La poesia italiana fa schifo

Secondo me, la poesia italiana contemporanea, fa schifo. E’ priva di rivelazioni, di mondo, di ritmi e forme, di accensioni, di capacità di penetrazione dell’umano fuori dell’umano e dell’umano interno all’umano. E’ priva di idee, di spinta passionale e conoscitiva, di strutture, di capacità di stare all’altezza della narrativa. E’ priva di autori, di menti, di saperi, di capacità di connettere i saperi al mondo e alla letteratura. E’ priva di intensità, di slancio fisico e di ambizione metafisica. E’ totalmente priva di sapienzialità, sia essa laica o spiritualista. E’ priva di spirito. E’ desertificata, annichilita dall’evenienza editoriale, che non è mai stato un problema per la poesia. E’ irriconoscibile, morta alle orecchie, meno morta della critica ma certo più morta della prosa. Non è letteraria e non è vitale. Non è centrale. Fa schifo. A parte alcune eccezioni, i poeti italiani sono l’allucinazione di una nostalgia senza riflessi nel mondo.

Sono serio e non scherzo: non esiste più, la poesia italiana. Possiamo scendere al di sotto di certe soglie di rigore (un rigore che, se è, è totale: non filologico o scientista) e dire che è tutto bello, è tutto vero, c’è speranza, i poeti cosiddetti degli anni Settanta lasciano intravvedere, eccetera. Questo è plausibile, finché si sta facendo divulgazione culturale. Quando però si invocano le ragioni serie e assolute per determinare fino a che punto una scrittura poetica sia necessaria (e sia necessaria la sua pubblicazione, cioè la sua messa in comune), allora si deve elevare quella soglia del rigore - e dire davvero cosa resta. Beninteso: sarà sgradevole, sarà saccente, sarà odioso.

– di Giuseppe Genna, ripreso su “nabanassar” il 7 aprile 2003 da “Clarence” –

~ di nabanassar su 12 Aprile, 2008.

15 Risposte to “La poesia italiana fa schifo”

  1. Non leggo poesia italiana contemporanea, ma posso confirmare che questo e vero anche della poesia inglese contemporanea. C’era A.R. Ammons, un Americano, qualche anno fa, ma ora e’ morto. Dei quelli viventi conosco neanche uno che mi piace. Chissa perche?

    Chi e’ l’ultimo poeta italiano che ti piace? Io amo Montale.

    (non scrivo bene l’italiano: scusami gli errori)

  2. ma che poesia italiana contemporanea lègge Genna?

  3. Trovate l’articolo completo di Genna qui: http://www.nabanassar.com/genna.html , non l’ho messo in topic perche’ la discussione sui nomi (che Genna fa, per rispondere a Michele e dare indicazioni a Peter) non vale quanto l’assunto riportato, che a distanza di cinque anni e’ ancora bruciante.

    Che libri sono usciti in Italia in cinque anni, dunque? Direi anzitutto il “Tema dell’addio” di Milo De Angelis, poi “Contemplazioni meccaniche e pneumatiche” di Pierluigi Bacchini. E ancora, “Parola plurale”, l’antologia sosselliana misteriosamente scomparsa dal catalogo e dalla rete. Peter, questi autori e questi libri mi permetto di consigliarli a te, anche solo per una ricerca in internet, a titolo di curiosita’. Buon divertimento!

    E’ sufficiente per dire che e’ cambiato qualcosa, cioe’ che la poesia italiana non faccia schifo oggi nel 2008? Credo di no. Dove vivo io, c’e’ un termine indicatissimo per descrivere lo stato della poesia italiana odierna, il termine e’ “wannabe”, significa pretendente, voglioso di. La recentissima poesia non aggiunge niente al gia’ detto, non esplora nuove vie (se non nelle insulse e perennemente vacue parole di prefazione di chi si loda e si imbroda reciprocamente), non amplia il dominio del poetico.

    Invece ricicla, riprende, riscopre (il gozzanismo di ritorno, la voglia di palco & recita, i discorsi da pizzicagnoli sul soldo e sul counter, la poetica degli scarti) e ripropone pari pari cio’ che si faceva negli anni cinquanta e sessanta. Non c’e’ impianto filosofico in NESSUN libro che io abbia letto in cinque anni (eccezione Guglielmin, ma come poeta non mi piace); non c’e’ discorso letterario sorvegliato, non c’e’ misura. C’e’ invece un’idea comunista della parola (tutti scrivono alla pari e i ruttini di ognuno valgono i ruttini di chiunque altro) che lotta con un’idea animista del Verbo (noi non parliamo, siamo parlati).

    Escono a getto continuo libri illeggibili di disoccupati, donne in menopausa, notabili di paese, tutti a pagamento. Le poche occasioni non a pagamento sono lasciate alla buona volonta’ delle estemporanee giurie di premi che nascono e muoiono di anno in anno. E’ l’imprenditoria applicata alla poesia, ma a livello di negozietto di rigatteria, si acchiappa quello che si riesce e si fa puro trading di paccottiglia.

    Ma ancora tutto questo non e’ importante. Cio’ che e’ davvero importante e’ che la poesia italiana, cinque anni dopo l’articolo di Genna, ancora piu’ e’ diventata affare da gente qualunque, da sfigati di diporto che prima avevano la bocciofila, il club del lettore o i corsi d’uncinetto mentre ora, morta la socialita’, si attaccano tristemente ad un computer e si creano l’avatar del poeta, senza uno straccio di cultura pregressa e senza un’idea di dove andare a parare con gli strumenti che usano.

    Quo vadis, poeta? Sono bastati due post che menassero il can per l’aia (quello di Rendo piu’ sotto e questo qui che ricicla roba di cinque anni fa) per far schizzare il contatore. R I D I C O L I … andate a lavorare, sfigati!

  4. Quello di Genna, al quale tu fai da sponda, è un discorso generalista: la pezzente retorica de “fa tutto schifo”.
    Non è plausibile dare ascolto ad una persona che dell’amicalità e dell’imbrodamento reciproco fa scienza! Non è presentabile, tantomeno ascoltabile. Se, invece, è di gradimento lo svulazzo verboso, si faccia pure.
    A me paiono parole fintamente ciniche, parole di bottega, della provincia lumbard.

    Piuttosto - e qui mi fermo - ci si faccia spazio con l’analisi - che diventi serrata, dialettica interiore - della carne poetica.

    Chi punta sul “chi siamo”, “da dove veniamo”, “cosa vogliamo” esiste e fa luce, gli altri passano tempo.

    Perché, concludendo, mi si avvicina Valery:”Malgrado le teorie in voga oggi, continuo a credere che ci siano dei glomeruli di rancore, dei piccoli gomitoli di preoccupazioni, dei quali è meglio non sollecitare il filo”.

  5. Il contatore e’ impazzito. E’ notte, tutti i klikkatori sono neri.

  6. Si, Arendo, e questo tipo di post mi fa anche pensare a quell’ostello di Salisburgo dove, per far si che le istruzioni su un tal comportamento venissero seguite, sulla bacheca campeggiava un bigliettino con la parola SEX. Tutti leggevano. Almeno serviva.

  7. la domanda sottesa e’ piu’ inquietante: dove sta la piccola editoria di qualita’? se i libri piu’ interessanti sono ancora il de angelis e il bacchini mondadoriani, c’e’ da riflettere…

    a cosa servono le piccole case editrici? i loro limiti sono contingenti o sostanziali? per dire: se invece di mille libretti/plaquette inutili ne facessero cinquanta corposi, non alzerebbero il livello? sossella, ad esempio, fa un buon polo alternativo: il selected del solitamente einaudiano frasca e’ stato un bel colpo; e il di ruscio di pequod ha ormai nove anni…

    quanto alla rete, resto convinto che il generatore automatico di roberto uberti nullifichi gli sforzi di quasi tutti i poetanti telematici, quelli fuori sia dal circuito maggiore che da quello minore delle occasioni estemporanee / di qualita’. e dunque: che roba e’ quella che emerge quotidianamente anche dagli aggregatori tipo poecast? chi sono i suoi lettori ideali? quando anche ilsottoscritto.it torna in rete e propone un malloppetto di 70 pagine come primo numero (gratuito, naturalmente) di letture e recensioni, non sarebbe ora di spegnere il flusso - questo si’ verboso, dei bla bla psicoreattivi?

  8. MENO MALE

    Dette le tue convinzioni.
    Non c’è lo spazio che ti ostini a cercare.
    Lavora nel tuo recinto. E non ti lamentare.

    La chiarezza non vuole domande.
    Fai silenzio, a me pare chiaro.

    (Peto Rendo)

  9. E basta patronising, su, chi se ne impipa di luce e chiarezza… fammi divertire con questa scatoletta, vedrai a breve che ti combino!

  10. Ma smettila! Pontifichi alla Geenna (ricordi? ;-)) sulla poesia italiana nel 2008, come fosse un buco nero, alzi la cresta con le minate da e sul generatore automatico, e non sai che sei un poeta.
    “Vedrai a breve che ti combino!”: ok, va bene, ma riuscirai un giorno a capire che nessuno è indispensabile? E taglia la testa al folklorismo del centro dell’ego!

    Alla fine, il divertimento è sempre assicurato, anzi atteso, chi lo tocca?

  11. Tri tri tri,
    fru fru fru,
    ihu ihu ihu,
    uhi uhi uhi!

    Il poeta si diverte,
    pazzamente,
    smisuratamente!
    Non lo state a insolentire,
    lasciatelo divertire
    poveretto,
    queste piccole corbellerie
    sono il suo diletto.

    Cucù rurù,
    rurù cucù,
    cuccuccurucù!

    Cosa sono queste indecenze?
    Queste strofe bisbetiche?
    Licenze, licenze,
    licenze poetiche!
    Sono la mia passione.

    Farafarafarafa,
    tarataratarata,
    paraparaparapa,
    laralaralarala!

    Sapete cosa sono?
    Sono robe avanzate,
    non sono grullerie,
    sono la spazzatura
    delle altre poesie

    Bubububu,
    fufufufu.
    Friu!
    Friu!

    Ma se d’un qualunque nesso
    son prive,
    perché le scrive
    quel fesso?

    bilobilobilobilobilo
    blum!
    Filofilofilofilofilo
    flum!
    Bilolù. Filolù.
    U.

    Non è vero che non voglion dire,
    voglion dire qualcosa.
    Voglion dire…
    come quando uno
    si mette a cantare
    senza saper le parole.
    Una cosa molto volgare.
    Ebbene, così mi piace di fare.

    Aaaaa!
    Eeeee!
    Iiiii!
    Ooooo!
    Uuuuu!
    A! E! I! O! U!

    Ma giovanotto,
    ditemi un poco una cosa,
    non è la vostra una posa,
    di voler con così poco
    tenere alimentato
    un sì gran foco?

    Huisc…Huiusc…
    Sciu sciu sciu,
    koku koku koku.

    Ma come si deve fare a capire?
    Avete delle belle pretese,
    sembra ormai che scriviate in giapponese.

    Abì, alì, alarì.
    Riririri!
    Ri.

    Lasciate pure che si sbizzarrisca,
    anzi è bene che non la finisca.
    Il divertimento gli costerà caro,
    gli daranno del somaro.

    Labala
    falala
    falala
    eppoi lala.
    Lalala lalala.

    Certo è un azzardo un po’ forte,
    scrivere delle cose così,
    che ci son professori oggidì
    a tutte le porte.

    Ahahahahahahah!
    Ahahahahahahah!
    Ahahahahahahah!

    Infine io ò pienamente ragione,
    i tempi sono molto cambiati,
    gli uomini non dimandano
    più nulla dai poeti,
    e lasciatemi divertire!

  12. Palazzeschi, no? Haha. Scusami per dirlo, ma questo poema e’ terribile! — Il codice di Perela, comunque, e’ grande. Anzi, l’ho fatto una traduzione.

  13. Peter ma sei bravissimo! Hai fatto studi di poesia italiana o sei un appassionato autodidatta? In ogni caso, si’, e’ Palazzeschi, quello che ci vuole per i preti di tonaca nera (bau! bau!), tonaca rossa (a casa! a casa!) e tonaca bianca (il nostro rispettoso e luce-oriented angiolino). Dove possiamo leggere la tua traduzione del codice di Perela’? Magari la mettiamo sul sito nabanassar.com, sezione inglese, e poi la riportiamo su questo blog per discuterla assieme.

    Farafarafarafa,
    tarataratarata,
    paraparaparapa,
    laralaralarala!

  14. Ho studiato la letteratura Italiana all’universita’ di Bologna; la traduzione di Perela era per praticare, ma anche perche secondo me l’unica in inglese fa un po’ schifa.

    Mi piacerebbe tanto metterlo sul nabanassar.com per imparare come la potrei far meglio. Proprio per caso, io parto stamattina per fare un viaggio in Parigi, e poi Bologna e Venezia! Quando torno te la daro la traduzione. Ciao!

  15. Dài, scienziato, non ti arrabbiare, non eri tu che qualche post fa scrivevi in un comment?

    “Io credo che ognuno abbia bisogno di un discorso impostato sul proprio stato evolutivo verso il puro spirito; anche dal punto di vista scientifico, con le conoscenze attuali, si ipotizzano evoluzioni verso uno stato sempre meno mobile (sempre piu’ freddo) nel quale il tempo si dilata fino a perdere di significato e rimane una totale coscienza collettiva. Le esperienze di pre-morte su http://www.nderf.org raccontano costantemente incontri con la Luce, che si raffigura secondo i propri modelli culturali (Cristo, Buddha, ecc.). La pratica politica del clero non serve a nulla, a noi individualmente. La pratica morale arriva comunque al limite del credo / non credo, che e’ il massimo consentito razionalmente a chi sta al di qua della vita.”

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