LUNGA VITA AL ROCK INDIPENDENTE – di Stefano Ferreri

Rifletto sul concetto di indie-rock, oggi che quasi tutto in ambito musicale viene spacciato come tale.

Non mi tornano i conti, ma non penso sia un problema di etichette o categorie di comodo tipo i “file under” nei grandi negozi di dischi americani. La verità è che, parlando o equivocando sull’argomento, si commette spesso l’errore di lasciare troppo spazio alla novità ricercata piuttosto che alla realtà consolidata. Non che questo sia sempre sbagliato, per carità.

La novità è ben accetta, anzi necessaria: negarla a priori come fa qualche sepolcro imbiancato è deleterio, soprattutto quando si discute di musica leggera. La novità è una benedizione perché attesta che non tutto è finito nel Marzo del’74, che non c’è nulla di irripetibile e che, anzi, in molti lodevolissimi casi il recupero del passato può dar luogo a opere di assoluto valore, dove lo stilema di ieri, innestato in un contesto nuovo, viene attualizzato e reinventato.

Ogni anno escono dischi nuovi in tutti i sensi ed è un piacere incontrarli”, farli propri.

Dove la novità diventa però una specie di fine, il gioco mostra la corda ed il divertimento scade nella noia della ripetizione: una corsa impazzita alla next big thing” fighetta, alle correnti trendy create ad arte da discografici coglioni ed amplificate da critici ancora più coglioni di loro, sulle pagine patinate di riviste tutte uguali.

La novità a tutti i costi è una tristezza.

A voler tracciare un consuntivo, mi sembra di leggere troppo di musica interpretata secondo questo parametro e troppo poco secondo l’ottica ben più significativa dello spirito con cui le canzoni vengono scritte, messe su disco, portate in tour e via dicendo. Quando poi un’interpretazione così impostata si spinge all’attribuzione di valori qualitativi e meriti esteticicondivisibili o meno che siano – l’ottica si fa un po’ troppo sfocata, i discorsi ristagnano sui dettagli meno significativi e la vince il divismo da operetta tanto caro alla giostra discografico-pubblicitaria.

Cosa emerge poco nei discorsi sull’indie-rock? Il riconoscimento dell’attitudine indie, a prescindere dalla casa discografica per la quale si pubblica. E’ un ingrediente poco considerato ma vitale, imprescindibile. E’la natura stessa della categoria, a ben vedere.

E’ un problema mio e del mio scetticismo verso la gran parte delle band osannate al primo refolo di vento, al primo sputo di EP pubblicato, al primo singolo “che spacca”.

Forse è quella mia dannatissima fissazione per cui un gruppo deve passare indenne la “prova” del terzo album per meritarsi acclamazioni e riconoscimenti che siano un minimo giustificati. Forse sono i miei dubbi su una fantasmagorica scena inglese che mi ostino a cercare ma che proprio non riesco a riconoscere come tale: Maximo Park, Arctic Monkeys, Bloc Party, Futureheads, Kaiser Chiefs, solo a citare quelli più inflazionati. Ho tutti i loro lavori e mi sono sforzato di ascoltarli e riascoltarli con la più imparziale delle disposizioni d’animo, anzi con una certa benevolenza. Per carità, sono anche operine interessanti, qualche canzone è carina e di buono se non ottimo impatto. In concerto proverò a non perdermeli per non lasciare davvero nulla di intentato, chissà mai.

Ma lo spessore? La maturità artistica al di là dell’entusiasmo? Le benemerenze indie? No, via, non esageriamo con le richieste. I riscontri commerciali sono notevoli senz’altro ma il talento è un’altra cosa.

[Stefano Ferreri, diritti riservati]

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Stefano Ferreri è nato a Torino nel 1979 e ci ha sempre vissuto. E’ laureato in Lettere. Opera nella vita come un perfetto dilettante, detto senza falsa modestia. Tra i suoi hobby – rigorosamente espressi con quello spirito – la fotografia e la critica musicale.


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