Il cannone – seconda puntata

Gianluca D’Andrea – L’accumulo ereditato come valore ha condotto all’indifferenza sociale, alla perdita di altre prospettive. Il male è dentro, anche dentro la tradizione. L’educazione è il problema pressante!

Angelo Rendo – io, dicevo, ho volontà di chiedere a tutti i soldati della buona novella, dove caspitina credono di andare a parare, continuando a vellicarsi con parole passate, ingolfate, ruminate, delicate, e, continuando ad inseguire bontà, riconoscimento e militanteria, facendo, infine, del corpo lecca-lecca.

Giuseppe Cornacchia – Pasciuto è un aggettivo un po’ lontano da una certa afflittiva retorica poetica, ma non occorre molto per potercisi identificare: una cultura da scuola superiore o universitaria, un pc da un paio di centinaia di euro e una buona connessione internet sono molto più di quanto tre quarti del mondo può sognare.

Eleonora Matarrese – Se la “classe critica” dovesse essere quella che vien fuori dalle facoltà di Lettere e svolge questo mestiere con cognizione di causa va benissimo. Ma che lo faccia sul serio.

Giuseppe Cornacchia – Il Dilettante è la casalinga, l’amatore, ma anche il narratore che sfonda la sua misura e firma appelli.

………………… continua su http://www.nabanassar.com/cannone2.pdf

7 pensieri riguardo “Il cannone – seconda puntata

  1. Gianluca, riparto anch’io dalla chiusura del tuo intervento:

    “Senza devastazioni o profezie ri-dire il reale, senza illusioni re-liricizzare il mondo, parlandone nel tentativo educativo di spiegare ciò che è, senza scorciatoie o censure, ma con la delicatezza di chi non può urtare l’altrui sensibilità perché sa di arrecare dolore…”

    e ti chiedo: dal punto di vista stilistico, come tradurresti queste intenzioni? Soprattutto in un periodo come questo, nel quale -come fai giustamente notare- tutti possono fare stilisticamente di tutto e qualcun altro legittimarli anche solo semplicemente per “gusto” (vedi le ultimissime operazioni antologiche anche in rete).

  2. aprirsi all’altro – che sia lettore o interlocutore – è già questione di stile, una disposizione all’ascolto. Il discorso lirico sta tutto in una aspirazione di comunicazione, non un montare in cattedra, piuttosto dal proprio avamposto donare un dialogo. Parlo del dovere-privilegio di una conoscenza del proprio mezzo, parlo della responsabilità del linguaggio che deve aprirsi ormai immancabilmente a colui che lo riceve. Mi dirai che basta essere nella lingua per essere già in una scelta ben precisa e in questo non puoi fare a meno che constatare che si risorge dalle proprie ceneri, basta il dire. Credo in una forzatura invece, diversamente da quanto dice Magrelli in diversi intervenyi sulle responsabilità della poesia, in cui si affermano le considerazioni fatte poco sopra. La forzatura sta nell’accessibilità e l’accessibilità sta nell’interscambio di un codice. Qal è questa lingua accessibile? quella comprensibile e pur sempre non estenuata all’appiattimento effettuato dai mezzi d’informazione, lingua comune ma non in-comune. Forse parlo di sobrietà proprio dopo aver attraversato un indigesto, dopo essermi abbuffato di termini tecnico-scientifici pensando di poter spostare l’attenzione verso un mondo altro e senza capire che lo spostamento avveniva in me non nel mondo, si trattava di chiudere non certo di aprire. Al di là delle mie considerazioni, non posso che constatare la necessità di un abbassamento dei toni poiché nelle relazioni non basta la sorpresa (è da vent’anni almeno che in Italia si aspettano sorprese o manne inaudite da personaggi che purtroppo hanno da offrire opportunismi individualisti, senza la minima voglia di offrirsi come individui opportuni – vedi il versante politico della situazione). Re-liricizzare il mondo vuol dire riscoprire lo stesso mondo di sempre con una ulteriore nettezza, svincolandosi da supposti ritorni romantici e neo-sentimentalismi di ogni risma, piuttosto reperire la sorpresa per l’evento che ti vibra dentro facendo centro nel corpo di un essere che più umano (in senso classico) non è, più semplicemente cassa di risonanza di ciò che è, senza aggettivi che indirizzino ad una definizione. La forzatura a cui mi riferisco sarà etica, e per etico intendo comportamentale, un nuovo abito per dirla con Larkin, no di certo linguistica nel senso di incatramazione nelle pastoie della retorica moralistica e reazionaria (non si tratta di forma ma di sostanza).

  3. Bene, ma una forzatura etico-comportamentale non si sposa certo con un abbassamento di toni (vorrei, però, tu mi dicessi meglio cosa intendi per abbassamento dei toni e a chi ti riferisci, stringendo, onde evitare abbracci indiscriminati ed ecumenismi, chè quelli e questi riguardano più il riconoscimento di una situazione comune, umana); tra l’altro, non si danno mai “sfondamenti” – o potremmo pure chiamarli, per seguirti, “forzature”- che non riguardino forma e sostanza, sposi, insieme.

  4. Gian, mi sembra quindi che il discorso parta da una adesione sostanziale al ruolo di educatore; questa adesione, da un lato pacifica le spinte centrifughe e dall’altro cambia il senso del porsi all’esterno. L’abbassamento dei toni al quale si riferisce Angelo credo sia un tagliare le unghie, un parlare con maggiore tatto e sensibilita’. Vero comunque che noi qui si cerchi spesso di rivolgerci ad adulti gia’ pienamente formati, consapevoli e anche molto smaliziati su lingua e dintorni. Buona domenica a te, al drago e agli smaliziati che passano a leggere. E grande, immenso (sportivamente) Alex Del Piero, altra buona dose di miele ieri sera!!😀

  5. alt! siamo fuori strada, in parte. Angelo mi dice di spiegare cosa intendo per abbassamento di toni: da un punto di vista strettamente letterario, per ciò che riguarda la ricerca onesta di un poeta mi interessa il suddetto – ora ho capito dove sei diretto Anciuleddu, no! i corteggi tra letteratucoli non mi interessano, le discussioni sui blog mi annoiano, me le perdo volentieri – ricordi lo slancio che si avvertiva sin dal mio primo testo nabanassariano? L’inno metalinguistico, per intenderci – siamo sempre su quel livello, è cambiata la mia di esperienza, e qui mi riallaccio a Peppe, continua la riflessione sul linguaggio e le sue potenzialità, io parlavo del testo e del modo di esporlo, non certo del contesto e delle chiacchiere – mi si potrà dare dell’autoreferenziale, del chiuso, dell’arroccato il che è assolutamente irrilevante poiché mi muovo su un piano diverso sin dall’inizio, non appartengo a scuole, combriccole – a me no che qualcuno non volgia fraintendere l’operazione nabanassariana e redarguirla come isolazionista, che è fuori discussione perché considerazione troppo estriore per chiunque non abbia partecipato dall’interno alla stessa – non si predica dalle nostre parte, ma si espone in libertà assoluta e solo testi )mi pare che le mie ultime soluzioni siano state tutte testuali, per capirci lavorate sui testi. Le mie letture che recensioni vere e proprie non sono (tranne quella del libro per i piccoli di Nancy, non l’ultimo mi raccomando), ma appunto letture partono sempre da mie considerazioni, riflessioni sulla contemporaneità di poesia e pensiero, sono solo ramificazioni del mio pensiero sul mondo filtrato dai testi e niente più. In pratica, Angelo, per me è (momentaneamente, assolutamente?, chi lo sa?) il momento di spinta e si è aperto un periodo di riflessione sulla vita pratica. In ultima analisi, hai ragione, non c’è forzatura che non sia e sostanziale e formale (soprattutto riguardando gli interventi e spostando il tutto sul versante testuale). Le polemiche non riescono a interessarmi e neppure le discussioni nei blog.

  6. Benissimo, caro Gianluca. Mi felicito con te e ti faccio i miei migliori auguri. Hai facoltà, come si dice.

    Un abbraccio a te e al corvo,
    Continuiamo, dunque.

    Angelo.

  7. a parte gli errori di… per così dire velocità, volevo correggere una frase: per me è finito il momento di spinta e si è aperto… ecc.
    un abbraccio

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