AL GELO CHE SI SCALDI: “Interno, Esterno”, di Salvatore Della Capa, L’arcolaio, Forlì 2008
Il mondo spinge, dalla confusione dei valori, giunge al raccoglimento.
Una poesia percettiva dal chiuso di una posizione per certi versi privilegiata, per altri sgretolata – quando il sentimento etico, inventato e creduto dalla persona-poeta come vera prospettiva e unico percorso, si rivela fragilissimo al cospetto della varietà del mondo, allora la stessa poesia rischia l’urlo dispotico o l’autismo più frustrato. Niente di tutto questo in “Interno, Esterno”, semmai il tentativo, la ricerca vera, ma non affannata per necessità, di un appiglio al reale: Della Capa fa oscillare le sue tematiche tra la percezione minima del mondo (a volte provocata da un fastidio a cui il poeta sembra assuefatto, vedi “Udito I”, p. 20), lo sdegno per il male insito nelle fibre stesse dell’esistenza ed una appartenenza, di là da venire, che sarà agnizione, riconoscimento.
Il verso è libero e colloquiale, breve, ed insieme all’impostazione epigrammatica dei componimenti tradisce una volontà di definizione, un tentativo di giustizia essenziale. Siamo lontani da risentimenti moralistici, il percorso pare spingerci verso una sentenziosità compassionevole che apre al religioso (s’intenda una religiosità laica, l’unica possibile leggendo attentamente il libro).
Ancora è presto per approntare conclusioni, meglio lasciare la parola ai testi, al loro monologare in cerca di dialogo:
***
Udito
I
Neanche stanotte dormi.
Ti tiene sveglio
un ronzio un fischio,
non capisci
ti sei alzato
hai controllato ogni cosa.
Poi ti arrendi e a occhi aperti
arriva il tuo sonno
all’affannare dell’orologio
(p. 20).
***
Oggi la madre porta il figlio in un fazzoletto.
Pezzo per pezzo.
Dorme accanto a lui un sonno di sciacallo.
Gli ricuce il volto per provarne pietà
(p. 36).
***
E sia. Sopra le rocce rimangono i nomi sparsi
i pianti mischiati alla pioggia.
Chi vedrà i tanti sensi dell’acqua
le pozze di urina e sangue?
Chi ascolterà la melodia del dolore?
Niente accade negli occhi magri
niente nei latrati dei cani.
Oh i lamenti ci ricordano
piano, ci dicono
«polvere alla polvere»
(p. 38).











Insomma Gian, aspettiamo il Della Capa a prove piu’ mature.
Pero’ mi piace il tuo modo di indirizzare la lettura, dando a chi guarda le tue note un minimo di orientamento anche poetico. Un modo decoroso e non partigiano, uno spirito di servizio. Bene.
Giusto pep, occorre il trasporto anche nella sobrietà di un lavoro quotidiano, occorre anche, per necessità, un ascolto aperto a tutto ciò che chiede al di là delle preferenze. La vecchia apertura che barbaglia dal massimo della chiusura. Sempre questa è la strada, dagli esordi ricordi?
Ringrazio Gianluca per la recensione. trovo alcuni spunti interessanti. Ho perso però il passaggio sulle prove più mature..ci vorrà ancora un po’, questo libro è appena uscito!
Grazie mille
Salvatore
certo salvatore, niente di preoccupante è giusto lasciare libertà ai futuri sviluppi, nient’altro che una precisazione neutra
Salvatore, nessun problema e nessun segnale “negativo” (ma neutro come dice Gianluca): a me piace leggere le opere complete dei poeti, come si sono sviluppate nell’intero percorso di vita, cosi’ da farmi un’idea compiuta su poetica e risultati. Capisco bene che nel caso di percorsi all’inizio, cio’ non sia possibile; a questo servono le indicazioni fornite dai lettori aperti alla scoperta e di buona volonta’, come Gianluca. In bocca al lupo, quindi. Giuseppe.
crepi il lupo! e spero che seguiate questo e prossimi (speriamo) altri libri con questo interesse!
grazie mille
salvatore