L’inglese mi spiega che qui da loro non ha senso un discorso del genere, perche’ se non ti sei fatto notare in precedenza, non ti conosce nessuno e nessuno ti considera, non sei entrato nel giro, non sei nominato nel circolo, non sei un peer. Ma… obietto… per la narrativa e’ diverso! Qui in UK non si vendono i nomi degli autori ma i titoli dei libri… Coetzee ha vinto un mare di premi ma molti non sanno che e’ lui ad aver scritto il famosissimo Disgrace, eppure Disgrace (Vergogna in italiano, uscito per Einaudi) e’ molti considerato un romanzo epocale.

    E’ ancora questione di soldi, spiega comprensivo l’amico: il narratore valente ed affermato riceve un anticipo di qualche migliaio di sterline, ha poi delle royalties e campa cedendo diritti di secondo grado (per film, riduzioni in radio, ecc.). Il poeta, invece, ben che gli vada (se non diventa cioe’ un Armitage, che dalla sola poesia fa i suoi 5-10mila sterline annue piu’ un discreto indotto in radio e come drammaturgo), entra in qualche Universita’ ad insegnare scrittura creativa e da li’ influisce non tanto e non piu’ tramite la sua arte, quanto tramite il potere dipartimentale che accumula. Ecco svelato un altro contrasto: il modernismo anglosassone che punta all’accademia e alle riviste istituzionali si contrappone all’emersione sociale degli ineducati, perseguita invece da case editoriali alla Bloodaxe, cooperative e impresine editoriali che accettano o meno la longa manus dell’ Arts Council per sopravvivere (finanziamenti in cambio di controllo sul materiale pubblicato). La lotta politica si fa a livello editoriale, coinvolge gli operativi invece che gli artisti.

    La mia erbacce-press di Liverpool, dice l’inglese, e’ al di fuori di tutto, non ha mai accettato finanziamenti dall’ Arts Council per non sottomettere la liberta’ di scelta, ma d’altro canto pubblica un sacco di fregnacce, essendo Corkish & Taylor degli idealisti strambi piu’ che impresari con fiuto poetico; l’inglese dice anche che il mio volumino bilingue gli sembra buono e non si capacita di come io l’abbia dato ad erbacce invece che portato altrove. Boh, spiego all’ “emergente”, a me e’ bastato leggere chi sia Corkish, come ha vissuto, in cosa ha creduto e come vive ora per capire che la mia idea materiale, pur essendo liberal/liberista, ha ancora un certo rispetto dell’individuo, e che se uno che chiama la sua piccola cooperativa: erbacce, intendendo proprio l’amara erba che attacca ovunque ci sia un pertugio con un po’ di sole, risponde bene alla mia idea di editore.

    L’inglese dice che parlo cosi’ perche’ sono ingegnere nucleare, non campo di letteratura e posso farne tranquillamente a meno: per lui e’ un lavoro, per me un hobby, dice. Boh, gli rispondo in trip moralistico-apologico (a la sementa dei fessi del commentatore D’Angelo), per me e’ una parte del corpo e per lui un abito. E io non faccio pornografia.

  7. Pare che la tua proiezione posturale non sia divenuta altro, rimanendo piuttosto congiunta ad una forma innata.;-) Perciò, il tuo sfogo è da rubricare alla voce “Parlarsi addosso”.
    Infatti, dopo più di dieci anni, mi pare inutile e squalificante avere dubbi – considerata la nostra scaturigine – calarsi in un dialogo che della “quantità” fa principio e potere.

    Prescindere dall’opera pubblicata sta divenendo azione intrinseca al nostro “motore”.

    Osta cosa? Osta l’ottica scientista, di per sé utilitaristica, incanalata nell’utopia della coincidenza di spazio e tempo: la poesia. Scientismo e antiutilitarismo si prendono a morsi; ecco la funzione ornamentale predominante della letteratura.

    D’altro canto è pure vero che l’allentamento della corda nel “comunitarismo spinto” garantisce relazione e pubblico. Ma è più una scelta obbligata per operatori culturali.

    Infine, a me pare che il sostrato lirico-metafisico renda l’Italia un paese migliore, alla radice, dell’UK, traggo dal tuo resoconto.

  8. E’ probabile che il posturismo rispetto ai temi mercantili derivi infatti dal fare della letteratura sostanzialmente un hobby; avrei da opinare che forse sono diventato ingegnere proprio per non fare pornografia della mia forma propria, ma non sono cosi’ masochista e non ho pretese exemplari. E poi, come dici giustamente, ormai e’ tardi.

    E’ un corno duale, la parte che si vende e si fa comprare contro la parte che non sembra ricercare commercio. Cerco allora di capire perche’… visto che rimango comunque un utilitarista: se Einaudi o Mondadori, per rimanere al tema caldo del momento, mi proponessero un contratto vantaggioso, rifiuterei non tanto perche’ berluscoidi o razzisti, ma proprio in virtu’ del “catalogo”, come la mettono i giustificazionisti: uscire nella stessa collana dei Wu Ming o di Temporelli, di Genna o dei tardi minimalisti lombardi, sarebbe un affronto estetico, non sono miei peer e non li riconosco tali. Cosa mi piacerebbe allora? Un bel mammutone complessivo, tipo i Garzanti blu, con tutte le robe scritte finora, tanto ho gia’ finito; questi stessi discorsi “quantitativi” con l’inglese e con quel che lui rappresenta, indicano che sono gia’ nell’ottica posteriore della piazzabilita’ dei miei prodotti, non piu’ nell’occhio del ciclone.

    E’ anche vero che sono uscito per Fara in antologie solo perche’ non ho pagato per pubblicare, cosi’ come sai ho cassato in passato Manni (discretamente apprezzata) e Bastogi a Foggia perche’ volevano pagassi. Sono paladino del “a gratis” non per motivi ideologici o di liberta’, ma squisitamente utilitaristici. Ed erbacce, oltre l’umana simpatia per Corkish, mi ha fatto aspettare solo dieci giorni per leggere il manoscritto e mi ha poi chiesto 40 sterline tutto compreso, dandomi ISBN e una decina di copie, stampandone 200.

    Insomma: il dialogo quantitativo con l’inglese (la persona fisica, la lingua e la struttura sottotraccia vissuta in 4 anni) e’ una specie di scontro di civilta’… e hai ragione nel dire che l’ Italia sta messa meglio, ha ancora persone con memoria. Dovrei anche ammettere che farei una prova vissuta, a questo punto, in qualche paese dell’Est Europa, tipo Germania Orientale, Czechia o Polonia o Albania, ma temo che quel che andrei cercando sia andato perduto anche li’, a catafascio assieme alla rovina dei loro regimi politici. Oltre che non andarci mai perche’ non conveniente dal punto di vista economico rispetto a UK, Italia o Europa Occidentale (dove sto cercando nuova sistemazione finito il PhD).

  9. Se dici che per te la letteratura è un hobby, stai mentendo. Reale è che tu ne sei innamorato pazzo, respinto! Ma poi… se è un hobby, stampatelo con la stampante il mammutone, no?

    Mah, io credo che non è più ora di smaniare per la pubblicazione; non vale più arricciare il naso per gli eventuali compagni di catalogo. Ma serrare i ranghi fra sé e sé.

  10. Sto mettendo assieme tutta la roba per l’e-book definitivo. Poi lo mando a Garzanti e al gruppo Messaggerie. Se mi respingono, mi sparo!

    Comunque… il reportage e’ finito, tocca adesso limarlo e archiviarlo.

  11. Via, in onore di Nori, a Foggia ai primi di marzo mi cerchero’ in biblioteca il Chlebnikov di Ripellino, almeno torno a qualche tecnico che lavora sulla lingua propria come piacerebbe trovarne a me di questi giorni. Tutto il mio filone e’ stato gia’ scritto, come dicono alcuni.

  12. Ho detto all’inglese creativo che abbiamo un blog nel quale ho riassunto la nostra discussione e si e’ fatto spiegare cosa ci mettiamo sopra. E’ inorridito all’idea di chiudere il sito statico per continuare in blog: niente ISBN, niente certificazione, niente CV, dice. Mi ha consigliato di fare un MA (Master of Arts) in letteratura, volendo anche qua a Manchester, e preparare mio materiale da immettere nel circuito anglofono. Dice che mi presentera’ alla Poeta Laureata Carol Ann Duffy, che insegna qua. Gli ho detto delle merendine poetiche Faber, dei frappuccini letterari Carcanet, delle minoranze urlanti e di come apprezzi maggiormente i fregnacciari erbaccei, quelli che m’hanno fatto il quadernino. Disgustato, mi ha mandato a cagher… dovro’ fargli leggere il Chlebnikov di Ripellino, ma dubito riuscirebbe a capirci qualcosa anche se lo liofilizziamo ad usum pueri.

  13. Sugli studi di Nigel Fabb siamo invece abbastanza d’accordo nel ritenerli molto promettenti. In particolare su PN Review n.189 dell’autunno 2009, Fabb suggerisce che l’unita’ fondamentale di una poesia e’ la linea, che diventa il verso comunemente inteso non per scarto dalla prosa, ma per virtu’ di concatenazione. La linea e’ cioe’ prodotta concatenando elementi, senza riferimento ad una sintassi; la linea e’ fondamentalmente una lista, una sequenza di parole senza limiti metrico o ritmici, che viene testata a posteriori invece che pianificata a priori come nel linguaggio ordinario di soggetto – predicato – complemento.

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