Nabanassar – Atto unico
di Giampiero Marano
Un volumetto uscito presso le edizioni Ass Cult Press (Pistoia, 2003), Nabanassar – Atto unico, offre diversi spunti utili a un primo abbozzo di riflessione sul rapporto fra internet e il “movimento” della poesia contemporanea. L’umanesimo, se non vuole persistere nella più ingombrante iconoclastia antitecnologica, deve urgentemente riconoscere che non solo la poesia ma tutta la grande cultura si sviluppa e agisce in modo simile al noûs collettivo della rete: mette radici in un territorio senza proprietà, non esprime l’isolamento di monadi disperate ma simultanei collegamenti di attese e visioni. Rendo, Cornacchia, Martino Baldi, Ponso, D’Andrea e Spadaro, redattori (dalla fine del 2002) del sito “Nabanassar” (http://www.nabanassar.com/), sono convinti che i nuovi autori italiani necessitino di “uno spazio autonomo e non gerarchico di discussione/proposizione che consenta una vita “notturna” (altro dagli atti ufficiali della società-dei-poeti) della poesia”: e infatti, è proprio con la fede in questa possibilità tellurica della letteratura, con la percezione del declino inarrestabile del “sistema romano/giudaico-cristiano occidentale” e dell’archetipo maschile-solare a esso legato che è legittimo spiegare il riferimento all’era di Nabanassar e al calendario babilonese,
basato sul ciclo lunare. L’”atto unico”, un’opera collettiva nella quale sono stati selezionati e ricombinati vari materiali pubblicati nel sito, ci fa comprendere come anche la poesia italiana sia ormai investita da fenomeni analoghi a quelli che C. Formenti osserva nel suo Incantati dalla rete (Cortina Ed., 2000). A me pare, in primo luogo, che l’opposizione di “Nabanassar” nei confronti del poeta “professionista” a beneficio del poeta “demente” (quest’ultimo un “sicario” ben determinato a eliminare il tabù che vieta ai poeti di “parlare di cosa ci sta a cuore, e sempre e soltanto, invece, del come”) sia inquadrabile senza forzature nell’aspro conflitto in corso su scala internazionale tra gli intellettuali conservatori di stampo accademico, nemici delle nuove tecnologie, e quelli aperti alle potenzialità “rivoluzionarie dal basso” presentate dalla rete. Di notevole interesse è poi la presenza di quel sostrato gnostico-iniziatico, molto evidente in alcune tesi nabanassariane (“ciò che io so non è mio”; oppure: “rovinare se stessi, i propri specchi egotici (…) è una superficie quella che cerchiamo, una lama”; e ancora: “tutto è qui, mai successo, mai accaduto: accade”), che spesso caratterizza l’epoca di internet e la cybercultura (anche per questo aspetto rimando al libro di Formenti). Infine, mi sembra rilevante la domanda di un “senso comune” incentrato sulla crucialità del contatto (ciò che ricercano i giovani autori è appunto l’”opera biologica e tridimensionale”), come se lo spettro della macchinizzazione del vivente fosse esorcizzabile soltanto attraverso l’animazione delle macchine: “non è questione di vedere fantasmi / è lo stupore delle apparizioni / è la percezione “lunga” / è l’aria / è la pelle”.
Nabanassar – Atto unico – Ass Cult Press – Pistoia 2003
(http://www.asscultpress.too.it/) – pp. 40 – € 3
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Oggi Montale pubblicherebbe su Internet
di Paolo Di Stefano










