Solo poche parole: “SONO DELLA RAZZA DEI ROMANTICI” – Il postino fedele di Rosita Copioli, Mondadori, Milano 2008
Dell’incomprensibile il volto, la poesia più densa del 2008 vive alla luce della propria oscurità e solo poche parole occorrono per descrivere lo stupore suscitato.
Il nucleo-sezione che dà il titolo all’intera raccolta raggiunge l’acme di intensità emotiva in barlumi di relazione e nei suoi paradossi: Amore è terrore (poesia p. 95); Tu sei il mio respiro (poesia p. 93); «il sottosopra della terra» (p. 96).
Allora «andiamo senza capire» dentro la sensualità del mondo, nei sussulti della terra. Il movimento ondulatorio abbraccia la distesa del mondo nei suoi elementi, laddove è affondata la carne del poeta, questo basta.
La focalità della relazione come mimesi del rapporto con il mondo, la poesia è finalmente il mondo.
Mi interessa la meraviglia, abolisco ogni riferimento; la scrittura ricca di aggettivazioni, il semplice nesso sostantivo-aggettivo, che colora il mondo e lo trasfigura re-inventandolo, dona una pienezza inspiegabile e dispone.
L’illusione (neo-romantica?) che la poesia arricchisca l’esistente con lo splendore delle parole. Torno ingenuo, mi metto in gioco nella mia banalità, che poi è lo stupore attraverso cui l’intelligenza può passare dal riso ed ogni essere umano – non senza impegno, bensì con un impegno ancor più radicale, che attraversa le fibre – può scivolare via, leggero.
Gianluca D’Andrea
* Amore è terrore Amore è terrore. Nessuno ve l’ha detto. Amore terrorizza di più d’ogni belva, potenza di terra di cielo di guerra. Se decide di ferirti, c’è sempre lei di mezzo, la madre, Afrodite, non c’è più nulla da fare, è fatale. Ridete, ridete, se ci sono loro di mezzo. Lui costringe, viola con una ferita di striscio, figurarsi se conficca tutta l’arma fino in fondo. * Tremo, tremanti, tremiamo Tremo, tremanti, tremiamo, la carne in me e te è lo stesso il terremoto. È lo stesso il moto sussultorio dell’origine, della luce, è lo stesso dell’amore? In che grado sono parenti il sotto sopra della terra e dei cieli il rovesciarsi dei cieli e questo mio tremare dal centro attraverso te, mio centro?
4 Ottobre, 2008 a 7:46 pm
Gianluca, potresti per favore inserire qualche testo della Copioli? Per noi e per gli amici lettori.
Grazie e ciao.
5 Ottobre, 2008 a 1:55 pm
Poesia della meraviglia questa, del mistero e della sensuale bellezza del mondo come non mai, ma con sorprese di episteme, di domande ricche sulla vita e sul cosmo, dove sembramo racchiusi, e viventi; sorprese, rispetto anche agli esiti, sempre buoni, dei precedenti libri.
Già amica della carissima Rosita,che qui saluto.
Maria Pia Quintavalla
5 Ottobre, 2008 a 6:35 pm
Aggiungo il link ad un breve ritratto in .pdf della poetica di Rosita Copioli apparso qualche anno fa, in occasione di un suo libro precedente: http://www.comune.firenze.it/leggerepernondimenticare/inc0304/20040204.pdf
5 Ottobre, 2008 a 10:56 pm
Grazie per l’inserimento dei testi, Gianluca, per prima cosa.
Saluto, poi, Maria Pia Quintavalla e le chiedo – se le riesce possibile – di aprirci alle sorprese della Copioli, agli esiti.
Parlo per me, per il poco che ho letto – considerando pure che non mi sento attraversato da questi versi: a me pare poesia carica, zavorrata, inondata dalla tradizione.
Saffica, la Copioli, qui.
L’autrice è indubbiamente dotata di maestria; il verso è limpido, sapientemente sentito.
Credo, però, si tratti di poesia datata, confessionale, soccorrevole, stretta al mito, femminilissima, al di qua della linea “ultima”, quella dell’ombra.
“E’ merito loro
se vivo in tre dimensioni,
in uno spazio non lirico e non retorico,
con un orizzonte vero, perché mobile.”
da “Ringraziamento” di W. Szymborska
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Altre poesie della Copioli qui:
http://www.archipelago.org/vol5-2/copioli-it.htm
7 Ottobre, 2008 a 11:44 am
Ho letto qualche altra poesia della Copioli, trovata in rete. Premetto che l’indifferenza verso il contingente (che sta invece molto a cuore ai moralisti e alle moraliste dei nostri tempi) mi pare un segno ambivalente, nella sua scrittura; voglio dire: c’e’ una forte impalcatura volitiva, con un’adesione altrettanto forte (forzosa? forzata?) al flusso emotivo di matrice storica.
Come spesso accade, bisogna poi decidere -di cuore o di cervello- se lasciarsi prendere da questa aria; e non si tratta di farsi convincere, cosi’ come non si tratta di farsi affascinare o meno. Si tratta invece del cosa si cerca in una poesia oggi, del perche’ si legge e di cosa la lettura dovrebe muovere al nostro interno di lettori, prima che al nostro esterno di comunita’ umana. Allora, premesso che l’intrattenimento qui non c’e', che il racconto nemmeno, che la mistica neppure, cosi’ come la pragmatica, resta il canto.
Il canto e’ a mio avviso la messa in forma controllabile di un investimento emotivo rivolto al passato. La poesia della Copioli (da quel poco che ho letto) mi appare una proiezione, una specie di sogno, qualcosa che comunque distrae dal contingente (dei moralisti) ma soprattutto distrae dal tempo futuro (la modellistica previsionale che interessa me).
Non vado oltre, non intendo esprimere un giudizio, proprio perche’ non competente in materia. Soprattutto, qui polemizzo con Andrea Ponso che negli ultimi tempi scrive molto in rete a commento di libri di poesia, non riesco a dire il suo “non mi convince pienamente”, giacche’ non vedo nella Copioli una mancanza, ma una diversita’ troppo grande rispetto al mio gusto per poter essere da me esperita.
7 Ottobre, 2008 a 6:56 pm
Ma la pragmatica c’è, sta tutta nello sguardo rivolto al passato che notavi. E del resto La Copioli incarna la poesia per eccellenza, confortevole, appunto, riconoscibile, statutaria. Fa comunità.
Quando scrivi che questa scrittura appare derivata da un atto di volizione forzoso, io penso, e chiudo, che questi testi siano agiti dalla Norma; la coscienza è istituzionalizzata.
8 Ottobre, 2008 a 3:39 pm
A questo proposito, parole definitive vengono da Schopenhauer, in “Parerga e Paralipomena”:
“Secondo che l’energia dell’intelletto sia fortemente tesa o infiacchita, la vita sembra all’intelletto così breve, così meschina, così fugace che non vi possa avvenire nulla degno di commuoverci, ma invece tutto vi rimanga insignificante – anche il piacere, la ricchezza e perfino la gloria; e questo in modo così intenso che, qualsiasi cosa ci sia sfuggita, non sembra una gran perdita; – o, inversamente, la vita gli appare così lunga, così importante e, tutto sommato, così ricca di contenuto e così difficile che ci gettiamo in essa con tutto il nostro animo, al fine di diventare partecipi dei suoi beni, di assicurarci i premi messi in palio, e di raggiungere la realizzazione dei nostri progetti. Quest’ultima concezione della vita è di natura immanente: è quella che Graciàn definisce con l’espressione ‘tomar muy de veras el vivir (“prendere la vita sul serio”); per la prima concezione, invece, che è trascendente, vi è la bella espressione di Ovidio: ‘non est tanti; ancor migliore è quella di Platone: ‘Non vi è questione umana per cui valga la pena di affaticarsi molto’.
Il primo stato d’animo, propriamente, si verifica quando nella coscienza il “conoscere” abbia finito per prevalere e, liberato così dal puro e semplice servizio della “volontà”, afferra oggettivamente il fenomeno della vita, e ormai non può mancare di vedere chiaramente la sua nullità e futilità. Invece, nel’altro stato d’animo, predomina il “volere”, e il conoscere non fa che illuminare gli oggetti del volere, e rischiarare le vie che ad essi conducono. – L’uomo è grande o piccolo, secondo il predominio dell’una o dell’altra concezione della vita.
8 Ottobre, 2008 a 5:13 pm
be’, dai, poveracci i “volitivi”… a schopy mancava qualche fondamento di genetica: non tutti possono correre come usain bolt e non tutti possono vivere “conoscenti”… avevamo gia’ raggiunto, a questo proposito, una posizione comune, nella quale riconoscevamo ad ognuno il farsi carico del proprio destino (karma, genoma)… c’e’ piu’ fatica nel vivere volitivo che nel vivere conoscente, lo sai…
8 Ottobre, 2008 a 5:53 pm
Non so metterla sul piano della fatica riguardo a volontà e conoscenza. In base a cosa? Mi pare vi sia un investimento di tipo diverso. Non separiamo.
In ogni caso, qui non si dà addosso a nessuno, solo lo “strappo” di un grande scrittore mi premeva rileggere; poi, a ciascuno il suo, come già detto, solo non ci sbiellino con quest’acqua rimestata il frequenzimetro ;-)
8 Ottobre, 2008 a 9:00 pm
due parole: istitutita, istruita lo è (la poesia della Copioli), la sezione centrale cui mi riferivo nel post ha uno slancio emotivo (gratuito s’intenda anche se la forma pare inceppata nei suoi meccanismi) che mi piaceva sottolineare, tutto sul versante del contenuto che ha dell’etico. “Chi vive eticamente sa che importante è solo quell’umanità che si trova in ogni relazione, quell’energia colla quale la si considera” (Kierkegaard “Aut-aut”). Mi sembra più una necessità, le distinzioni o gli investimenti (ingenui poi tra conoscenza e volontà, per quanto bene ne abbia scritto Schopenhauer) li lascerei naufragare nella loro sterile dialettica. Energia è il nodo, l’intensità del libro della Copioli è innegabile in quei punti da me sottolineati. Posso concordare sulla mummificazione di alcune scelte tematiche, ma poco mi importava e poco mi importa. Mi accontento dei barlumi visto che non si riesce a possedere il complesso.
8 Ottobre, 2008 a 10:33 pm
Yes sir, capito, Schopy la raccontava a modo suo, non c’e’ dubbio! Veniamo al contingente, fo il moralista anch’io: chi vince il Nobel a ora di pranzo? Io dico Roth, ma spero Nooteboom e non gradirei affatto Bonnefoy. I bookmaker inglesi danno favoriti Claudio Magris e Amos Oz. Per Muldoon mi sembra troppo presto e anche la Merini mi pare fuori gioco. Rien ne va plus, fate il vostro gioco! :D
8 Ottobre, 2008 a 11:32 pm
Strizziamo bene questi occhi!
Per il Nobel, poi: te l’appoggio, corbo, Roth.
9 Ottobre, 2008 a 6:25 pm
oddio, hanno premiato un baluba… che nobelata!