La viltà

“[…] Vogliamo con tutte le nostre forze che ci venga risparmiato l’incontro diretto con la ‘vera presenza’ o con la ‘vera assenza di questa presenza’ (queste due fenomenologie sono rigorosamente inseparabili) che un’esperienza responsabile dell’estetica deve imporci. Cerchiamo le immunità dell’obliquità. Nella funzione del critico, del recensore o dell’esponente del mandarinato accogliamo a braccia a perte coloro che sono in grado di domare, di secolarizzare i misteri e gli imperativi della creazione.”

[George Steiner, Vere presenze. Contro la cultura del commento, una difesa del significato dell’arte e della creazione poetica]

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15 risposte a "La viltà"

  1. L’importanza di questo libro, dal mio punto di vista, sta nell’evidenza data alla infalsificabilita’ (o indecidibilita’) delle teorie umanistiche, per cui di un testo si puo’ dire tutto e il contrario di tutto senza tema di smentita formale. Da qui il pastrocchione e l’apertura al Dilettante.

    E’ anche vero che non mi sentirei di recepire gerarchie dogmatiche, dividendo i testi in primari e secondari. Credo piuttosto che ognuno di noi parta da un livello innato di consapevolezza o evoluzione e che il suo cammino a questo mondo sia una libera esperienza di arricchimento o depauperamento; e che dunque ognuno abbia il diritto alle proprie vere presenze. Mi sto trasformando in un fedele del karma? Puo’ essere.

    Aggiungo: la nostra esperienza come singoli puo’ essere arricchita -se lo vogliamo- dall’incontro con chi e’ piu’ avanti nel percorso e dunque ci apparira’ come vera presenza; e la strada assieme si fara’ con chi sta piu’ o meno al nostro punto e vuole camminare insieme a noi.

  2. La critica è talmente ‘secondaria’ che rifugge nel parassitaggio, si garantisce la parcella, ci dice Steiner.

    E frottole non raccontiamoci: nel web letterario italico si sta a fare il picchetto al proprio recinto. Ricordo e ricordi i bei tempi clarenciani, si volava e c’era frontalità e schiettezza, ora solo una umanità arresa, che si accontenta di piccole cose, e il piacere passa. Ti ho letto su La poesia e lo spirito nel post scolastico di Massimo e certo pensavo ‘non si possono mescolare mele con pere’, si dialoga tra sordi.
    Coloro che investono nella parola e da essa si fanno investire in ogni epoca appartengono a un ristrettissimo novero.

    Quanto, infine, alle tue ultime tre righe: non ho interesse per le sottolineature pedagogiche – e credo neanche tu ne abbia -, potrebbero portare direttamente alla creazione di una “scuola”. Finirebbe la nostra aria, a quel punto.

  3. Gli anni passano, la luce si dirada (per tutti, anche a causa delle condizioni sociali) e ci divertivamo di piu’, non solo noi. Pero’ adesso noi siamo meno aggressivi o forse solo piu’ compassionevoli; e ancora non mi sono stancato di cercare. Di sicuro ho (abbiamo?) maturato “discorsi” che forse sono zavorra, ma comunque -per me- sono le uniche tracce che e’ dato lasciare, l’unica moneta di scambio/dono e la sola opportunita’ di condivisione, nel senso della parola scritta.

  4. si respira aria avvilita, non si puo’ mantenere lo stesso passo ne’ picchiare di continuo, e chi poi? tutto relativizzabile… angelo dice no alle scuole e nessuna direzione, piena liberta’ ma e’ valido fino a un cert punto. senza direzione sembra dire ovunque e in nessun luogo, ma nessuno possiede la forza se non indirizzato. per me il discorso e’ sempre etico non restringente, ma sta a noi bruciarci e costruire nuovi passi… e’ una necessita’ la scelta

  5. Io dico che nessuno possa fare scuola; secondo me è empio fare scuola, questo dico.

    Poi, scrivevo in un post precedente :”credo servano “direzioni”, certo esterne a palinsesti letterari”.

    Voglio dire che la direzione non è qualcosa di dato gridando, di dato detto e ridetto, di letteraturizzato; molto probabilmente, invece, ognuno ha il proprio modo di “direzionarsi”.

    Infine, credo proprio che la forza, quando la si sente, è molto più ampia dell'”indirizzo”. E’ per nulla democratica la forza, e si fa strada, altro che scuola.

    Con tutto ciò, e chiudo, intendo che bisogna darsi spalla a spalla, e non alto/basso; dunque, non dovrebbe esserci volontà nella scelta, piuttosto accorgersi delle pietruzze e comporle via via in mappa. In caso contrario, si cercano medaglie.

    Mi annoiano le sottolineature, le cose o sono là o non sono là; costruirvi sopra mi dà tutta l’aria che si sia dentro spire vanesie.

  6. fare scuola e’ empio siamo d’accordo. restringiamo il campo: impossibile anche l’anarchia, il fatto di avere il proprio modo di direzionarsi lo condivido con te che hai valori alle spalle, e adesso allarghiamo il campo, guardati attorno e cerca di trovare un bene senza diventare moralista, vorrei ti sforzassi in una spiegazione

  7. Piu’ che altro stiamo cannoneggiando.

    Comunque drago, piu’ passa il tempo e piu’ la forza che dici tu mi sembra quella dello Jedi, come gia’ insinuava qualcuno su Clarence alle sparate del Genna, prima che poi il Genna diventasse ultrapsichico. E in effetti, se quelli erano tempi da “Assalto ad un tempo devastato e vile”, ora siamo alla serialita’ dei disoccupati, alle casalinghe disperate e alle strisce di psicofarmaci.

    Devo dire che qui in UK il “discorso” funziona in modo abbastanza diverso: si lavora alla singola poesia invece che al libro, il libro e’ un insieme di singole poesie (anche Muldoon, per dirne uno), per cui tutto rimane molto piu’ pratico ed esprimibile.

  8. il mondo ci cambia sotto gli occhi e prima ero piu’ fiducioso, il lavorare ci basti e mai diventi silenzio. la praticita’ inglese e’ una pratica e forse un diverso respiro, qui in italia e’ un andirivieni fermo ed e’ sensazione claustrofobica. l’architettura di un libro comunque puo’ formarsi dalle singole poesie senza a-priorismi

  9. Corbo, non tutto può essere pratico ed esprimibile, non faresti poesia altrimenti. Fai lo scienziato e lasci il piacere ed entri altrove; ci sarà pure una necessità della scelta, a un certo punto, soprattutto ti dai una calmata. La forza dello Jedi, o spinta, come la si chiamava, certo non è detto che la si possa incanalare, ma è vita semplicemente, o silenzio, che è la stessa cosa, e buona notte alla singola poesia, alle poetiche e via discorrendo, dato che non bastano i teoremi o le singole equazioni per dar conto di uno stato.

  10. Be’, faccio il mio lavoro di qua e di la’; lavoro che e’ quello di rendere pratiche, esprimibili e poi riproducibili una serie di relazioni. Quale imperativo della creazione o vera presenza o vera assenza di questa presenza dovrebbe impedirlo, di qua?

    Continuo: la spinta e’ vitalismo che cannibalizza tutto cio’ che offre luce. E’ un buco nero. E’ il gol di Boumsong dell’altra sera all’Inter, Boumsong venduto come uno straccio da una settimana e richiamato stanotte perche’ la Juve c’ha ripensato; e’ Mastella che legge lo pseudoNeruda in Parlamento; e’ l’Independent venduto a 30 centesimi, il miglior quotidiano del mondo occidentale. Questo mondo e’ pieno di luce e in un giorno non abbiamo abbastanza ore da mangiarla tutta.

    E poi ci sono i mullah. I disperati. I precettori. Gli oscurantisti. Quelli ai quali il risentimento brucia il culo. E quelli che la luce non la vogliono perche’ si bruciano. La Parola, Genesi 1,3, recita: FIAT LUX. E allora luce sia!

  11. Appunto perché non la si può mangiare tutta la luce, la si può pure lasciare intatta, più che esprimerla o riprodurla secondo coordinate direttive da mullah, è possibile farlo – dice bene Copetti, intervenendo nel post di Massimo, mentre io scrivevo, sopra, che non si possono mescolare pere con mele.
    Non si tratta di impedire qualcosa a qualcuno, ma solo di registrarsi, poi sentirsi, più che battere sullo stesso chiodo.

    Ci sono diversi modi, ognuno se ne fa carico con tutti i pro e contro del caso, e lì finisce.

    Se no – mi pare – tu che senti, risenti come i precettori.

  12. E no mio caro, non finisce un bel nulla. Copetti ha smesso di fare domande non perche’ non ce ne siano da fare, ma perche’ si e’ arreso al fatto che gli si sia stato risposto cento e cento volte di non rompere i coglioni.

  13. Ohu, ma non tutti hanno i coglioni. C’è anche chi li ha infragiliti o indolenziti o raffreddati e chi ancora se li cerca, con la lanterna; quindi, capito che si è questo, non comprendo perché continuare o cambiare i toni o compassionevolmente dire. Meglio girare alla larga. C’è tanta aria fuori, e un sole. In Sicilia, non so da te 🙂

    Ti salutai.

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