Percezioni ultraliriche e brezze ultrapsichiche – Lettura de “Il tempo materiale” di Giorgio Vasta

Scrittore pazzamente innamorato della lingua, Vasta pare privilegiare le celebrazioni del trionfo.

Enumerationes, vertiginose metafore, procedere analogico centrifugati con la pretesa notomizzante di fare a pezzi la fantasia, comprimerla e nausearla.

La lingua è infetta, e scava.


Tra la disappartenenza e l’ambiguo, tra Nimbo e la Pietra e lo Spago si consuma il rito claustrofilico della protezione, che rende estranea ogni forma di vita nascente e coltivata.

Una parola dai troppi supporti, affetta da mitopoiesi, che cerca di dire un’epica del presente, e col tempo presente sconfina e fastidia.

Ritmo di continuo corretto, a scatti, robotico, giustificato e sfumato e, sotto, la pulsante cupezza ideologica.

Più in là, sui prati, i ragazzi seduti in cerchio a discutere lo seguono con gli occhi, incuriositi. Uno si alza facendo svolazzare qua e là la stoffa celeste dei pantaloni a zampa e si dirige verso l’albero. Dietro lo segue un cane, uno di quelli che percorrono la villa a rasoiate, il pelo vergognoso, le zampe ad aculeo e il corpo stretto che prende il vento come una vela, cambiando forma ondulare mentre corre di lato resecando l’area di un’aiuola, alacre e inutilmente mercuriale, senza un’origine e senza una meta e quindi, come ogni bestia senza meta, furiosamente veloce.

Pare che un sentire ancora ingombro, nelle figure della “diversità” e della “pericolosità” patente, falcidi la tenuta del romanzo, che, tuttavia, non subisce contraccolpi, dandosi già come una sceneggiatura con superbe chicche sentimentali da far invidia a Roberto Benigni.

E’ così bella, così serena, e sento branchi, sciami, stormi di parole muoversi dal mondo verso di lei, vocabolari interi scomparire nel suo corpo, tutto il linguaggio concepibile farsi materia microscopica e trovare posto dentro la sua carne.

La penna è di provenienza certa e, dunque, l’artificiosità spesso preme:

Fermi nei vicoli, al centro dei catoi, ci sono i palermitani. Parlano gutturali, gastrici, una continua raschiatura di parole nella gola e nella pancia. Esclamano. Il palermitano è una lingua esclamativa. Accade qualcosa, un fenomeno qualsiasi, e il palermitano comincia subito il suo assedio. Spesso è una sola frase ripetuta modificando l’intonazione, in litania dinamica, rilanciando, rincarando, così che il fenomeno si riduce alla sua più originaria e autentica natura di scandalo. Ma sempre nella minaccia, nella rabbia. Perché per il palermitano dialettale ogni fatto è orrore.

*

Mentre camminiamo nel miscuglio vediamo solo facce dilaniate dal dialetto – il dialetto è esploso dentro le bocche lacerando i lineamenti – generate nel buio dei legami familiari, nel cozzare quotidiano, una fronte contro uno zigomo, la bocca contro una tempia. Intorno a noi vorticano le facce dei palermitani, indistinguibili dai mascheroni all’ingresso del tunnel dell’orrore.

*

All’accettazione ci sono mostri dialettali con il sangue in faccia, le gambe lacerate, il vomito sulle labbra e due bocche che si incrociano perpendicolari in mezzo alla testa rotta con il sangue in abnorme coagulo e le viscere secche e spaccate, e il calore dei corpi, il sudore dei corpi, il collasso; e poi ci sono io con la schiena all’indietro per contenere il dolore.

*

Interrompiamo, andiamo a bere alla fontana, torniamo a sederci all’ombra ed esaminiamo i corpi dei palermitani. I corpastri. Una volta qui in spiaggia mi sono dovuto cambiare in un’altra cabina perché la chiave della nostra si era rotta. La cabina veniva usata soprattutto da un gruppo di vecchi. Dentro, l’aria sapeva di garza, di cotone idrofilo infeltrito, di acqua tiepida, di pelle traslucida. Per tutto il tempo che avevo impiegato a spogliarmi e a mettere il costume avevo trattenuto il fiato. I corpastri palermitani fanno quello stesso odore. Non è una questione di pulizia. Sono loro. E’ la loro vita. E’ un odore che proviene dal loro modo di parlare. Le parole invecchiano nel corpo. Marciscono. Il dialetto, già marcio in origine, marcisce ancora. Entrano nell’acqua fino alle ginocchia con i figli in braccio, tra i mozziconi delle MS e le alghe scure. Mostrano qualcosa, ridono. Sono orgogliosi, sono ignari. Complici.

*

Dopo pranzo decidiamo di fare una passeggiata sul lungomare, tra i corpastri.

I predestinati Nimbo, Raggio e Volo a undici anni disputano di critica del potere. Nella fiction esplode l’ambiente, l’humus dell’io scrittorio e nemmeno tanto si cela la tentazione di un “rinvasamento” dell’adolescenza. L’adolescente con ambizioni intellettuali. Che l’infezione raggiunga, gonfiando le loro sensibilità, i minori. Unica via d’uscita dall’osceno presente.

Vasta è uno scrittore di forti e sottili e sviluppati sensi e di forte e potente intuizione, ma costruisce sopra di essa con molta ragione, tramando e bruciando, quindi. Con la maniera e “piccola posa” da scuderia.

Un esempio decostruito:

Essere padre è questo mostro di radici rampicanti, questa deflagrazione di serpenti vegetali intrecciati a formare un ramo che si impenna verso l’alto. Una massa di tessuto vivente che fabbrica nei secoli la forma del padre. La sua naturale disperazione. La disperazione della Pietra quando torna a casa. La disperazione del lavoro quotidiano per mettere insieme un senso. La lettura della Bibbia, la sera, senza che nessuno sappia credere. La faccia carnosa quadrata, le mani compatte. Le unghie tagliate precise al bordo del polpastrello. La fede all’anulare. Le sue dita. Il polso. L’orologio col cinturino e la cassa di metallo, una macchia verde sul vetro. Vado a incastrarmi tra i rampicanti, mi ci aggrappo, penetro nei varchi, mi avvolgo nei rami; passo la mano sulla spina dorsale di una radice che scorre fino a perdersi nella polvere dieci metri lontana dal fusto principale; poi mi allungo nella forcella tra due rami, le foglie che mi formano un nimbo intorno alla testa.

Il tempo materiale testimonia di una mancanza: la condanna alla lingua, la negazione della vita. Una verifica di campo.

E dall’ultrapsichico dritti all’ultralirico: schiacciamento sul cuore e sensiblerie affiorante.

Dall’ultralirico all’ultrapsichico incontrollato:

Il presepe della biologia, fatto con il buio siderale che riempie la cavità femminile e con la materia stellare frantumata nello sperma maschile che quando entra nella cavità si disintegra nel nero e crea lo sciame bianco, la stria delle costellazioni luminose, e nel corpo e nel cosmo, nella dolcezza di ogni conflagrare, fa nascere la notte – e ogni figlio è notte e conflagrazione e smarrimento, tempo incarnato, e le generazioni da millenni si chinano sul corpo del tempo e lo guardano e lo immaginano e adorano il suo buio difeso dalle stelle immaginando che nelle cose, oltre all’infinito impulso a permanere, ci sia un fine, e allora al tempo mescolano il linguaggio e la distruzione dei corpi e nel buio creano e disintegrano parole, lo sgretolarsi delle luci. Nel silenzio di quest’ultimo minuto, accovacciato davanti al corpo accovacciato del mio amore, del mio amore immemore, del mio amore reale e inventato, del mio amore creolo, creato, ascolto il rombo futuro della materia che mescola in me e in lei le stelle alle ossa, il sangue alla luce, il rumore della trasformazione infinita della materia in dolore e del dolore in tempo. Ed è solo adesso, quando nella fabbricazione della nostra notte le stelle esplodono nel nero, che alla fine delle parole comincia il pianto.

In fondo, si tratta di una favola, sintetizzata dal “Beato chi ci crede, noi non ci crediamo”.

Appendicite

il sole è diventato un polmone secco

circonvenzioni della percezione naturale

il deflagrare della sera

il senso di ortica nello stomaco

lui si torce rettile

una gemellarità della struttura ossea e muscolare

la bocca […] che fa dei suoni di concentrazione

scarabocchia orribile movimenti nell’aria

emulsionando ebbrezza e angoscia

le formiche diramanti

le guance ectoplasmatiche

gli occhi della sete

ogni sorso nella bocca stanca è un cucciolo

siamo sebacei

la famiglia dialettale

ragazzini dialettali

mi tengo un po’ in testa la parola stronzo; fa un ronzio, è un calabrone nero

movimenti croccanti (a proposito del granchio)

avvicinarci [al bicchiere] le labbra sarebbe baciare Morana

in una famiglia come quella, […] le percezioni sono laboriose

perché è bellissimo di un corpo, amare il lento scorporare

il vento che si emulsiona

sento le molecole dei corpi, passarmi nella carne del palmo

[…] camminando nel dodecasillabo

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