Ultimo Rocco a Parigi

Rocco è un ballerino di rock’n’roll acrobatico che si trova a Parigi per
un gara. La prima parte del film è quasi interamente dedicata a descrivere,
con un montaggio incalzante che precorre quello dei war-movie
hollywoodiani, i duri metodi di allenamento del Dottor X, trainer e medico
personale di Rocco. Intanto Rocco incontra Michette, giovane ballerina di
danza classica, e se ne innamora, senza conoscerne il nome e senza sapere
che in realtà anche lei è a Parigi sotto la supervisione del Dottor X.
Durante un allenamento Michette si infortuna, compromettendo seriamente la
gara; Rocco la trova a piangere per una strada imprecisata di Parigi e
approfittando di una momentanea assenza del Dottor X, impegnato in
congresso di medicina sportiva, la porta nel suo appartamento. Dopo averlo
bendato lei chiede di sodomizzarla, e lui per evitare di sbagliare la
spalma di burro su tutto il corpo. Ma il Dottor X che aveva lasciato la
sala del congresso subito dopo la prima comunicazione: “Benefici della
carne umana francese nella dieta degli sportivi” fa irruzione
nell’appartamento, uccide Michette, la fa a pezzi e la offre su un piatto a
Rocco, ancora bendato e un po’ sorpreso da quegli strani mugolii, ma non
dall’offerta di cibo, avendo prima chiesto a Michette di comprarle dal
pizzicarolo all’angolo un prosciutto, che vista la spartana dieta
impostagli Dottor X, costituiva in quel momento per lui l’apice
dell’erotismo. Rocco viene sbendato e al posto di Michette trova il Dottor
X che lo informa della improvvisa partenza della ragazza. Dopo averla
cercata senza esito per tutta Parigi (ma proprio tutta! però questa
sequenza è resa in primissimo piano con varie dissolvenze incrociate che
enfatizzano il tormento interiore del protagonista), Rocco si avvia al
luogo della gara e fallisce miseramente la sua esibizione, mentre il dottor
X apprende dal suo passaporto che Michette era in realtà belga.

………………………….. a cura di Santi Spadaro, maggio 2004

11 pensieri riguardo “Ultimo Rocco a Parigi

  1. Probabilmente sotto questo pezzo di Santino va bene lo stesso discorso che si sta facendo intorno alla poesia di Francesca Genti su Nazione Indiana, discorso scaturito dagli interventi di Andrea Ponso. Ho messo un mio contributo, approfittando dell’occasione di riflessione che ne e’ venuta fuori. Eccolo, riportato nei fondamentali:

    —-

    Se la lingua si e’ svuotata di forma (e la lingua informe e’ uno dei connotati di questo sito stesso, negli ultimi mesi, a parte tashtego e qualcosa di effeeffe), non e’ “colpa” o “demerito” dei parlanti; e’ che il peso specifico del segno e’ di molto diminuito, assieme alla responsabilita’ -anche sociale- che il segno comportava. A me pare soprattutto che si sia impoverito il vocabolario, quello che una volta si chiamava “lessico”. Il pop e’ l’ estensione formale dello scarno lessico condiviso dalla moltitudine dei comunicanti.

    In altri post su questo sito (Nazione Indiana, ndcorvus), viene chiamata a correo di questo impoverimento la scuola, piu’ o meno assieme ad un generico sfascio etico/morale/sociale che minerebbe le fondamenta di qualsiasi discorso che non sia un palinsesto. Uno sfascio politico, per tornare a temi noti e riveriti.

    Non so… non direi che Genti e Fantuzzi sono i figli versoparlanti di questi tempi impoveriti; cosi’ come non direi che tutto e’ cominciato ad andare a ramengo negli anni 80, mano mano disgregando tradizioni e storia condivisa; in poesia, come detto da altri altrove, il padre volontario e consapevole di questo sfascio sarebbe il tardo Montale. Direi invece che l’impoverimento nel lessico degli scriventi odierni e’ figlio di un impoverimento identitario individuale, o meglio: e’ figlio di una omologazione culturale, di una diminuzione di vitalita’.

    Allora, per tornare ai testi di Genti e al discorso critico di Ponso, dovremmo forse capire quanto sia plausibile e auspicabile lo “scarto” significante oggi in letteratura e prima ancora in vita (qualcuno disse: non mi interessa la poesia scritta dagli impiegati); e quanto invece sarebbe auspicabile l’identificazione -restituzione del dato- nel proprio gruppo socioculturale di riferimento, che per la larga maggioranza dei circa trentenni odierni e’ quello di un precariato sociale piu’ o meno arricchito di venature aurifere strettamente individuali e private: chi le amicizie, chi la carriera, chi l’amore.

    Preciso a scanso di equivoci, e qui chiudo, che la mia preferenza va a “segni” di scarto molto marcato, sia in vita che in scrittura.

  2. e a proposito del discorso di cui sopra, un mio racconto pre-poesia, del 1996 o giu’ di li’, preso all’epoca da bookcafe e ancora online qui: http://www.bookcafe.net/txt/021.htm … il racconto (assieme agli altri 4-5 prodotti al tempo) e’ stato poi raccolto assieme a tutto il resto pre-nabanassar nel “vampirnacchia” messo su lulu in formato .pdf

  3. pep, ottimo ad una prima scorsa, poi approfondisco. Si potrebbe estrpolare qualcosa, sembra un mini cannone, insieme ad estratti di campo-visione, manca solo angelo con qualcosa di esplosivo.

    ps. Chiusure è uscito, prossima settimana le copie; lasciatemi gli indirizzi postali (anche via mail) così spedisco.

  4. ok, fate vobis… magari teniamo il pezzullo sul quale mi sono stitichizzato (catene–>pubblicita’–>moresco) per il cannone 5, visto che la quadra ancora non riesco a trovarla.

    e in bocca al lupo per la nuova pubbicazione: dicci dove sta, online, cosi’ aggiorno la parte superiore di nab, li’ dove stanno tutti i rimandi alle cose cartacee prodotte in questi anni

  5. eccolo, il neonato: http://www.mannieditori.it/index_x.asp?contenuto=dettaglio_libri&ID=1216 … vedo se riesco ad aggiornare in questo weekend … a proposito di scambi, gian: anche a te mandero’ l’ottonale inglese, che e’ un rilegato ciclostile piu’ che un libro, ma ha il suo bellino isbn.

    e il mio cannone4 aspetta un’illuminazione che lo quadri, spero arrivi presto… voi siete liberi di fare i vostri: chi prima propone, prima da’ una traccia, il resto verra’ dopo

  6. E ancora, da quello sfighificio che sta diventando Nazione Indiana, a commento di un post di esaltazione dello sfigo-precario odierno, sempre in chiave espressamente mimetica:

    ———–

    “E’ che in passato i “non fit” morivano senza troppe pretese, per fame, guerra o pestilenza, mentre oggi bisogna dar loro una casa, un lavoro, la pensione e l’hobby dello scrittore per tenerli su di morale. Chiamatelo progresso.”

  7. sssssssss, direi che ci siamo… ho evitato tutte le trappolette del genere… ho evitato il trompe l’oeil, cosi’ non andiamo a sbattere… metto in bella copia e mando

    mandi, (un caro saluto, un abbraccio, un sorriso, a presto, buon tutto) pep

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